Digressione

Apa Sherpa, Sagaramāthā e l’educazione

Apa Sherpa, a dispetto del suo desiderio di diventare un dottore, a 12 anni ha abbandonato la scuola per dedicarsi al lavoro di portatore, così da aiutare e sostenere la propria famiglia rimasta orfana della figura paterna.

Raggiunta la vetta dell’Everest per la prima volta il 10 maggio 1990, ha poi avuto la forza ed il coraggio per spingersi nuovamente ed in altre 20 occasioni, a 8.848 metri, al cospetto del Sagaramāthā, il “Dio del cielo”.

Dopo aver ricevuto una laurea honoris causa dall’Università dello Utah nel 2013, i suoi sforzi ora convergono nell’ “Apa Sherpa Foundation” tramite la quale intende farsi portavoce e promotore di scuole e progetti formativi in Nepal, perchè “without education we have no choice.”

Nei cortometraggi che seguono potete meglio conoscere la sua storia. In questo primo lavoro di Sherpas Cinema sponsorizzato , splendide immagini racchiudono ed uniscono la giovinezza del bambino Apa Sherpa alla sua maturità.

In questo secondo video, Merlin Films LLC propone una intervista in studio a Apu Sherpa, intervallata sempre da fotografie e video riguardanti la sua vita.

A questo link, il miglior articolo che racconta la storia di Apu Sherpa, pubblicato sul dailymail.co.uk

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Video

GIRO D’ITALIA – Dino Buzzati, 1949 e Alessandra De Stefano, 2018

Il video è tratto da Raiplay

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SCATTANO CENTO CORRIDORI SULLA STRADA DI GARIBALDI, Dino Buzzati

Palermo, 20 maggio 1949, notte

Tutto è pronto. Tra poche ore, sveglia. E’ venuto il tempo di partire. Dopo le feste, i suoni, i canti, le bandiere, i commoventi evviva di questi due giorni, Palermo dorme, ma con un occhio solo.

Pronte sono le biciclette lustrate come nobili cavalli alla vigilia del torneo. Il cartellino rosa dal numero è fissato al telaio coi sigilli. Il lubrificante le ha abbeverate al punto giusto. I sottili pneumatici lisci e tesi come giovani serpenti. Saldati i bulloni, disposto alla esatta inclinazione il sellino, calcolata al millimetro l’altezza del manubrio. Le biciclette hanno studiato bene, si direbbe hanno imparato tutto quello che c’era da imparare, lo sanno ormai a memoria dopo tante prove, collaudi, controprove. Possibile che si dimentichino sia pure una virgola al momento dell’esame? Pronti gli occulti piani tattici delle scuderie, elaborati fino alla estenuazione dei nervi e dei cervelli. Non c’è ipotesi, contrattempo, sorpresa, agguato della malasorte che non sia stato preveduto: se pioverà, non pioverà, se gli assi attaccheranno a fondo subito, oppure se batteranno la fiacca, se qualche gregario fuggirà, se ci sarà polvere, se farà caldo o freddo e così via. Volumi di sapienza velocipedistica sono condensati in queste misteriose strategie. Il terreno del combattimento è nuovo, almeno in parte. Audacemente nuove parecchie norme: così le tappe volanti, così gli abbuoni per i traguardi di montagna. Ciò dagli stati maggiori ha richiesto calcoli, intuizione, geniali studi senza precedenti. Dal generale al colonnello, giù giù fino all’ultimo soldato è passata, con la massima circospezione, la parola d’ordine. Sapranno i combattenti tenerle fede?

Pronti i soldati, i centodue corridori (eroi forse domani, oppure sconfitti fantaccini in vergognosa fuga?). Ancora stanotte e poi basta con le fantasticherie. Da domani i loro sonni saranno duri, compatti e neri come catrame per ammucchiare tutto il riposo disponibile, non una minima fessura da cui possa penetrare la luce ingannevole dei sogni. Sono preparati. I muscoli hanno raggiunto la elasticità dovuta. Le prescritte centinaia di calorie sono discese nel loro tubo digerente. Il battito del cuore si è stabilizzato al ritmo che i medici hanno indicato. Ciascuno ha pronti il rettangolo di tela cerata col numero di gara e gli spilli per attaccarselo alla schiena. Ciascuno ha pronte le sue armi segrete che gli altri non dovranno sapere, il talismano con dentro la fotografia dei bambini, la medaglia della Madonna prediletta, il vecchio berretto unto e bisunto ma imbattibile come “menabuono”, le scarpette speciali col tacco fatto in un certo modo, le stesse che gli giovarono, tre anni fa, per una vittoria strepitosa. Con meno fantasia uno ha infilato in un taschino della maglia il tubetto della simpamina, un altro ha l’infuso energetico ideato apposta per lui dal farmacista del paese.

Sacchetti dei rifornimenti? Il direttore sportivo di ogni Casa li ha già allestiti con scrupolo paterno, commisurando specie e quantità di cibi al gusto e al fisico di ciascun corridore; a uno il filetto a un altro il pollo lesso, a tutti per lo più zucchero in zollette, panini con burro e marmellata, pasticcini di riso, frutta cotta. Pronto anche l’armamentario del massaggiatore: cerotti, gli unguenti, le embrocations, le purghe di emergenza, i ricostituenti lampo. E poi le “bombe”, i dinamici intrugli, capaci di far balzare una salma dal cataletto come un saltimbanco.

