I GRANDI, Ian McEwan – L’inventore di sogni

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Tutti gli anni ad agosto, la famiglia Fortune affittava una casetta di pescatori in Cornovaglia. Chiunque abbia visto quel posto, deve riconoscere che si tratta di una specie di paradiso. La porta della casa dava su un giardino incolto. Più in là correva un ruscello, poco più di un fossato, ma l’ideale per costruirci dighe di sabbia. Poco oltre, dietro un boschetto, restava tra l’erba un binario morto, sul quale un tempo passavano i carrelli di una miniera di stagno. A mezzo miglio di li si trovava una galleria chiusa alla quale i bambini non dovevano avvicinarsi. Sul retro della casa si stendevano pochi metri quadrati di prato che si allargava direttamente su un’ampia baia a ferro di cavallo con spiagge di sabbia gialla e fine. Su un’estremità della baia, c’erano delle grotte buie e profonde quanto basta a metter paura. Con la bassa marea si riempivano di pozze tra gli scogli. E nel parcheggio dietro la baia, dal tardo mattino fino al tramonto, stazionava il furgone dei gelati. Lungo la costa si raggruppava una mezza dozzina di case: i Fortune conoscevano tutte le altre famiglie che venivano in agosto e avevano stretto amicizie. Una piccola frotta di bambini di un’età compresa tra i due e i quattordici anni aveva dato corpo a un gruppo alquanto disordinato di ragazzini che giocavano insieme ed erano noti, almeno a loro stessi, col nome di Banda del Mare.

Il momento più bello in assoluto veniva la sera, quando il sole affondava dentro l’Atlantico e le varie famiglie si radunavano nel giardino di una delle case per la solita grigliata. Dopo mangiato, i grandi erano troppo piacevolmente impegnati a bere e a raccontarsi storie infinite, per aver voglia di mettere a letto i bambini, ed era allora che la Banda del Mare poteva svignarsela nella tiepida calma del crepuscolo, e tornare indisturbata nei posti preferiti dei giochi fatti di giorno. Con la differenza che a quell’ora, in più, ci sarebbe stato il mistero del buio e delle ombre paurose, e la sabbia fredda sotto i piedi nudi, e la gioia impagabile di corse sfrenate che si aveva l’impressione di rubare a qualcuno. Era da un pezzo passata l’ora di andare a dormire, e i bambini sapevano che, prima o poi, gli adulti avrebbero smesso di chiacchierare e l’aria fresca della notte si sarebbe riempita dei loro nomi: Charlie! Harriet! Toby! Katc! Peter!

Ogni tanto, quando la voce dei grandi non bastava a raggiungere i figli in fondo alla spiaggia, mandavano avanti Gwendoline. Era la sorella grande di tre dei ragazzi della Banda del Mare. Dato che casa sua era troppo piccola, Gwendoline dormiva dai Fortune. Occupava la camera da letto accanto a quella di Peter. Sembrava sempre cosi triste, cosi persa nei suoi pensieri. Era già grande, correva voce che avesse addirittura ventitre anni, e se ne stava tutto il giorno seduta coi grandi, ma non si univa mai alle loro chiacchiere. Era studentessa di medicina e si preparava per un esame importante. Peter pensava a lei spesso, senza capire bene il perché. Aveva occhi verdissimi e capelli così rossi che sembravano arancioni. Qualche volta si metteva a fissare Peter come un gufo, ma la parola non gliela rivolgeva quasi mai.

Quando la mandavano a chiamare i bambini, avanzava sulla spiaggia con aria svogliata, a piedi scalzi e con quei suoi pantaloncini sfrangiati, e guardava in su, solo quando li aveva raggiunti. La sua voce era calma, triste come una musica. «Avanti, bambini. A letto!» Poi, senza aspettare le loro proteste, e senza insistere, tornava indietro trascinando i piedi nella sabbia. Sarà stata triste perché era grande e non le piaceva esserlo? Non era facile dirlo.

Fu lì in Cornovaglia nell’estate dei suoi dodici anni che Peter incominciò a notare quanto fossero diversi il mondo dei grandi e quello dei bambini. Non sarebbe stato esatto dire che i genitori non si divertivano mai. Anche loro facevano il bagno, ma non rimanevano in acqua per più di venti minuti. Anche loro facevano qualche partita di palla a volo, ma della durata di mezz’ora al massimo. Certe volte li si poteva persino convincere a giocare a nascondino, o a guardie e ladri, o a costruire un enorme castello di sabbia, ma si trattava sempre di occasioni speciali. La verità era che tutti i grandi, alla minima opportunità, preferivano sprofondare in una delle tre tipiche attività da spiaggia: stare seduti a cianciare, leggere libri e giornali, o dormicchiare. Se decidevano di fare un po’ di movimento, ammesso che lo si voglia cosi definire, era solo per dedicarsi a passeggiate interminabili quanto noiose, le quali si riducevano a pretesti per continuare a parlare. Sulla spiaggia, guardavano spesso l’ora e, ben prima che qualcuno avesse fame, si mettevano a dire che forse era meglio incominciare a pensare al pranzo o alla cena.

Si inventavano anche delle commissioni da fare: dal meccanico della zona, dal carrozziere in paese, o nei negozi della città più vicina per fare la spesa. Poi tornavano lamentandosi del traffico vacanziero, dimenticando completamente di esserne parte. Questi grandi irrequieti facevano continue visite alla cabina del telefono in fondo al vicolo, e da lì chiamavano parenti, colleghi d’ufficio o figli già grandi. Peter aveva notato che quasi tutti i grandi non erano in grado di incominciare sereni una nuova giornata se prima non erano andati in macchina a comperare il giornale, quello giusto, s’intende. Altri non sarebbero sopravvissuti senza le sigarette. Altri ancora, senza una birra. Altri, senza un caffè. Certi poi, non riuscivano a leggere il giornale senza fumare una sigaretta e bere un caffè. Questi adulti non facevano altro che schioccare le dita e scuotere il capo perché qualcuno era appena arrivato dalla città dimenticando qualcosa: mancava sempre una cosa all’appello e ci si riprometteva regolarmente di rimediare l’indomani: ancora una sedia a sdraio, lo shampoo, uno spicchio d’aglio, gli occhiali da sole, qualche molletta per stendere, quasi che la vacanza non potesse riuscire, non potesse anzi neppure incominciare, finché tutti questi inutili arnesi non fossero stati raccolti. Gwendoline però era diversa. Lei se ne stava seduta tutto il santo giorno, con il suo libro, e leggeva.

Frattanto, Peter e i suoi amici neanche sapevano che giorno e che ora fosse. Scorrazzavano per la spiaggia, rincorrendosi, nascondendosi, ingaggiando battaglie e invasioni tra navi pirate e alieni di altri pianeti. Con la sabbia costruivano dighe, canali, fortini e zoo acquatici che poi riempivano di granchi e paguri. Peter e gli altri bambini più grandi inventavano storie tremende che spacciavano per vere per far paura ai più piccoli. Mostri marini che uscivano strisciando dal mare e coi tentacoli acciuffavano i bimbi per le caviglie per poi trascinarli in fondo agli abissi. O quella del pazzo dai capelli d’alghe che abitava dentro la grotta e trasformava i bambini in aragoste. Peter ci metteva tanto impegno nell’inventare queste storie che finiva col ritrovarsi restio a entrare da solo dentro la grotta e quando nuotava, gli capitava di rabbrividire se un ciuffo di alghe per caso gli accarezzava una gamba.

Qualche volta la Banda del Mare faceva incursioni nell’entroterra, nel prato dove si stavano costruendo un accampamento. Oppure si avventuravano lungo il vecchio binario morto fino alla galleria proibita. Tra le assi che la sbarravano c’era un’ampia fessura e i bambini si sfidavano a passarci dentro per poi ritrovarsi dall’altra parte, nel buio totale. Di dentro si udiva l’eco sinistro e agghiacciante di una goccia d’acqua che andava a piovere in una pozzanghera. C’erano anche dei trapestii che avevano pensato di attribuire alla presenza di topi e si sentiva una corrente d’aria umida e greve che secondo una delle bambine grandi doveva essere l’alito di una strega. Non che gli altri le avessero creduto, naturalmente, ma nessuno comunque si era mai spinto dentro la galleria per più di pochi passi.