Pronte le bottigliette piene di tè, caffè, acqua minerale. Pronti i pezzi di ricambio. Pronti gli autocarri della pubblicità che trasformeranno l’armata dei corridori in un emozionante corteo di carnevale. Pronte sulle ore cinque le lancette d’allarme delle sveglie per destare in tempo domattina i tifosi di Palermo (non stanchi ancora delle fatiche, urli, resse, tumulti, frenesie di oggi, dinanzi alla cancellata del Politeama, per assistere alla punzonatura). Pronte a Catania, prima tappa, le scritte di gloria per Cerami (pronuncia Seramì) capitano della squadra belga, che a Catania è nato. Pronti i fiori per Corrieri, orgoglio ciclistico della Sicilia. Pronte le circolari dei questori circa l’ ordine pubblico lungo il percorso. Pronti gli striscioni dei traguardi, gli archi trionfali, i festoni, le bande musicali con gli ottoni trasformati in altrettanti specchi. Pronte le matite dei cronisti, le macchine da presa, le radio semoventi. Pronto il fazzoletto giallo che al passaggio della carovana il nostro corrispondente Di Francesco agiterà in segno di riconoscimento all’ingresso di Cefalù, dirimpetto al distributore di benzina.

Ma è pronto anche il nemico, più forte e temibile stavolta di tutti gli anni scorsi. Attenti, signori della strada, non fidatevi. Sì, Palermo vi ha abbracciati come figli, per due giorni non avete avuto intorno che applausi, feste, sorrisi di belle ragazze. Subito dietro c’è però l’amaro. A un esercito irto e tenacissimo dovete dare battaglia fin dal primo giorno; e poi dopodomani e il giorno successivo e sempre ve lo troverete sulla via. Vi lancerà addosso i suoi reggimenti che hanno sinistri nomi: chilometri, si chiamano, nuvole e tuoni (ce n’è già in cielo un minaccioso ammassamento), polvere, salite, scirocco, buche, imbastiture.

Vi scaricheranno acquate diacce sulla schiena, vi sfiancheranno con massacranti saliscendi, vi getteranno sotto le ruote la perfida ghiaietta. Ed ecco la famigerata bucatura, ecco lo scontro, la caduta, i crampi, i foruncoli, la sete, lo sbaglio di strada, la lombaggine, ecco lo scoraggiamento, la solitudine. C’è perfino, tra le armi proibite del  Borbone, la maledetta penalità che brucia, dissolvendo in nulla ore ed ore di epiche fatiche. Così fino in fondo.

Chi terrà duro, o garibaldini senza baionette? Chi diventerà il vostro Garibaldi? Generali ancora non avete, siete soldati semplici finora. I galloni si dovranno conquistare. Si ricomincia daccapo, domattina. La vittoria, col suo volto impenetrabile, sorride indifferente a tutti.

Ci sono tra di voi dei formidabili guerrieri. Quando si parte per una nuova guerra, anche nel cuore più umile possono entrare speranze immense. Non si sa mai. Chi si coprì di gloria nel passato può essere battuto al primo scontro. E chi se ne restò oscuro nelle retrovie forse balzerà in testa come aquila. E poi ci sono le nuove reclute, i ragazzi sconosciuti ai quali può darsi il destino abbia già fatto cenno. Tutto veramente ricomincia, tutte le carte sono ancora coperte e una illusione ugualmente intensa fluttua senza parzialità sopra i partenti.

La grande impresa si ridurrà a un duello tra i due massimi e proverbiali assi? O dalla schiera dei cadetti uscirà all’improvviso il nuovo nome destinato ad attraversare il mondo? Il vecchio Pavesi, lo scopritore di campioni, il rabdomante delle future glorie, il Nestore dei Giri, arriccia un poco, con diplomazia, il suo faccione bonariamente mefistofelico. Forse ha intravisto, fra tanti giovani ancora ignoti, qualcuno che porti i segni della sorte? Si trova qui con noi colui che spegnerà le stelle di Bartali e di Coppi? Ma il vecchio Pavesi sorride senza dire né si né no. «Vedremo», risponde, «domani vedremo». Il prologo è finito. Si apre la prima pagina del romanzo. Si vede una lunga strada sotto il sole, da una parte e dall’altra due siepi di umanità in delirio e in fondo, che si scorge appena, un cosino scuro che si avanza. Dio, come vola! È un uomo in bicicletta a testa bassa, solo, lanciato alla vittoria. Chi è? Chi è? Un rombo di laggiù si approssima, e l’urlo della folla sembra un tuono. Chi è? Ma non si può rispondere. Troppo lontano è ancora.

Tratto da: Dino Buzzati al Giro d’Italia, Oscar Mondadori

 

Digressione

DEL VUOTO E DEL PIENO

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È una legge della fisica: non appena si produce un vuoto da qualche parte, qualcosa viene immediatamente a colmarlo; e questa legge ha anche delle applicazioni nella vita psichica. Quali?… Oh, ce ne sono tante, ma eccone una: quando si dà, si riceve.
Quando avete svuotato i vostri serbatoi interiori perché avete dato il vostro amore e i vostri buoni pensieri a tutte le creature, qualcosa arriva immediatamente dall’alto per riempirvi. Dunque amate e sarete amati, date e vi sarà dato. Date anche ciò che vi manca, e lo otterrete. Desiderate essere illuminati e non sapete come attirare la luce? È semplice: con i pochi barlumi che possedete, sforzatevi di illuminare coloro che sono nell’oscurità. A quel punto, le entità luminose del mondo invisibile verranno a darvi la loro luce.