Questi giorni d’estate incominciavano presto e finivano tardi. Certe volte, andando a dormire, Peter si sforzava di ricordare come fosse incominciata la giornata. Sembrava che gli avvenimenti del mattino si fossero verificati settimane prima. Gli era anche capitato di addormentarsi, senza essere riuscito a farsi tornare alla mente il principio del giorno.

Una sera dopo cena Peter litigò con uno degli altri bambini che si chiamava Henry. A scatenare la lite era stato un pezzo di cioccolata, ma ben presto la cosa si trasformò in uno sfogo di insulti reciproci. Per chissà quale ragione tutti i bambini, fatta eccezione ovviamente per sua sorella Kate, si schierarono dalla parte di Henry. Allora Peter gettò la cioccolata per terra in mezzo alla sabbia e se ne andò tutto solo. Kate entrò in casa a prendere un cerotto per un taglio che si era fatta su un piede. E il resto del gruppo si allontanò sulla spiaggia. Peter si voltò a guardarli andare via. Li sentiva ridere. Forse stavano parlando di lui.

Mentre il gruppo si allontanava nella luce del crepuscolo, i contorni dei singoli individui si andarono perdendo in una sorta di macchia che si muoveva e allungava in lontananza. Con ogni probabilità, si erano già scordati di lui e avevano inventato un altro gioco.

Peter rimase cosi, con le spalle rivolte al mare. Un’improvvisa folata di vento freddo lo fece rabbrividire. Diede un’occhiata verso le case. Riusciva appena a distinguere il mormorio basso della conversazione dei grandi, il suono di un tappo di sughero tirato dalla bottiglia, la musica di una risata femminile, forse della sua mamma. Quella sera di agosto, restando li in mezzo ai due gruppi, con il mare che gli lambiva appena i piedi nudi, Peter all’improvviso afferrò qualcosa di molto ovvio e terribile: un giorno o l’altro, avrebbe lasciato il gruppo che scorrazzava sfrenato lungo la spiaggia, per unirsi a quello di chi restava seduto a parlare. Era difficile crederci, ma sapeva che sarebbe andata proprio cosi. Allora si sarebbe interessato a cose diverse, come lavoro, denaro, tasse, interessi bancari, chiavi e caffè, e sarebbe rimasto a parlare, per ore e ore, seduto.

Questi pensieri gli pesavano sul cuore quella sera quando decise di andare a dormire. Non si poteva certo definirli pensieri felici. Chi avrebbe potuto rallegrarsi alla prospettiva di una vita trascorsa stando seduti a parlare? O facendo commissioni e andando a lavorare? Senza giocare mai, senza mai divertirsi sul serio? Un giorno o l’altro, sarebbe stato una persona del tutto diversa. Data la lentezza del fenomeno, non se ne sarebbe neppure accorto, e una volta successo, quel Peter giocoso e allegro di undici anni sarebbe stato talmente lontano, talmente strano e incomprensibile, quanto apparivano adesso gli adulti a lui. E con questa malinconia, se ne andò scivolando nel sonno.

Il mattino dopo Peter Fortune si svegliò da sogni agitati, per ritrovarsi trasformato in un gigante, un grande. Cercò di muovere braccia e gambe, ma erano pesantissime a quell’ora del giorno, non c’era verso di cavarne qualcosa. Perciò rimase immobile ad ascoltare il canto degli uccellini fuori della finestra e a guardarsi un po’ intorno. La stanza era quasi identica, anche se dava l’impressione di essersi rimpicciolita parecchio. Peter aveva la bocca asciutta, la testa pesante e si sentiva confuso. Quando chiudeva gli occhi, il dolore cresceva. Si rese conto di aver bevuto troppo vino la sera prima. E forse aveva anche esagerato col cibo, se doveva dar retta al gonfio re di stomaco. E poi, troppe chiacchiere: aveva persino male alla gola.

Emise un lamento e si rigirò sulla schiena. Compiendo uno sforzo infinito, riuscì a sollevare un braccio, quanto bastava per avvicinare la mano alla faccia e sfregarsi gli occhi. La pelle lungo il contorno della mandibola raspava al tatto come carta-vetro. Prima di fare qualsiasi altra cosa, avrebbe dovuto alzarsi e farsi la barba. E non c’era molto tempo da perdere, perché aveva un mucchio di faccende da sbrigare, commissioni, lavoretti in sospeso. Ma prima di recuperare un po’ di energia, lo sconcertò la vista della sua mano. Era coperta di fitti pelacci neri e ricciuti! Rimase a fissare quella roba grassa con dita rotonde come salsiccee scoppiò a ridere. C’erano peli anche sul le dita! Più la guardava, soprattutto stringendola a pugno, e più gli pareva uno spazzolino del gabinetto.

Si tirò su e sedette sul bordo del letto. Era nudo; il corpo, rigido, ossuto e peloso dappertutto, con muscoli mai visti prima su braccia e gambe. Quando finalmente si alzò, per poco non andò a sbattere con la testa contro una delle travi basse della sua stanza nel sottotetto. – Roba da mat… – incominciò a dire, ma la sua stessa voce lo meravigliò. Sembrava un incrocio tra un tagliaerba e una sirena antinebbia. Devo assolutamente lavarmi i denti e fare dei gargarismi, pensò. Mentre si dirigeva al lavabo, sentì le assi del pavimento scricchiolare sotto il suo peso. Le giunture delle ginocchia gli si erano fatte più spesse e legnose. Dinanzi al lavabo, dovette chinarsi per esaminare la propria faccia allo specchio. Con quella maschera di stoppie nere, gli sembrò che a restituirgli lo sguardo fosse il muso di uno scimmione.

Quando si trattò di farsi la barba, scopri di sapere esattamente come doveva fare. Aveva osservato suo padre cosi tante volte. Al termine dell’operazione, la faccia era tornata ad assomigliare un poco di più alla sua vera. Anzi, era persino meglio, meno paffuta di quella dei suoi undici anni, con la mascella volitiva e lo sguardo deciso. Niente male, pensò.

Indossò gli abiti che trovò ammucchiati sopra una sedia e scese al piano di sotto. Pensa che facce faranno, si diceva, quando vedranno che sono invecchiato di dieci anni e cresciuto di una spanna nel giro di una notte. Ma dei tre adulti seduti scomposti intorno al tavolo della colazione, soltanto Gwendoline lo degnò di uno sguardo balenando il verde brillante degli occhi dalla sua parte, per poi distoglierlo subito. Mamma e papà si limitarono ad accoglierlo con un “‘Giorno”, senza interrompere la lettura dei giornali. Peter aveva una sensazione strana a livello di stomaco. Si versò del caffè, prese il giornale che stava sopra il suo piatto e ne scorse la prima pagina. Uno sciopero, uno scandalo su certe forniture di armi e un meeting dei capi di stato di parecchi paesi importanti. Scoprì di conoscere i nomi di tutti i presidenti e dei primi ministri, di ricordarne le storie e persino le rispettive ambizioni politiche. Lo stomaco gli dava ancora fastidio. Sorseggiò il caffè. Aveva un sapore terribile, come se avessero preso del cartone bruciato e lo avessero messo a bollire nella vasca da bagno. Comunque, continuò a bere, perché non voleva che qualcuno potesse pensare che in realtà aveva solo undici anni.

Peter finì la fetta di pane tostato e si alzò. Dalla finestra vedeva la Banda del Mare correre sulla battigia in direzione della grotta. Quanta energia sprecata sin dal primo mattino!
– Vado a telefonare in ufficio – annunciò solennemente ai presenti, – poi faccio una passeggiata -. Si poteva immaginare qualcosa di più noiosamente da grandi di una passeggiata? Il padre assentì grugnendo. Sua madre disse: – Va bene, – e Gwendoline fissò gli occhi nel piatto.
Nell’ingresso, compose il numero del suo assistente di laboratorio a Londra. Ogni inventore dispone almeno di un assistente.
– Come procede la macchina anti-gravitazionale? – chiese Peter. – Ha ricevuto i miei ultimi disegni?
– Si, grazie a quei disegni mi è tutto chiaro. – disse l’assistente. – Abbiamo apportato i cambiamenti da lei suggeriti e abbiamo proceduto ad accendere la macchina per cinque secondi. Come previsto, tutti gli oggetti della stanza si sono messi a galleggiare nell’aria. Prima di ritentare, dovremo inchiodare tavoli e sedie al pavimento.
– Non voglio che ritentiate prima del mio ritorno dalle vacanze. – disse Peter. – Voglio esserci. Verrò giù in macchina durante il week-end.

Quando ebbe finito di parlare al telefono, uscì in giardino e si fermò presso il ruscello. Era una giornata bellissima. Scorrendo sotto le assi di legno, l’acqua produceva un suono gradevole e Peter si senti soddisfatto della sua recente invenzione. Ma per qualche motivo non aveva voglia di allontanarsi da casa. Sentì un rumore alle sue spalle e si voltò. In piedi sulla porta, Gwendoline lo stava guardando. Peter registrò un’altra fitta allo stomaco. Una sensazione di freddo, un vuoto. Gli tremavano un po’ le ginocchia. Gwendoline appoggiò il braccio sul bordo di una vecchissima botte per l’acqua che stava davanti alla porta di casa. Il sole del mattino, tra le foglie dei meli, ricamava giochi di luce sulle sue spalle e i capelli. In ventunanni di vita, Peter non aveva mai visto niente di cosi, come dire, perfetto, luminoso, desiderabile, stupendo… Non c’erano parole sufficienti a descrivere quel che vedeva. Gli occhi verdi di lei erano fissi nei suoi.
– Fai una passeggiata, ho sentito, – disse lei piano.

Peter non era sicuro che sarebbe riuscito a parlare. Si schiarì la voce. – Si. Ti va di venire?

Attraversarono il giardino e raggiunsero il sentiero di terra battuta dove un tempo correva il binario della ferrovia. Non parlarono di nulla in particolare: delle vacanze, del tempo, di qualche fatto di cronaca, qualsiasi cosa, pur di evitare argomenti personali. La mano di lei fresca e liscia finì tra le sue, nel corso della passeggiata. Peter pensò seriamente che questa volta avrebbe potuto alzarsi in volo fino a sfiorare le cime degli alberi. Aveva sentito raccontare di come ragazzi e ragazze, uomini e donne si innamorano e non capiscono più niente, ma aveva anche sempre pensato che la gente la fa un po’ troppo lunga sull’argomento. Dopo tutto, quanto possono ragionevolmente piacersi due persone? Anche nei film, quei pezzi ai quali ci si doveva sempre rassegnare, quando i protagonisti rubano minuti preziosi per diventare melensi e guardarsi negli occhi e baciarsi, a lui erano sempre sembrati uno spreco di tempo ridicolo, buono soltanto a tenere in sospeso la storia per un’eternità. E adesso, eccolo qui, a sentirsi sciogliere solo al contatto della mano di Gwendoline, ad avere voglia di urlare di gioia.

Raggiunsero la galleria e, senza mai smettere di parlare, si infilarono nel passaggio tra le assi, dentro l’oscurità fredda e fumosa. Procedendo si tenevano stretti, e ridacchiavano quando coi piedi finivano in una pozzanghera. La galleria non era molto lunga. Si vedeva già l’uscita, piena di luce rosa come una stella. A metà percorso si fermarono. Erano vicinissimi. Su braccia e visi restava ancora il calore del sole. Si strinsero ancor più vicino e, tra lo sgocciolio dell’acqua nelle pozzanghere e il trapestio di animali spaventati, si diedero un bacio. Peter seppe immediatamente che in tutti gli anni della sua infanzia felice, e persino nei momenti più belli, come quando giocava con la Banda del Mare nelle sere d’estate, non aveva mai fatto una cosa più incantevole, più emozionante e straordinaria di quel bacio scambiato con Gwendoline nella galleria del treno.

Proseguendo in direzione della luce, lei gli raccontò che un giorno sarebbe diventata dottore e scienziato e avrebbe lavorato alla ricerca di nuove cure per malattie mortali. Uscirono strizzando gli occhi nel sole e si trovarono un posto sotto gli alberi insieme a certi fiori azzurri sorretti da steli esilissimi. Si sdraiarono, chiusero gli occhi, vicini sull’erba alta, circondati dal ronzio degli insetti. Lui le raccontò delle sue invenzioni, della macchina anti-gravitazionale. Di lì a poco avrebbero potuto andarsene insieme, montare sulla sua spider verde a due posti e percorrere le stradine della Cornovaglia e del Devon fino a Londra. Lungo il tragitto, si sarebbero fermati in un ristorante per concedersi una mousse al cioccolato, un gelato e litri di limonata. A mezzanotte avrebbero raggiunto l’edificio. Poi, una corsa in ascensore e Peter avrebbe aperto la porta del laboratorio per mostrarle la macchina con i suoi tasti e le belle lucine accese.

Un colpo di interruttore ed eccoli galleggiare leggeri a mezz’aria insieme a tavoli e sedie…

Doveva essersi assopito nell’erba, mentre le raccontava tutto questo. La spider, pensò col cervello annebbiato dal sonno, mousse di cioccolato, mezzanotte, restare alzato quanto mi pare e Gwendoline… Fu a questo punto che si rese conto di avere lo sguardo puntato al soffitto di camera sua e non al cielo. Si alzò dal letto e raggiunse la finestra che si affacciava sulla spiaggia. In lontananza, riusciva a vedere la Banda del Mare. C’era bassa marea. Le pozze tra gli scogli restavano in attesa dell’acqua. Si infilò un paio di calzoncini e una maglietta e scese di corsa. Era tardi, gli altri avevano già fatto colazione da un pezzo. Tracannò un bicchiere di succo d’arancia, afferrò un panino e si precipitò fuori, oltre il giardino minuscolo, sulla spiaggia. La sabbia gli scottava già i piedi. Mamma, papà e i loro amici si erano sistemati coi libri tra sedie a sdraio e ombrelloni.

La mamma lo salutò con la mano. – Ti sei fatto una bella dormita. Dovevi averne bisogno!

I suoi amici lo avevano visto e gli stavano gridando: – Peter, Peter, corri, vieni a vedere!

Peter si mise a correre tutto contento verso di loro, e doveva essere già a metà strada, quando si volse a guardare i grandi ancora una volta. Riparati dalla tela colorata degli ombrelloni, si chinavano per parlarsi più da vicino. Adesso li considerava in un modo diverso però. Sapevano cose belle che stavano appena incominciando ad affiorare anche in lui, come sagome nella foschia. C’erano altre avventure nella vita, dopo tutto.

Come sempre, Gwendoline sedeva da parte con i suoi libri e le carte, intenta a studiare per l’esame. Lo vide e sollevò una mano. Si stava solo aggiustando gli occhiali sul naso o lo salutava? Chi poteva dirlo ?

Peter si voltò a guardare il mare. Luccicava, fino laggiù, all’orizzonte. Gli si dispiegava dinanzi, sconosciuto e immenso. Una dopo l’altra le onde si srotolavano e spruzzavano sopra la sabbia e a Peter sembrarono l’immagine di tutte le idee e le fantasticherie della sua vita.

Sentì di nuovo chiamare il suo nome. Kate, sua sorella, ballava saltando sulla spiaggia bagnata. – Abbiamo trovato un tesoro, Peter! – Alle sue spalle, Flarriet si reggeva su una gamba sola, con le mani sui fianchi e disegnava ampi cerchi di sabbia con la punta del piede. Toby e Charlie e i più piccoli facevano turni a suon di spintoni per saltare da uno scoglio dentro una pozza di acqua salmastra. E oltre tutto questo umano fermento, l’oceano si gonfiava e si ripiegava, perché a nulla e nessuno è dato di restare fermo, non agli uomini, non all’acqua e neppure al tempo.
– Un tesoro! – esclamò ancora Kate.
– Eccomi, – gridò Peter. – Arrivo -. E si lanciò di corsa verso la battigia. Si sentiva agile e leggerissimo sulla sabbia. «Sto per prendere il volo», pensò. Chissà se stava sognando, o se volava davvero.