Omraam Mikhaël Aïvanhov

 

La pienezza del vuoto, MASSIMO CICCOTTI 

Tante volte sentiamo dire «è pieno di sé», oppure «è una persona vuota», o cose simili. Ma cosa vogliono dire queste cose, esattamente? Come spesso accade quando si cerca di spiegare dei luoghi comuni, dei modi di dire che sono entrati nel linguaggio corrente, ci si accorge che questi diventano sfuggenti, evanescenti, difficili da spiegare.

Se si parla del vuoto, non si può non parlare del pieno e viceversa: nella mentalità occidentale il concetto di «pieno» ha una connotazione prevalentemente positiva: «Nel pieno delle sue facoltà mentali…» oppure «Ave Maria, piena di grazia…», anche se uno «pieno di sé» non è il massimo! Il vuoto, invece non è molto simpatico dalle nostre parti, nella nostra cultura spicciola. «E’ una persona vuota» non è un complimento, così come non sono espressioni connotate positivamente «un’esistenza vuota», «quello ha la testa vuota».

Se apriamo l’enciclopedia troviamo: «In fisica, il vuoto è l’assenza di materia in un volume di spazio».

La percezione comune che abbiamo è che le cose, tutte le cose, siano «piene», e che il vuoto sia la mancanza del pieno, il nulla. Secondo la concezione aristotelica del mondo, Naturaabhorretavacuo [la natura rifiuta il vuoto]. Aristotele era giunto a questa conclusione osservando che quando da un luogo viene tolta tutta la materia, producendo appunto il vuoto, immediatamente nuova materia vi si precipita a colmarlo, quindi la materia deve essere ovunque.

La tradizione giudaico-cristiana ha poi ereditato gran parte delle dottrine platoniche e aristoteliche dell’essere del non essere. Agostino, ad esempio, afferma che termini come «vuoto, nulla, tenebre» denotano esclusivamente una «mancanza» e sono relativi a un particolare «stato mentale».

Nella filosofia tedesca successiva il «vuoto» viene a coincidere col «nulla» in senso metaforico all’interno del nichilismo che predica la caduta di tutti i valori privi di fondamento ultimo o metafisico – si pensi a Schopenhauer e Nietzsche: il nulla è appunto il vuoto lasciato dal senso, dal fine, dai valori.

Nella maggioranza delle tradizioni culturali d’Oriente, l’idea di vuoto è invece sinonimo di infinita ricchezza di possibilità, di massima apertura e libertà. Secondo un maestro hindu «Lo stato di vuoto mentale non è la demenza dell’idiota, ma intelligenza sommamente attenta, non distratta da pensieri estranei». Questa idea di vuoto è stata formulata soprattutto dal buddhismo in India, si è poi sviluppata col taoismo in Cina, ed ulteriormente in Giappone, specialmente grazie all’influsso che il buddhismo della Scuola Zen ha esercitato nelle arti. Il vuoto, quindi, non come semplice negazione del pieno, ma come «entità di per sé esistente». Del vuoto, infatti, è possibile avere un’esperienza positiva attraverso le forme d’arte orientali che, invece di «rappresentare» un oggetto, «presentano» il vuoto tra le cose, ciò che le individua e distingue.

Il titolo con cui è comunemente tradotto il LieZi, uno dei più importanti classici taoisti, è IlVeroLibrodellaSublimeVirtùdelCavoedelVuoto, dove Virtù (Te) sta per virtualità, cioè potenzialità. Per il taoismo il vuoto è costitutivo dell’universo quanto il pieno. Ma leggiamo qualche passo del DaoDeJing di Laozi a proposito del vuoto.

«Coloro che nell’antichità erano abili nella Via,

penetravano l’arcano e comunicavano col mistero,

erano tanto profondi da non poter essere compresi

Chi s’attiene a questa Via non brama d’esser pieno,

e proprio perché non desidera esser colmo

mai completa consunzione lo coglie. » (XV)

Lo spazio tra cielo e terra, quanto è simile a un mantice di fucina!

Svuotato non si esaurisce mai;

messo in moto, produce sempre di più. (V)

«Ciò che è piegato diventa intero.

Ciò che è tortuoso diventa dritto,

Ciò che è vuoto diventa pieno…»

Il Dao di cui si parla non è il vero Dao

I Nomi che si usano non sono i veri Nomi

Il nome “non-essere” indica l’inizio del Cielo e della Terra

Il nome “essere” indica la madre dei diecimila esseri

Così, grazie al costante alternarsi del “non-essere” e dell’ “essere” che si vedranno

dell’uno il prodigio, dell’altro i confini.

Questi due, sebbene abbiano un’origine comune, sono designati con nomi diversi.

Ciò che essi hanno in comune, io lo chiamo il Mistero,

il Mistero Supremo, la porta di tutti i prodigi. (I)

Difatti: l’Essere e il non Essere si generano l’un l’altro…

Il difficile e il facile si completano l’un l’altro,

Il lungo e il corto di formano l’uno dall’altro;

l’alto e il basso si invertono l’un l’altro;

il prima e il dopo si seguono l’un l’altro (II)

La Via è vuota; nonostante l’uso non si riempie mai. (IV)

Secondo la tipica circolarità del pensiero orientale, tutto ciò che «esiste» (l’universo) ha origine da ciò che «non-esiste»: il «manifesto» presuppone e trova origine nel «non-manifesto» . La forma è generata dal senza forma, così come la forma porterà al senza forma. Questa «esistenza prima dell’esistenza», questa potenzialità non ancora espressa, è indicata col termine Dao. Dao è l’inesprimibile, l’inspiegabile, è il «caos»1 originario, l’unità indifferenziata ma feconda, dal cui ventre nasce la vita.