L’inventore di sogni, Ian McEwan – Einaudi

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LAND OF MINE

 

NOTE DI REGIA,  Martin Zandvliet

La mia intenzione era quella di rivelare un episodio basato su un fatto storico che fa ancora vergognare particolarmente la Danimarca. Molti storici finora hanno evitato l’argomento, comprensibilmente forse.

Non volevo assegnare colpe o puntare il dito; mi sembrava interessante fare un film che non guardasse i tedeschi sempre come mostri. È la storia di un camion militare pieno di giovani ragazzi tedeschi, che sono stati sacrificati nel periodo successivo alla seconda guerra mondiale. Tuttavia, in fin dei conti, è davvero solo un film sugli esseri umani. Ti porta in un viaggio che va dall’odio al perdono. La mia intenzione era quella di creare una storia rilevante e lasciare che il pubblico sperimentasse la potenza della paura, la speranza, i sogni, le amicizie e la lotta per la sopravvivenza, attraverso questo gruppo di personaggi.

L’offerta inglese di prigionieri di guerra tedeschi per le operazioni di sminamento mise il governo danese davanti a un dilemma politico. Rifiutare l’offerta sarebbe stata una decisione molto impopolare sia agli occhi del pubblico danese che delle nazioni alleate circostanti. La Danimarca come nazione aveva ancora una brutta reputazione dopo la guerra. E gli inglesi erano gli eroi assoluti – i liberatori della Danimarca. Tuttavia, costringendo i giovani prigionieri di guerra tedeschi a sminare la costa danese, si potrebbe sostenere che la Danimarca abbia commesso un crimine di guerra.

Ho voluto che questo dramma realistico fosse girato in un universo fantastico, idilliaco, contaminato solo da bunker di cemento grezzo e dalle detonazioni quotidiane delle mine.

L’estate, la sabbia, le dune, il clima caldo e l’acqua erano un richiamo costante alla vita idilliaca che c’era una volta, e la vita che sarebbe ancora una volta risorta dalle ceneri.

Insieme alle migliaia di mine, le esplosioni, la morte e il dolore, tutti questi elementi ci portano nel pieno delle conseguenze della guerra.

Io e mia moglie Camilla Hjelm Knudsen, Direttore della Fotografia,siamo stati pesantemente influenzati dal look dei film degli anni ’60. Si trattava di creare il giusto mix di poesia e di tenebre. Il set doveva essere il più bello possibile,per far fronte all’orrore che si stava svolgendo sullo schermo.

La maggior parte del film si svolge di giorno, in contrasto con l’oscurità mostrata attraverso i nostri personaggi. Mi sono ispirato a gente come David e Albert Maysels. Il modo in cui i fratelli Mayselshanno filmato i loro soggetti era così vulnerabile e sensuale che non si poteva non percepire la presenza dei loro personaggi. È una cosa bella e rara, quando ciò accade. E questo accade solo quando si diventa un tutt’uno con gli esseri umani che si sta guardando e si entra totalmente nel sentimento della scena.

L’idea era quella di creare un senso di vita. Non volevo che la telecamera attirasse l’attenzione sui personaggi, ma volevo che fosse lo spettatore ad essere sempre in grado di seguire gli attori. I personaggi mi hanno sempre interessato più della trama.
Siamo stati fortunati ad avere direttori di casting incredibili, che ci hanno aiutato a evitare gli stereotipi in un certo senso. Abbiamo provinato tutti i ragazzi per tutti i ruoli – nessuno sapeva quale ruolo avrebbe avuto e chi fosse stato selezionato per cosa. Ho scelto quelli che ho ritenuto fossero più naturali per i ruoli. Questi ragazzi sono alle prime armi, dilettanti, se così si può dire. La cosa bella è che è possibile modellarli e plasmarli in quello di cui si ha bisogno, incanalare le loro prestazioni in ciò che si sta cercando. Questo è avvenuto anche per il ruolo principale, non a caso è il primo ruolo da protagonista di Roland in un film.

Consuetudine generale tra i registi è che gli attori debbano essere belli, nel senso in cui la bellezza voglia dire non avere difetti. Ma ho sempre pensato che ogni essere umano sia più interessante quanto più sia possibile vedere la sua storia. È utile conoscere le angosce di qualcuno, vedere le sue cicatrici e sentire i suoi demoni. Non volevo soltanto mostrare i lati brutti, ma credo che la bruttezza dicapiù di ogni altra cosa su chi siamo come esseri umani.

È un film molto umano che esplora non solo la bellezza delle tenebre, ma cerca anche di scoprire chi erano questi ragazzi tedeschi. Condividiamo le loro speranze e preghiamo per la loro sopravvivenza attraverso questo incubo. Dobbiamo credere ancora che possono diventare degli esseri umani, anche se disapproviamo il regime violento di cui facevano parte.

In un certo senso ci poniamo la domanda: “È possibile provare simpatia per le persone che rappresentano il terrore del regime nazista?”

Si dice che un grande dramma dipenda in gran parte dall’entità del cattivo. Per quanto mi riguarda, è l’uomo che li costringe alla morte, è l’uomo il vero referente del film e dell’odio.

Insieme ai ragazzi, seguiamo quindi il loro custode, il sergente Carl. Per Carl, i mostri si trasformano in esseri umani.

Per me, Land of Mine racconta una storia importante e umana. Una storia per lo più sconosciuta alla maggior parte dei danesi. È stata tenuta nascosta. Appositamente dimenticata. Repressa. È un film sulla vendetta e sul perdono. Su un gruppo di ragazzi costretti a fare penitenza per conto di un’intera nazione.

Fonte: http://www.agiscuola.it/schede-film/item/522-land-of-mine.html

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I VECCHI AVARI, Elsa Morante – Natale 2016

Una cosa ci offendeva nella Befana, e cioè che fosse una signora tanto spilorcia.
Quando, ubriachi di sogni, le scrivevamo una lettera pieno di affettuosa diplomazia chiedendole, per esempio un’automobile capace di contenere tutti noi fratelli e di portarci a spasso per casa, la vecchia fingeva di non capire. E dal suo pingue sacco lasciava cadere un piccolo autoveicolo, delle dimensioni della nostra mano, con la carica che funzionava male e un autista alto due centimetri, dall’aspetto idiota, il quale inoltre si poteva guardare solo di profilo perché era fatto di due pezzi, e, visto di faccia, mostrava il taglio divisorio.
A mezzo di nostra madre, che ci faceva da messaggera presso quel mondo di spiriti, noi facevamo pervenire alla vecchia le nostre proteste; ma la Befana ci mandava a dire che le spiaceva tanto. L’automobile da noi descritta costava trecento lire, e dalle verifiche d’amministrazione risultava che la signora nostra madre aveva spedito per le spese un modesto assegno di cinque lire. Per ricevere la macchina richiesta, ci compiacessimo dunque di favorire le restanti lire 295. “Ma dunque è una vecchia venale! – pensavamo sdegnati. – E’ una volgare bottegaia, è una speculatrice!”. Bei discorsi da farsi a noi! Ma allora, se si doveva pagare, tanto valeva andare alla bottega di Bianchelli.
E meditavamo, per far dispetto alla vecchia e lederla nelle sue mire interessate, di essere pessimi, così da costringerla a darci solo il carbone che costa poco e, almeno, serve a cuocere gli spaghetti. Invece le automobili che ci mandava lei non servivano nemmeno a portare a spasso le formiche.
Sapevamo bene che, a causa delle complicate gerarchie celesti, non avremmo mai potuto accostare la vecchia direttamente; ma da un suo ritratto del libro dei racconti, in cui ella appariva secca e spilungona, con occhi vivi e piccolo naso a becco, si deduceva benissimo la sua natura spilorcia e superba. Papà Natale invece, ritratto in altra pagina, ci conquistò col suo viso rosso e bonario e la cordiale pinguedine. Allora decidemmo di non servirci più per i nostri acquisti presso la Ditta della Befana diventando invece clienti di Papà Natale; e celebrammo tale defezione con rito significativo, e cioè col grido di “Abbasso la Befana!” seguito dal lancio di uno sputo. Scrivemmo quindi a Papà Natale una elaboratissima lettera nella quale astutamente stuzzicammo il suo spirito di concorrenza e spiegandogli che il suo fascino e la sua beltà ci avevano spinto a preferirlo gli chiedevamo doni ricchissimi, quali veri cannoni e carri armati e, da parte mia, una bambola di statura umana, vestita alla scozzese, adorna di una collana di perle, e capace di dire papà e mammà.
Il mattino della festa, il mio fratello minore assicurò di avere udito nella notte non più, come gli anni scorsi, la voce della Befana, chioccia e fina come uno spillo; ma un vocione forte come quello di un bue, benevolmente grasso e festoso. Questa notizia ci elettrizzò, e fra gridi entusiastici corremmo alla tavola dei doni. Ma qui dovevamo persuaderci che l’ingannevole vecchio non era meno avaro della sua concorrente: vicino a tre o quattro cannoncini di stagno, non più lunghi di un dito mignolo, sedeva la mia bambola scozzese. Non era tanto piccola, ma il mio occhio esperto e sprezzante vide subito che era stata comperata sui carrettini. Lungi dal dire papà e mammà emetteva, a comprimerla sulla pancia, un ambiguo miagolio.
Quanto all’abito scozzese, molto ben fatto a dire il vero, mi parve di riconoscere in esso, con sommo stupore, la stessa stoffa di un vecchio vestito di mia madre. Il vecchio utilizzava dunque per le sue strenne gli stracci della famiglia. E la collana, composta con arte in triplice giro e adorna di una medaglietta argentata, era però fatta di quelle perline di vetro che costano dieci un soldo.
– E’ una vera camorra! – esclamammo delusi, ripetendo la frase prediletta di nostro padre. Ed io, presa la bambola e sollevatale con rabbia la veste, la bastonai. Poi la buttai sotto il divano fra polvere e ragnatele. Allora mia madre andò a raccoglierla e le rassettò il vestito dicendo che era bellissima; e nel dir questo la sua piccola bocca tremava, come a chi sta per piangere.

Memorie & ricordi, AA.VV.

-@-@-@-

“Non il diario, non la foto di classe
neppure i centimetri o il peso,
di me ne sa più la pelle
di quanto son cresciuto e con che gusto
è tutto scritto qui, è tutto giusto:
la macchiolina chiara sulla spalla,
l’impronta della varicella,
tutte le cadute in bici
una dopo l’altra, cicatrici
il graffio del mio cane era un gioco,
il segno del fiammifero
quando ho scoperto il fuoco,
il taglio che mi ha fatto la conchiglia,
nessuno è uguale a me o mi somiglia.
Su gomiti e ginocchi c’è una storia,
se chiedo alla mia pelle
lei la sa a memoria.”

Silvia Vecchini,  Poesie della notte, del giorno, di ogni cosa intorno – Topipittori

Digressione

SE, Joseph Rudyard Kipling

Se riuscirai a tener salda la testa
quando tutti la perdono e te ne fanno una colpa;
Se riuscirai a credere in te quando tutti ne dubitano
ma anche a tener conto del loro dubbio;
Se saprai aspettare e non stancarti di aspettare
e calunniato non rispondere alla calunnia
senza cercare di sembrare troppo buono
né di parlare troppo saggio:

Se riuscirai a sognare senza fare del sogno il tuo padrone
e a pensare senza fare del pensiero il tuo scopo;
Se riuscirai ad affrontare Trionfo e Rovina
e a trattare allo stesso modo questi due impostori;
Se riuscirai a sopportare che le tue verità
siano distorte dai furfanti per abbindolare gli sciocchi
e vedendo infrante le cose cui dedicasti la vita
metterti a ricostruirle coi tuoi logori arnesi:

Se riuscirai a fare un mucchio di tutte le tue vincite
e a rischiarle in un solo colpo a testa e croce
e perdere e ricominciare daccapo
senza fare parola della tua perdita;
Se riuscirai a serrare cuore, tendini e nervi
quando sono sfiniti
e a tenere duro quando in te altro non resta
che la forza di dire: “Tieni duro!”

Se riuscirai a dire il vero anche quando parli alla folla
e a camminare con i Re rimanendo te stesso;
Se il nemico non potrà ferirti ma nemmeno l’amico più caro;
Se per te tutti conteranno ma nessuno troppo;
Se riuscirai a riempire il minuto che passa
dando il suo valore a ogni secondo;
Tuo sarà il mondo e tutto ciò che contiene
e – quel che più conta – tu sarai un uomo, figlio mio!
 

 

 

 

IF

 

If you can keep your head when all about you
Are losing theirs and blaming it on you,
If you can trust yourself when all men doubt you,
But make allowance for their doubting too;
If you can wait and not be tired by waiting,
Or being lied about, don’t deal in lies,
Or being hated, don’t give way to hating,
And yet don’t look too good, nor talk too wise:

If you can dream—and not make dreams your master;
If you can think—and not make thoughts your aim;
If you can meet with Triumph and Disaster
And treat those two impostors just the same;
If you can bear to hear the truth you’ve spoken
Twisted by knaves to make a trap for fools,
Or watch the things you gave your life to, broken,
And stoop and build ’em up with worn-out tools:

If you can make one heap of all your winnings
And risk it on one turn of pitch-and-toss,
And lose, and start again at your beginnings
And never breathe a word about your loss;
If you can force your heart and nerve and sinew
To serve your turn long after they are gone,
And so hold on when there is nothing in you
Except the Will which says to them: ‘Hold on!’

If you can talk with crowds and keep your virtue,
Or walk with Kings—nor lose the common touch,
If neither foes nor loving friends can hurt you,
If all men count with you, but none too much;
If you can fill the unforgiving minute
With sixty seconds’ worth of distance run,
Yours is the Earth and everything that’s in it,
And—which is more—you’ll be a Man, my son!

 

“Rewards and Fairies”,  Joseph Rudyard Kipling

 

 

Digressione

Alexis de Tocqueville, DEMOCRACY IN AMERICA / LA DEMOCRAZIA IN AMERICA (1840)

Volume II

Sezione II
INFLUENZA DELLA DEMOCRAZIA SUI SENTIMENTI DEGLI AMERICANI

Capitolo XIV
COME L’AMORE DEI BENI MATERIALI SI COLLEGA PRESSO GLI AMERICANI ALL’AMORE DELLA LIBERTÀ E ALLA CURA DEI PUBBLICI AFFARI.

Quando uno stato democratico si volge alla monarchia assoluta, l’attività, che precedentemente si esercitava sugli affari pubblici come sui privati, si concentra improvvisamente solo su questi ultimi e ne consegue per qualche tempo una grande prosperità materiale; poi il movimento si rallenta e lo sviluppo della produzione si arresta.
Non so se si possa citare un solo popolo commerciante e manifatturiero, dai fenici fino ai fiorentini e agli inglesi, che non sia stato anche un popolo libero. Vi è, dunque, fra la libertà e l’industria uno stretto legame e un rapporto necessario.