Mistero, in effetti, è tale duplice aspetto del Dao: l’ineffabile Uno che ingloba tutta la realtà dicibile. La realtà in tutta la sua molteplicità deriva direttamente, organicamente dall’Uno in un rapporto di generazione e non per un atto di creazione.

È incredibile come la scienza moderna sia vicina alla visione taoista:

«Oggi l’idea di una natura che ha orrore del vuoto è cambiata radicalmente: la natura non aborre affatto il vuoto anzi, l’Universo è quasi ovunque vuoto ed è semmai la materia che ora costituisce l’eccezione. (…). La meccanica quantistica, ossia la teoria che descrive il comportamento originale e imprevedibile delle particelle subatomiche (elettroni, fotoni, quark, ecc.) ha una visione del tutto nuova di vuoto: essa lo immagina pervaso da continue fluttuazioni energetiche dalle quali si genera materia. (…). Uno dei risultati più straordinari della fisica del microcosmo è l’avere scoperto che lo spazio vuoto non è affatto vuoto: appare tale solo perché la creazione e la distruzione incessante di particelle ed altre strane entità si verifica in esso su intervalli temporali brevissimi e tali comunque da non lasciare allo sperimentatore il tempo materiale per la loro rilevazione. (…). Questa incredibile proprietà del vuoto scaturisce dalla combinazione della meccanica quantistica con la relatività di Einstein. Una conseguenza diretta della meccanica quantistica (o fisica dei quanti) è il principio di indeterminazione di Heisenberg il quale afferma che il mondo microscopico possiede un’incertezza di fondo: l’impossibilità di determinare con precisione assoluta i parametri fisici delle particelle di piccole dimensioni. Nel vuoto questa incertezza si manifesta sotto forma di piccole fluttuazioni energetiche che vanno e vengono senza sosta e che in parte si convertono in entità materiali. La teoria della relatività, attraverso la famosa equazione E=mc² (energia uguale massa per velocità della luce al quadrato), suggerisce infatti che l’energia possa trasformarsi in materia e viceversa. Per la precisione la materia si genera a partire dall’energia sotto forma di particella e antiparticella (ad esempio elettrone e positone insieme) dalla vita brevissima: per tale motivo esse vengono chiamate «virtuali». Le particelle virtuali quanto più sono grandi tanto meno vivono, ma in quel breve lasso di tempo potrebbero anche diventare reali (cioè particelle effettive) se potessero disporre di una fonte di energia adeguata. (…). Dal vuoto sarebbe addirittura nato l’Universo intero. Non è infatti da escludere che anche il Cosmo si sia materializzato dal nulla in seguito ad una gigantesca fluttuazione quantistica del vuoto: le leggi della fisica, come abbiamo visto, non escludono una simile eventualità.»

Lao Zi ama usare i paradossi per prendere in contropiede determinate abitudini di pensiero: preferire il debole al forte, il non-agire all’agire, il femminile al maschile, il sotto al sopra, l’ignoranza alla conoscenza. Ma il paradosso più radicale consiste nell’affermare che il nulla ha più valore di qualcosa, il vuoto ha più valore del pieno:

Trenta raggi convergono nel mozzo

Ma è proprio dove non c’è nulla che sta l’utilità della ruota

Si plasma l’argilla per farne un recipiente

Ma è proprio dove non c’è nulla che sta l’utilità del recipiente

Si aprono porte e finestre per fare una stanza

Ma è dove non c’è nulla che sta l’utilità della stanza

Così il «c’è» presenta delle opportunità, che il «non c’è» trasforma in utilità

(Lao Zi,11)

Abbiamo visto che per l’Oriente il vuoto non è un’entità negativa e non è da confondere con l’inesistenza tout court. Esiste il pieno, ed esiste il vuoto: il vuoto non è semplicemente l’assenza del pieno. E’ come una cavità ricolma di nulla, ma pronta e disponibile ad accogliere e a elargire, a ricevere e a dare. Il vuoto è indefinito, indifferenziato e, quindi, con infinite possibilità di trasformazione.

Nella tradizione orientale, e in particolar modo nel taoismo, pieno e vuoto sono due aspetti delle cose, come yinyang. Niente di totalmente pieno esiste; niente di totalmente vuoto esiste. Anche nel pieno più spinto vi è perlomeno la potenzialità del vuoto; anche nel vuoto più spinto c’è la potenzialità del pieno.

Può una cosa, qualsiasi cosa, essere e rimanere completamente piena? No. Può una cosa essere e rimanere completamente vuota? No. «Quando lo yinraggiunge il suo culmine, produce lo yang; quando lo yangraggiunge il suo culmine, produce lo yin».

La Via del Cielo, quanto è simile all’atto di tendere un arco!

Quel ch’è alto viene abbassato, quel ch’è basso viene innalzato,

quello che eccede viene ridotto, quel che difetta viene accresciuto.

La Via del Cielo è di diminuire a chi ha in eccedenza

e di aggiungere a chi non ha a sufficienza. (LXXVII)

Secondo la filosofia yin-yang il vuoto-pieno dovrebbe essere equilibrato dinamicamente, perché la staticità non esiste in natura. Senza fine, quindi, è nell’universo l’alternanza tra vuoto e pieno. Così, la persona che vuole seguire la via naturale, che vuole essere in armonia col Tao, deve riprodurre in sé quest’alternanza. Se il pieno e il vuoto fossero esattamente equivalenti, se lo yine lo yangfossero esattamente ripartiti, saremmo in una situazione statica, morta. Perché sia possibile la differenziazione, la vita, ci deve essere uno squilibrio che metta in moto le cose, squilibrio che evolva dinamicamente. Quindi la soluzione è l’ennesimo paradosso: dalla tensione, dallo squilibrio, deriva l’armonia dell’universo!

Noi però tendiamo ad essere sempre pieni: siamo pieni esternamente (le nostre case sono piene di vestiti, scarpe, mobili, utensili domestici ed altre cose – perlopiù inutili – che non usiamo da molto tempo) e siamo pieni internamente: opinioni, preconcetti, conoscenze (per la maggior parte statiche: non molti sono disposti a mettere in discussione ciò che già sanno), preferenze… tutto ciò che abbiamo accumulato nel corso della nostra vita.

Ed ecco l’attualità del pensiero taoista: solo creando un poco di vuoto nella nostra vita si crea la possibilità che qualcosa di nuovo arrivi. Finché restiamo emozionalmente carichi di sentimenti vecchi ed inutili non avremo spazio per nuove opportunità. Vuotiamo le nostre case dagli oggetti inutili, solo così si troverà lo spazio per circondarci di cose nuove. L’atteggiamento di «conservare» genera la stagnazione, l’assenza di movimento che rovina la nostra vita.

Celeberrima è la storiella zen dello studioso che va a trovare il saggio e gli chiede di istruirlo. Per prima cosa il maestro zen fa accomodare l’ospite e gli serve del té. Gli pone la tazza di fronte e inizia a versare la bevanda; la tazza si riempie, e lui continua a versare. Finché, alle rimostranze dello studioso, replica: «Anche tu sei come questa tazza: sei pieno. Se prima non ti svuoti, come posso io insegnarti qualcosa?».

Non c’è errore più grande che approvare i desideri.

Non c’è disgrazia più grande che non sapere avere a sufficienza

Non c’è torto più grande che il desiderio di ottenere

Poiché sapere che abbastanza è abbastanza,

significa avere sempre a sufficienza. (XLVI)

1 Il greco chaos deriva da una forma più antica che corrisponde al latino cavusdai cui l’italiano cavo. Si è poi passati dal significato di «spazio vuoto» a quello di massa disordinata, indistinta: il caos è quanto esisteva, per la mitologia greca, all’origine di tutto, prima degli dei e del mondo. Nei miti probabilmente più antichi il caos era concepito come il vuoto.

Fonte: La Stampa, La bussola d’oro

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14 Marzo 2018, STEPHEN HAWKING – Discorso alle Paralimpiadi di Londra 2012

 

Ever since the dawn of civilisation, people have craved for an understanding of the underlying order of the world. Why is it as it is, and why it exists at all. But, even if we do find a complete theory of everything, it is just a set of rules and equations. What is it that breathes fire into the equations, and makes a universe for them to describe?

Sin dagli albori della civiltà, l’uomo ha ardentemente desiderato comprendere le regole che sottostanno all’ordine del mondo. Perché è così com’è e perché esiste. Ed anche se trovassimo una teoria del tutto, in fin dei conti ci ritroveremmo solo con un insieme di regole ed equazioni. Cos’è che soffia il fuoco nelle equazioni e crea l’universo che le formula?

7m40s

We live in a universe governed by rational laws that we can discover and understand. Look up at the stars, and not down at your feet. Try to make sense of what you see, and wonder about what makes the universe exist. Be curious.

Viviamo in un universo governato da leggi razionali che possiamo scoprire e comprendere. Guardate le stelle in alto e non in basso verso i vostri piedi. Provate a dare un significato a ciò che vedete e domandatevi cosa fa esistere l’universo. Siate curiosi.

15m00s

There ought to be something very special about the boundary conditions of the Universe, and what can be more special than that there is no boundary? And there should be no boundary to human endeavour.

Deve esserci qualcosa di eccezionale in merito ai confini dell’universo e cosa può essere più eccezionale del fatto che non esistano confini? E tantomeno dovrebbero esistere confini all’impresa umana…

3h6m55s

When Isaac Newton saw an apple fall to the ground, he suddenly realized that it must be the same force that holds together the beautiful system of the sun, the planets and the comets. This gravity is the same force that can draw us into a black hole, never to return!

Quando Isaac Newton vide una mela cascare a terra, improvvisamente si rese conto che doveva essere la stessa forza a tenere insieme il bellissimo sistema solare, i pianeti e le comete. Questa gravità è la stessa forza che può attirarci in un buco nero, per non farci tornare mai più!

3h17m45s

The Large Hadron Collider at CERN is the largest most complex machine in the world, possibly the universe. By smashing particles together at enormous energies, it recreates the conditions of the Big Bang. The recent discovery of what looks like the Higgs Particle is a triumph of human endeavour and international collaboration. It will change our perception of the world and has the potential to offer insights into a complete theory of everything.

Il Grande Collisore di Adroni al CERN è la macchina più complessa e più grande del mondo, forse dell’universo. Facendo scontrare le particelle ed ottenendo enormi quantità di energie, vuole ricreare le condizioni del Big Bang. La recente scoperta di quella che sembra essere la particella di Higgs è il trionfo dello sforzo umano e delle collaborazioni internazionale. Cambierà la nostra percezione del mondo e ha il potenziale di spalancarci le porte verso la teoria del tutto.

3h24m45s

The Paralympic Games is also about transforming our perception of the world. We are all different, there is no such thing as a standard or run-of-the-mill human being, but we share the same human spirit. What is important is that we have the ability to create. This creativity can take many forms, forms, from physical achievement to theoretical physics. However difficult life may seem there is always something you can do, and succeed at. The Games provide an opportunity for athletes to excel, to stretch themselves and become outstanding in their field. So let us together celebrate excellence, friendship and respect. Good luck to you all.