Ciò è generalmente vero per tutte le nazioni, ma specialmente per le nazioni democratiche.
Ho fatto vedere sopra come gli uomini che vivono nei secoli democratici abbiano continuo bisogno di associarsi per procurarsi tutti i beni che desiderano e, d’altra parte, ho mostrato come la grande libertà politica perfezioni e diffonda fra loro l’arte di associarsi. La libertà in questi secoli è dunque particolarmente utile alla produzione della ricchezza. Si può vedere, invece, come il dispotismo le sia particolarmente nemico.
Nei secoli democratici il potere assoluto non è per sua natura crudele o selvaggio, ma è minuzioso e assillante. Un dispotismo di questa specie, benché non calpesti l’umanità, è direttamente opposto allo spirito commerciale e alle tendenze dell’industria.
Perciò gli uomini dei tempi democratici hanno bisogno di essere liberi per potersi procurare più facilmente i beni materiali che desiderano tanto ardentemente.
Tuttavia accade qualche volta che l’amore eccessivo che essi provano per questi beni li metta nelle mani del primo padrone che si presenta; allora, la passione del benessere si volge contro se stessa ed allontana da sé, senza accorgersene, l’oggetto dei suoi desideri.
Vi è effettivamente nella vita dei popoli democratici un trapasso molto pericoloso.
Quando presso uno di questi popoli l’amore dei beni materiali si sviluppa più rapidamente della civiltà e delle abitudini dalla libertà, viene un momento in cui gli uomini sono trascinati e quasi stravolti dalla vista dei nuovi beni che stanno per afferrare. Preoccupati solo dalla cura di fare fortuna, non vedono più lo stretto legame che unisce la fortuna particolare di ciascuno alla prosperità di tutti: allora non occorre strappare a tali cittadini i diritti che posseggono, poiché essi stessi se li lasciano volentieri sfuggire. L’esercizio dei doveri politici sembra loro un noioso contrattempo che li distrae dal lavoro. Sia che si tratti di scegliere dei rappresentanti o di prestare man forte all’autorità o di discutere insieme le cose comuni, il tempo manca loro ed essi non possono perderlo in lavori inutili. Sono, tutti questi, giochi da oziosi, che non convengono a uomini gravi, occupati negli interessi seri della vita.
Questi uomini credono di seguire la dottrina dell’interesse, ma se ne fanno un’idea molto grossolana e, per meglio curare quelli che chiamano i loro affari, trascurano l’interesse principale che è quello di restare padroni di se stessi.
Poiché i cittadini che lavorano non vogliono più pensare ai pubblici affari e non esiste più una classe che assuma questo incarico per occupare il tempo disponibile, il posto del governo è vuoto. Se in questo momento critico un individuo ambizioso e abile riuscirà a impadronirsi dei potere, troverà aperta la via a tutte le usurpazioni.
Se curerà per qualche tempo che tutti gli interessi materiali prosperino, sarà lasciato facilmente libero in tutto il resto. Egli deve anzitutto garantire il buon ordine. Gli uomini che hanno la passione dei beni materiali di solito si accorgono che le agitazioni della libertà turbano il benessere, prima di accorgersi come la libertà serva a procurarlo; perciò al minimo rumore delle passioni pubbliche che penetrano in mezzo ai piccoli godimenti della vita privata essi si svegliano e si inquietano; per molto tempo la paura dell’anarchia li tiene in sospeso, sempre pronti a rinunciare alla libertà al primo disordine che si verifichi.
Convengo senza difficoltà che la pace pubblica è un grande bene, ma non voglio tuttavia dimenticare che proprio attraverso il buon ordine i popoli sono arrivati alla tirannide. Da ciò non consegue certamente che i popoli debbano disprezzare la pace pubblica, ma questa da sola non deve ad essi bastare. Una nazione che domanda al suo governo solo il mantenimento dell’ordine è già schiava in fondo al cuore; schiava del suo benessere, mentre da un momento all’altro può apparire l’uomo che la deve asservire.
Il dispotismo delle fazioni non è meno temibile di quello di un uomo.
Allorché la massa dei cittadini si vuole occupare solo degli affari privati, i più piccoli partiti possono impadronirsi del potere.
Allora non è raro vedere sulla vasta scena del mondo, come sui teatri, una moltitudine rappresentata da pochi uomini, i quali soli parlano in nome di una folla assente o disattenta, soli agiscono in mezzo all’universale immobilità e dispongono a capriccio di ogni cosa; cambiano le leggi e tiranneggiano a loro piacere i costumi, tanto che si resta meravigliati nel vedere come un grande popolo possa cadere nelle mani di pochi individui indegni e deboli.
Gli americani hanno finora evitato felicemente tutti gli scogli che ho indicato e perciò meritano veramente la nostra ammirazione.
Non vi è forse sulla terra un paese in cui si incontrino meno oziosi che in America e in cui tutti quelli che lavorano siano più alacri nella ricerca del benessere; però, se la passione degli americani per i beni materiali è fortissima, non è cieca; e la ragione, impotente a moderarla, la dirige.
L’americano si occupa dei suoi privati interessi come se fosse solo nel mondo; ma poco dopo si dedica alla cosa pubblica come se li avesse dimenticati. Ora egli appare animato dalla più egoistica cupidigia, ora dal patriottismo più vivo. Il cuore umano non potrebbe dividersi in tal modo. Gli abitanti degli Stati Uniti manifestano alternativamente una passione tanto forte e tanto simile per il benessere e per la libertà, che è da credere che queste passioni si uniscano e si confondano in qualche parte della loro anima. Gli americani vedono effettivamente nella libertà il migliore strumento e la più grande garanzia del loro benessere; amano quindi queste due cose l’una per l’altra. Non pensano dunque affatto che non tocchi a loro occuparsi degli affari pubblici, ma credono invece che il loro principale interesse sia di assicurarsi da se stessi un governo, che permetta loro di acquistare i beni che desiderano e che non impedisca di godere tranquillamente quelli che hanno già acquistati.

Volume II

Section II
INFLUENCE OF DEMOCRACY ON THE FEELINGS OF AMERICANS

Chapter XIV
HOW THE TASTE FOR PHYSICAL GRATIFICATIONS IS UNITED IN AMERICA TO LOVE OF FREEDOM AND ATTENTION TO PUBLIC AFFAIRS

When a democratic state turns to absolute monarchy, the activity that was before directed to public and to private affairs is all at once centered on the latter. The immediate consequence is for some time, great physical prosperity, but this impulse soon slackens and the amount of productive industry is checked. I do not know if a single trading or manufacturing people can be cited, from the Tyrians down to the Florentines and the English who were not a free people also. There is therefore a close bond and necessary relation between these two elements, freedom and productive industry.

This proposition is generally true of all nations, but especially of democratic nations. I have already shown that men who live in ages of equality have a continual need of forming associations in order to procure the things they desire; and, on the other hand, I have shown how great political freedom improves and diffuses the art of association. Freedom in these ages is therefore especially favorable to the production of wealth; nor is it difficult to perceive that despotism is especially adverse to the same result.
The nature of despotic power in democratic ages is not to be fierce or cruel, but minute and meddling. Despotism of this kind though it does not trample on humanity, is directly opposed to the genius of commerce and the pursuits of industry.
Thus the men of democratic times require to be free in order to procure more readily those physical enjoyments for which they are always longing. It sometimes happens, however, that the excessive taste they conceive for these same enjoyments makes them surrender to the first master who appears. The passion for worldly welfare then defeats itself and, without their perceiving it, throws the object of their desires to a greater distance.
There is, indeed, a most dangerous passage in the history of a democratic people. When the taste for physical gratifications among them has grown more rapidly than their education and their experience of free institutions, the time will come when men are carried away and lose all self-restraint at the sight of the new possessions they are about to obtain. In their intense and exclusive anxiety to make a fortune they lose sight of the close connection that exists between the private fortune of each and the prosperity of all. It is not necessary to do violence to such a people in order to strip them of the rights they enjoy; they themselves willingly loosen their hold. The discharge of political duties appears to them to be a troublesome impediment which diverts them from their occupations and business. If they are required to elect representatives, to support the government by personal service, to meet on public business, they think they have no time, they cannot waste their precious hours in useless engagements; such idle amusements are unsuited to serious men who are engaged with the more important interests of life. These people think they are following the principle of self-interest, but the idea they entertain of that principle is a very crude one; and the better to look after what they call their own business, they neglect their chief business, which is to remain their own masters.
As the citizens who labor do not care to attend to public affairs, and as the class which might devote its leisure to these duties has ceased to exist, the place of the government is, as it were, unfilled. If at that critical moment some able and ambitious man grasps the supreme power, he will find the road to every kind of usurpation open before him. If he attends for some time only to the material prosperity of the country, no more will be demanded of him. Above all, he must ensure public tranquillity: men who are possessed by the passion for physical gratification generally find out that the turmoil of freedom disturbs their welfare before they discover how freedom itself serves to promote it. If the slightest rumor of public commotion intrudes into the petty pleasures of private life, they are aroused and alarmed by it. The fear of anarchy perpetually haunts them, and they are always ready to fling away their freedom at the first disturbance.
I readily admit that public tranquillity is a great good, but at the same time I cannot forget that all nations have been enslaved by being kept in good order. Certainly it is not to be inferred that nations ought to despise public tranquillity, but that state ought not to content them. A nation that asks nothing of its government but the maintenance of order is already a slave at heart, the slave of its own well-being, awaiting only the hand that will bind it. By such a nation the despotism of faction is not less to be dreaded than the despotism of an individual. When the bulk of the community are engrossed by private concerns, the smallest parties need not despair of getting the upper hand in public affairs. At such times it is not rare to see on the great stage of the world, as we see in our theaters, a multitude represented by a few players, who alone speak in the name of an absent or inattentive crowd: they alone are in action, while all others are stationary; they regulate everything by their own caprice; they change the laws and tyrannize at will over the manners of the country, and then men wonder to see into how small a number of weak and worthless hands a great people may fall.
Hitherto the Americans have fortunately escaped all the perils that I have just pointed out, and in this respect they are really deserving of admiration. Perhaps there is no country in the world where fewer idle men are to be met with than in America, or where all who work are more eager to promote their own welfare. But if the passion of the Americans for physical gratifications is vehement, at least it is not indiscriminate; and reason, though unable to restrain it, still directs its course.
An American attends to his private concerns as if he were alone in the world, and the next minute he gives himself up to the common welfare as if he had forgotten them. At one time he seems animated by the most selfish cupidity; at another, by the most lively patriotism. The human heart cannot be thus divided. The inhabitants of the United States alternately display so strong and so similar a passion for their own welfare and for their freedom that it may be supposed that these passions are united and mingled in some part of their character. And indeed the Americans believe their freedom to be the best instrument and surest safeguard of their welfare; they are attached to the one by the other. They by no means think that they are not called upon to take a part in public affairs; they believe, on the contrary, that their chief business is to secure for themselves a government which will allow them to acquire the things they covet and which will not debar them from the peaceful enjoyment of those possessions which they have already acquired.

Digressione

4 novembre 1918 – Bollettino della vittoria

Comando Supremo, 4 Novembre 1918, ore 12

Bollettino di guerra n. 1268

La guerra contro l’Austria-Ungheria che, sotto l’alta guida di S.M. il Re, duce supremo, l’Esercito Italiano, inferiore per numero e per mezzi, iniziò il 24 Maggio 1915 e con fede incrollabile e tenace valore condusse ininterrotta ed asprissima per 41 mesi è vinta.

La gigantesca battaglia ingaggiata il 24 dello scorso Ottobre ed alla quale prendevano parte cinquantuna divisioni italiane, tre britanniche, due francesi, una cecoslovacca ed un reggimento americano, contro settantatre divisioni austroungariche, è finita.

La fulminea e arditissima avanzata del XXIX corpo d’armata su Trento, sbarrando le vie della ritirata alle armate nemiche del Trentino, travolte ad occidente dalle truppe della VII armata e ad oriente da quelle della I, VI e IV, ha determinato ieri lo sfacelo totale della fronte avversaria. Dal Brenta al Torre l’irresistibile slancio della XII, dell’VIII, della X armata e delle divisioni di cavalleria, ricaccia sempre più indietro il nemico fuggente.

Nella pianura, S.A.R. il Duca d’Aosta avanza rapidamente alla testa della sua invitta III armata, anelante di ritornare sulle posizioni da essa già vittoriosamente conquistate, che mai aveva perdute.

L’Esercito Austro-Ungarico è annientato: esso ha subito perdite gravissime nell’accanita resistenza dei primi giorni e nell’inseguimento ha perdute quantità ingentissime di materiale di ogni sorta e pressoché per intero i suoi magazzini e i depositi. Ha lasciato finora nelle nostre mani circa trecento mila prigionieri con interi stati maggiori e non meno di cinque mila cannoni.

I resti di quello che fu uno dei più potenti eserciti del mondo risalgono in disordine e senza speranza le valli, che avevano disceso con orgogliosa sicurezza.

Comandante Supremo del Regio Esercito
Armando Diaz

– * -*-*-

Numero dei militari italiani caduti per causa della I Guerra Mondiale secondo l’Albo d’Oro: 529.025

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23 ottobre 1920, nasce Gianni Rodari – IL SEMAFORO BLU

Una volta il semaforo che sta a Milano, in piazza del Duomo fece una stranezza. Tutte le sue luci, ad un tratto, si tinsero di blu, e la gente non sapeva più come regolarsi.
– “Attraversiamo o non attraversiamo? Stiamo o non stiamo?”
Da tutti i suoi occhi, in tutte le direzioni, il semaforo diffondeva l’insolito segnale blu, di un blu che così blu il cielo di Milano non era stato mai.
In attesa di capirci qualcosa gli automobilisti strepitavano e strombettavano, i motociclisti facevano ruggire lo scappamento e i pedoni più grassi gridavano:
– “Lei non sa chi sono io!”
Gli spiritosi lanciavano frizzi: – Il verde se lo sarà mangiato il commendatore, per farci una villetta in campagna.
– Il rosso lo hanno adoperato per tingere i pesci ai Giardini.
– Col giallo sapete che ci fanno? Allungano l’olio d’oliva.
Finalmente arrivò un vigile e si mise in mezzo all’incrocio a districare il traffico. Un altro vigile cercò la cassetta dei comandi per riparare il guasto, e tolse la corrente.
Prima di spegnersi il semaforo blu fece in tempo a pensare: “Poveretti! Io avevo dato il segnale di “via libera” per il cielo. Se mi avessero capito, ora tutti saprebbero volare. Ma forse gli è mancato il coraggio.”

Gianni Rodari, Favole al telefonoverkami_9f5ba78d25908f201d7865bed90da566

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13 settembre 1916, nasce Roald Dahl – BOY, Nostalgia

Roald Dahl alla sua scrivania nel 1990, ultimo anno della sua vita.

Roald Dahl alla sua scrivania nel 1990, ultimo anno della sua vita.

Durante tutto il primo trimestre al St Peter’s ebbi nostalgia di casa. La nostalgia è un po’ come il mal di mare. Non puoi immaginarti come sia spaventoso finché non ne soffri e, quando ti prende, ti arriva come un pugno nello stomaco e vorresti morire. La sola consolazione è che entrambi questi mali si risolvono di colpo. La nostalgia di casa sparisce appena abbandoni i confini della scuola e il mal di mare appena la nave entra in porto.
Durante le prime due settimane ero così disperatamente malato di nostlagia che decisi di tentare un trucco per farmi rimandare a casa, non fosse che per qualche giorno. La mia idea era di simulare un fulminante attacco di appendicite.
Probabilmente giudicherete idiota che un bambino di nove anni si creda capace di sostenere una commedia del genere, ma io avevo le mie buone ragioni per pensarlo.

Soltanto un mese prima la mia sorellastra, che aveva dodici anni più di me, si era effettivamente ammalata di appendicite e per molti giorni prima dell’operazione avevo potuto osservare da vicino il suo comportamento. Avevo notato che si lamentava soprattutto di un forte dolore al ventre, in basso a destra. Poi vomitava, si rifiutava di mangiare e aveva la febbre.
Forse vi interesserà comunque sapere che a mia sorella l’appendice non venne tolta nella sala operatoria di un bell’ospedale dalle luci splendenti e dalle infermiere in camice bianco, ma sulla tavola della nostra stanza dei giochi dal medico di famiglia e dal suo anestesista. A quei tempi era normale veder arrivare il dottore a casa vostra con la sua borsa di strumenti, ricoprire la tavola più adatta con un telo sterile e emettersi al lavoro. Mi ricordo che spiavo dal corridoio nella stanza, durante l’operazione, in compagnia delle mie sorelle; stavamo lì affascinati, ascoltando il sommesso mormorio dei medici dietro la porta chiusa a chiave e immaginando che la paziente avesse la pancia aperta nel mezzo, come un bue squartato. Potevamo anche fiutare l’odore nauseabondo dell’etere che filtrava da sotto la porta.
Il giorno dopo ci permisero di ammirare l’appendice in un vaso di vetro. Sembrava un verme nerastro, piuttosto lungo, e io chiesi: «Anch’io ne ho uno cosi in pancia, Tata?».
«Tutti ce l’hanno» rispose la Tata.
«E a cosa serve?».
«Le vie del Signore sono un mistero» sentenziò lei: era la formula d’uso, quando non sapeva cosa rispondere.
«E cos’è che lo fa ammalare? »
«I peli dello spazzolino da denti» rispose, stavolta senza la minima esitazione.
«I peli dello spazzolino da denti?» esclamai. «Ma come può un pelo far ammalare un’appendice? »
La Tata, che ai miei occhi era depositaria di una saggezza superiore a quella di Salomone, rispose.
«Quando un pelo si stacca dallo spazzolino e tu lo inghiotti, s’infilza nella tua appendice e la fa marcire. Durante la guerra» continuò, «le spie tedesche riuscirono a introdurre nei nostri magazzini intere casse di spazzolini con i peli che venivano via, e milioni di nostri soldati si ammalarono d’appendicite».
«Davvero, Tata?» esclamai. «E’ proprio vero?».
«Io non dico mia bugie, lo sai» rispose lei. «Che ti serva da lezione: non usare mai spazzolini da denti consumati».
Motivo per cui, continuai ad angosciarmi per molti anni ogniqualvolta mi rimaneva un pelo di spazzolino sulla lingua.