Anche i Giochi Paralimpici possono trasformare la nostra percezione del mondo. Siamo tutti differenti l’uno dall’altro, non esiste un essere umano standard, ma tutti condividiamo la stessa natura umana. Ciò che è fondamentale è la nostra abilità di creare. Creatività che può avere molte forme, forme che vanno dalle realizzazioni concrete alla fisica teorica. Per quanto la vita possa sembrare difficile, c’è sempre qualcosa che potete fare e nel quale ottenere soddisfazioni. I giochi rappresentano l’opportunità per gli atleti di eccellere, di migliorarsi e diventare, nel loro ambito, straordinari. E quindi celebriamo insieme l’eccellenza, l’amicizia e il rispetto. Buona fortuna a tutti voi!

3h32m4s

In merito all’intervento di Stephen Hawkings in apertura dei Giochi Paralimpici di Londra 2012:  www.ctc.cam.ac.uk/news/120829_newsitem.php

Video

8 marzo 1978 – ECCE BOMBO, Nanni Moretti

Ecce bombo diretto ed interpretato ad Nanni Moretti, esce nelle sale l’8 marzo 1978.

Un piccolo cult-movie, il film racconta per brevi scene successive la solitudine e la profonda decadenza della mitologia quotidiana di tutta una generazione (Buttafava) incapace di andare al fondo delle proprie contraddizioni ma anche spaventata dalla propria paura dei sentimenti. Caustico e crudele, il film soffre però di una certa frammentarietà e non riesce ancora a trasformare (come Moretti saprà fare in seguito) la sua vitale aggressività e la sua disillusione da rabbia narcisistica in sofferta scelta morale.

Paolo Mereghetti

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No, veramente, non mi va. Ho anche un mezzo appuntamento al bar con gli altri. Senti, ma che tipo di festa è? Non è che alle dieci state tutti a ballare i girotondi e io sto buttato in un angolo, no? Ah no, se si balla non vengo. No, allora non vengo. Che dici, vengo? Mi si nota di più se vengo e me ne sto in disparte o se non vengo per niente? Vengo. Vengo e mi metto, così, vicino a una finestra, di profilo, in controluce. Voi mi fate: «Michele vieni di là con noi, dai». E io: «Andate, andate, vi raggiungo dopo». Vengo, ci vediamo là. No, non mi va, non vengo. Eh no, sì. Ciao, arrivederci. Buonasera.

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E’… diciamo che al limite sto così. Però io sentivo che le risate tue, lui che cercava di essere allegro, lo capisco, perché io ho fatto finta fino a un paio d’ore fa. Io sono rientrato da due ore e ho fatto finta. Ho fatto finta. Adesso la mattina quando esco faccio finta, vado a prendere un caffé e faccio finta, fumo una sigaretta e faccio finta, dico due parole in una certa maniera e faccio finta… Stasera un’altra mazzata l’ho avuta tipo facendo un incontro: ho incontrato un etiope – un mio amico, studente universitario etiope – e ci siamo incontrati dopo diverso tempo, lui adesso ha preso la laurea, eccetera, e ci siamo trovati a parlare della situazione e io lì facevo finta…

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Penso che sbagliamo quasi tutto, nei rapporti con le donne, tra noi, con lo studio, in famiglia, nel lavoro. Io vorrei che noi parlassimo, veramente. Per cercare di cambiarci, di essere diversi, nei comportamenti, dai nostri nonni. Per essere ma veramente, nelle cose di tutti i giorni, rivoluzionari.

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Ciao, come stai, sì, senti, no, sono un po’ bloccato. Ti volevo dire se ci si poteva innamorare di me… Ti volevo dire se ci potevamo vedere per innamorarci di me… Sono innamorato di te. Ti volevo vedere per parlarti… Sono molto bloccato, mi intimidisci molto.

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Michele: Senti, che lavoro, me n’ero dimenticato, che lavoro fai?
Cristina: Be’, mi interesso di molte cose: cinema, teatro, fotografia, musica, leggo…
Michele: Concretamente?
Cristina [disorientata]: Non so cosa vuoi dire.
Michele: Come non sai, cioè, che lavoro fai?
Cristina: Nulla di preciso.
Michele: Be’, come campi?
Cristina: Mah, te l’ho detto: giro, vedo gente, mi muovo, conosco, faccio delle cose.
Michele: E l’affitto?
Cristina: Vivo con mio fratello e non lo pago.
Michele: Be’, dico, i vestiti?
Cristina: Eh, un amico, per esempio, che va a Londra, gli dico di portarmi delle cose, degli
Michele: Questa sigaretta qui?
Cristina: Ho incontrato un amico stamattina e mi ha dato due pacchetti di queste….

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Digressione

Ore 7.15, 21 febbraio 1916 – La battaglia di Verdun ed i pagliacci

La battaglia di Verdun si aprì alle 7.15 del 21 febbraio con un colpo d’artiglieria tedesca ed è considerata una fra le più sanguinosa della storia: gli storici stimano che la concentrazione dei caduti raggiunse una media di tre vittime ogni metro quadrato superando le 300 mila perdite umane. Perdite provocate per la più parte dall’artiglieria pesante che spazzò via soldati che nemmeno riuscirono a vedersi in volto e scorgere veramente il nemico. A dimostrarlo alcune ricerche che parlano di 5.000 cannoni su trenta chilometri di fronte (in media uno ogni 6 metri) e 37 milioni di proiettili esplosi, 15 da parte francese e 22 da parte tedesca.

Il nonno di Leo Bassi – uno dei più noti pagliacci contemporanei – venne arruolato nell’esercito francese nella prima guerra mondiale e spedito proprio nelle trincee di Verdun dove riuscì a salvare un cane. Da uomo di circo, addestrò l’animale insegnandoli poi dei giochi con il meraviglioso intento di portare qualche sorriso a quegli sventurati uomini costretti a vivere nelle trincee fra fango e freddo, sotto una pioggia vera e dell’artiglieria, nell’odore di sangue e morte.

Ignoro quale fosse il suo nome e se vi siano altre foto di lui, ma ritengo che non serva sapere altro. Questa foto basta. Non v’è bisogno di aggiungere altro per capire che tipo di uomo era costui.

LEO BASSI CANE

Il testo che segue è frutto di una traduzione del testo spagnolo presente sulla pagina facebook di Leo Bassi

Il 21 febbraio 1916 iniziò la sanguinosa battaglia di Verdun tra tedeschi e francesi: 300 000 giovani europei morirono in 10 mesi combattendo in modo disumano, lungo un fronte di soli 12 km.

Il nonno di Leo Bassi, pagliaccio, venne mandato lì e per miracolo si salvò, tornato a casa prese ad odiare la borghesia, trasformandosi in un anarchico internazionalista e antimilitarista.

Avendo visto morire i suoi 2 compagni, anch’essi clown, in questa assurda contesa, giurò di educare i propri figli con valori pacifisti, e così avvenne anche nei miei confronti.

Della fanciullezza Leo ricorda le chiacchierate del nonno a favore della laicità e dell’amicizia tra popoli e il fervore della sua convinzione per quello che vedeva come la “missione” del circo e del clown: unire le persone al di sopra dei confini.

Gli raccontò anche di come salvò un cane impazzito per le esplosioni delle granate e di come questo animale divenne mascotte di tutta la sua unità, regalando momenti di salute mentale in un mondo folle.

Per conoscere Leo Bassi e la sua filosofia teatrale, quest’articolo de La Stampa:  LEO BASSI IL DIVINO BUFFONE

 

Digressione

SAN VALENTINO – WISLAWA SZYMBORSKA, Un amore felice

Un amore felice. È normale?
È serio? È utile?
Che se ne fa il mondo di due esseri
che non vedono il mondo?

Innalzati l’uno verso l’altro senza alcun merito, 

i primi qualunque tra un milione, ma convinti
che doveva andare così — in premio di che? Di nulla;
la luce giunge da nessun luogo —
perché proprio su questi, e non su altri?
Ciò offende la giustizia? Sì.
Ciò infrange i princìpi accumulati con cura?
Butta giù la morale dal piedistallo? Sì, infrange e butta giù.

Guardate i due felici:
se almeno dissimulassero un po’,
si fingessero depressi, confortando così gli amici!
Sentite come ridono – è un insulto.
In che lingua parlano – comprensibile all’apparenza.
E tutte quelle loro cerimonie, smancerie,
quei bizzarri doveri reciproci che s’inventano —
sembra un complotto contro l’umanità!

È difficile immaginare dove si finirebbe
se il loro esempio fosse imitabile.
Su cosa potrebbero contare religioni, poesie,
di che ci si ricorderebbe, a che si rinuncerebbe,
chi vorrebbe restare più nel cerchio.

Un amore felice. Ma è necessario?
Il tatto e la ragione impongono di tacerne
come d’uno scandalo nelle alte sfere della Vita.
Magnifici pargoli nascono senza il suo aiuto.
Mai e poi mai riuscirebbe a popolare la terra,
capita, in fondo, di rado.
Chi non conosce l’amore felice
dica pure che in nessun luogo esiste l’amore felice.

Con tale fede gli sarà più lieve vivere e morire.

 

Wisława Szymborska

(Traduzione di Pietro Marchesani)

 

∗∗∗

Miłość szczęśliwa

Miłość szczęśliwa. Czy to jest normalne,
czy to poważne, czy to pożyteczne −
co świat ma z dwojga ludzi,
którzy nie widzą świata?

Wywyższeni ku sobie bez żadnej zasługi,
pierwsi lepsi z miliona, ale przekonani,
że tak stać się musiało − w nagrodę za co? za nic;
światło pada znikąd −
dlaczego właśnie na tych, a nie innych?
Czy to obraża sprawiedliwość? tak.
Czy narusza troskliwie piętrzone zasady.
strąca ze szczytu morał? Narusza i strąca.

Spójrzcie na tych szczęśliwych:
gdyby się chociaż maskowali trochę,
udawali zgnębienie krzepiąc nim przyjaciół!
Słuchajcie, jak się śmieją − obraźliwie.
Jakim jeżykiem mówią − zrozumiałym na pozór.
A te ich ceremonie, ceregiele,
wymyślne obowiązki względem siebie −
wygląda to na zmowę za plecami ludzkości!

Trudno nawet przewidzieć, do czego by doszło,
gdyby ich przykład dał się naśladować.
Na co liczyć, by mogły religie, poezje,
o czym by pamiętali, czego zaniechano,
kto by chciał zostać w kręgu.

Miłość szczęśliwa. Czy to jest konieczne?
Takt i rozsądek każą milczeć o niej
jak o skandalu z wysokich sfer Życia.
Wspaniałe dziatki rodzą się bez jej pomocy.
Przenigdy nie zdołałyby zaludnić ziemi,
zdarza się przecież rzadko.

Niech ludzie nie znający miłości szczęśliwej
twierdzą, że nigdzie nie ma miłości szczęśliwej.