Quando salii a bussare alla porta scura della sorvegliante, non avevo nemmeno più paura.
«Avanti! » tuonò la sua voce.
Avanzai con una mano contratta sulla parte destra dello stomaco, barcollando pateticamente.
«Che ti succede?» urlò la Sorvegliante e la stessa potenza della sua voce le fece tremare il petto come un enorme budino gelatinoso.
«Mi fa male, signora Sorvegliante» gemetti. «Tanto male! Proprio qui!».
«Avrai mangiato troppo» abbaiò lei. «Cosa vi aspettate dopo aver ingurgitato dolci per tutto il giorno!».
«Sono giorni che non mangio» mentii. «Non potevo mandar giù niente, proprio niente!»
«Stenditi sul letto e calati i calzoni» ordinò.

Mi stesi e lei cominciò a tastarmi con malgarbo la pancia con le dita.
Io spiavo i suoi gesti e, quando premette dove supponevo ci fosse l’appendice, cacciai un urlo da far tremare i vetri. «Ohi ohi ohi» gridai. «No, lì no, signora Sorvegliante!». Poi giocai la mia carta decisiva. «Ho vomitato per tutta la mattina» gemetti, «e ora non ho più niente da rimettere. Ma mi sento sempre così male!».

Avevo colpito il segno. La vidi esitare. «Resta dove sei» disse e uscì rapidamente dalla stanza. Poteva anche essere una donna brutale e crudele, ma aveva fatto i suoi bravi corsi da infermiera e non voleva ritrovarsi con un caso di peritonite tra le mani.
Il dottore arrivò circa un’ora dopo e a sua volta premette e tastò e io strillavo quando credevo che fosse il caso. Poi mi mise il termometro in bocca.
«Mmm» fece: «temperatura normale. Fammi dare un’altra occhiata alla tua pancia».
«Ahia!» urlai, quando sfiorò il punto cruciale.
Il dottore uscì seguito dalla Sorvegliante. Questa tornò mezz’ora dopo annunciando: «Il Direttore ha telefonato a tua madre. Verrà a prenderti nel pomeriggio». Non feci commenti. Restai rannicchiato sforzandomi di sembrare il più ammalato possibile, ma il mio cuore cantava di gioia.

Tornai a casa attraverso il canale di Bristol sul battello a pale, così felice di andarmene lontano dall’odiata scuola che per un pelo non mi dimenticai che mi credevano malato. Nel pomeriggio fui visitato dal dottor Dunbar nel suo ambulatorio in Cathedral Road, a Cardiff, e cercai dì recitare nuovamente la stessa commedia. Ma il dottor Dunbar era assai più perspicace e competente della Sorvegliante o del medico scolastico. Dopo avermi palpato la pancia e avermi sentito strillare come da copione, mi disse: «Rivestiti e siediti qui».
Anche lui andò a sedersi dietro la scrivania e mi fissò con uno sguardo penetrante, ma non malevolo.
«Fai la commedia, eh?» chiese.
«Come lo sa?» sbottai.
«Perché la tua pancia è morbida e perfettamente normale. Se ci avessi un’infiammazione, lo stomaco sarebbe duro e contratto. Semplice».

Rimasi zitto.

«Si tratta di nostalgia, vero?» chiese.
Annuii, malinconicamente.
«Da principio succede a tutti» disse. «Ma devi tener duro. E non avercela con tua madre per averti mandato in collegio. Anzi, lei sosteneva che eri troppo piccolo, ma io l’ho persuasa che era la cosa migliore da fare. La vita è dura, e più presto impari a cavartela, meglio sarà per te».
«E lei cosa dirà alla scuola?» chiesi tremando.
«Dirò che hai avuto una grave infezione intestinale per cui ti ho dato delle pillole» disse sorridendo.
«Questo significa che potrai rimanere a casa ancora per tre giorni. Ma promettimi che non userai più questi trucchi. Tua madre ha già abbastanza problemi senza doversi precipitare a venirti a prendere a scuola».
«Prometto» dissi. «Non lo farò mai più».

Di collezionisti, lucciole e corteggiatori

di-corteggiatori-e-collezionisti

Sto ancora pensando a cosa stiano corteggiando quelle persone sui sentieri, quando con lentezza apro la porta salutando:
– «Ciao!».
Mancavo da ieri mattina in questa stanza, dove un silenzio concentrato mi risponde poco prima di una radio:
– «Numero 89 e 82 passati alle 23.02».
É la seconda notte di gara e le montagne che dietro questi palazzi arroccati sul colle, si allontanano sempre più increspandosi, credo sorridano sentendosi camminate anche in queste ore. Sì, sorridano fra le foglie e i sassi, perché strane creature le hanno scelte come intime amiche, per condividerne fatica e confidenze.
Dallo slargo, subito fuori la Cittadella – che guarda verso nord e da dove provengo – era facile intravederle in lontananza, grazie a quelle luci che portano in fronte, tanto simili alla fredda tonalità delle lucciole. Ed è proprio alle lucciole e al senso di quei coriandoli di non buio, che pensavo nella breve passeggiata che mi ha condotto fino a qui. Se il divenire luminoso di quegli animaletti è in realtà una fase di corteggiamento, può essere che avvenga qualcosa di analogo anche per tutti coloro che sono in corsa? A cosa o a chi staranno facendo il filo? Ad una vita meno facile, ma più autentica? Al cemento, affinché tornando a credere al senso della primavera, si sbricioli per accogliere semi? Al buio perché s’infili, a giorni alterni e cambiando sempre zona (affinché tutti possano beneficiarne) in tutti quei lampioni che ci nascondo il cielo e le stelle?
– «Ricevuto! Inviateci anche gli altri dati grazie».
Alla mia sinistra due postazioni radio, alla mia destra un grande monitor e alcuni computer; fra di loro cinque persone, attente come lo sono i medici dinanzi al complesso disegno del battito di un grande cuore… Fatto di cuori. Sul video solo puntini e righe, colonne con nomi numerati e colorati caratteri, che scivolano sulla parte bassa del video già da molte ore: alcuni fra i maggiori collezionisti di passi si stanno ancor più arricchendo!
Davanti a dodici occhi, una cartina è immersa nel buio silenzioso e nel silenzioso buio immersi, sono coloro che metro dopo metro, sotto un notturno cielo estivo, sono alla ricerca della loro stella. In una tela medioevale – di cui questa città ne è riflesso e sfondo – sarebbero pellegrini ed angeli custodi, nel vasto santuario della natura.

Ogni cosa è al suo posto.
Chiudo la porta.
Tornerò a guardare le lucciole.

-.-.-.-

You road I enter upon and look around, I believe you are not all that is here,
I believe that much unseen is also here.

WALT WHITMAN, Leaves of grass

Sei tu la strada che io percorro mentre mi guardo attorno! Ma tu non sei tutto ciò che c’è qui!
Credo che qui ci sia anche qualcosa che non si vede.

WALT WHITMAN, Foglie d’erba