Z tą wiarą lżej im będzie i żyć, i umierać.

Wisława Szymborska

 

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Racconto di Natale – DESTINATARIO SCONOSCIUTO, Alessandro D’Avenia

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Stefano Occhipinti è un postino che fa le sue consegne in bicicletta, anche quando nevica. E in questo Natale di crisi la neve si è accanita contro le strade della città, quasi potesse lavarle definitivamente. Ma si sa che la città degli uomini è troppo polverosa per essere lavata dalla neve. Il 24 dicembre è l’ultima giornata di lavoro dell’anno. Stefano solca la neve lentamente e sul suo volto c’è la stanchezza buona di un lavoro compiuto. Stefano ha imparato da suo padre che nella vita non è importante la parte, ma la recitazione. Che tu sia Re, Buffone o Postino, quel che conta è che tu sia un bravo Re, Buffone o Postino. Per lui essere un buon postino è portare le lettere al destinatario, anche quando ne è rimasta solo una e si è fatto tardi e si potrebbe rimandare al giorno dopo.
E in fondo al sacco ne è rimasta una.
Stefano è rimasto solo con la neve. La gente ha già acceso le luci colorate della vigilia e le facciate dei palazzi sembrano aver perso la loro ordinaria e ripetitiva tristezza.
Legge sulla busta: non c’è l’indirizzo. C’è il francobollo e c’è una lettera da un foglio a giudicare dal peso della busta, conosce bene il suo mestiere, le sue dita sanno determinare il contenuto di ogni busta dal solo peso. Ma purtroppo la busta è bianca come la neve che, nuova, si poggia sulla vecchia.
Stefano è un postino a fine giornata, il 24 dicembre. La neve continua a cadere e lo trasforma in un fantasma nel buio. Ha una busta senza destinatario. Il suo turno è finito. Si avvicina ad un cestino per buttare la lettera. E se fosse una lettera importante? Se ne dipende qualcosa di vitale, in quel Natale?
La apre. Spiega il foglio e legge:

…ti amo, ti amo, ti amo, ti amo, ti amo, ti amo, ti amo, ti amo,
ti amo, ti amo, ti amo, ti amo, ti amo, ti amo,
ti amo, ti amo, ti amo, ti amo, ti amo, ti amo, ti amo, ti amo, ti amo,
ti amo, ti amo, ti amo, ti amo, ti amo, ti amo, ti amo, ti amo, ti amo, ti amo, ti amo,
ti amo,
ti amo, ti amo, ti amo, ti amo,
ti amo, ti amo, ti amo, ti amo, ti amo, ti amo, ti amo,
ti amo, ti amo, ti amo, ti amo, ti amo, ti amo…

Si ferma perché quella parola è scritta sul fronte e sul retro di quel foglio centi­naia di volte e assomiglia ad una poesia, dal momento che gli a capo non sono regolari. Guarda i fiocchi di neve, che – si sa – sembrano tutti uguali, ma a guardare bene si scopre che non uno è uguale all’altro, perché ciascuno dispone i suoi cristalli in modo perfettamente geometrico, ma sempre nuovo e diverso. Un caos ordinato, o un ordine caotico?
Stefano riprende a leggere. Anche se c’è scritta una sola cosa, ogni «ti amo» ha una grafia leggermente diversa, ora una «t» è più lunga, ora una «o» più arrotondata, ora una «a» più schiacciata, ora una «i» più slanciata. Come se ogni «ti amo», apparentemente uguale all’altro, fosse unico e nuovo a saperlo scrivere e a saperlo leggere come si deve. Ma per vedere certe cose bisogna averci gli occhi aperti. Spalancati. E questo Stefano lo sa, perché se c’è una cosa che il suo mestiere gli ha insegnato è che l’essenziale è leggere bene nome e cognome e indirizzo su una busta.
Dopo l’ultimo «ti amo», non c’è scritto più nulla. Follie da innamorati. Neanche una firma. Anzi al posto della firma, in basso a destra galleggiava un altro «ti amo». Quasi fosse quella la firma, il nome e il cognome del mittente.
Stefano alza gli occhi dal foglio e li costringe a ripercorrere al contrario la caduta dei fiocchi come chi cerca la sorgente di un fiume. Si perdono, fiocchi e occhi, nel cielo buio e compatto della vigilia, come se si potesse spaccare da un momento all’altro. Tutto sembra così simile a quella lettera in quella notte. Tutto è così calmo in quella notte. Tutto è così consueto e nuovo in quella notte. Come un «ti amo» pronunciato all’infinito, ma sempre diverso. Basta guardare la neve cadere dal cielo nelle proprie mani.

L’essenziale è visibile agli occhi.

FONTE: www.profduepuntozero.it

PASSI

Camera 352
“Te la senti di camminare? Hai voglia di muovere qualche passo?”
Lei non risponde, ma prende il suo braccio rendendolo leva e si alza…

In simili presepi, inevitabilmente, rinasce il valore figurativo quanto reale di ogni “passo” e del loro concatenarsi: l’equilibrio continuamente s’infrange per sempre ricomporsi, in una ritualità che solo le spiagge del mare conoscono. Passo come unità base, lettera che diviene parola, poi frase, discorso e libro, con il quale scrivere storie, anche minuscole ed invisibili perché personali, anche preziose poiché fragili.

I primi passi

Abbiamo bisogno, quanto più spesso, di percepire la nostra essenza/presenza – sfidando paure e spaventi, sbagli o imprevisti, vento, fulmini o chissà quali prove o dolori – per sentirci forti fino in fondo e liberi, liberi anche di sbagliare e padroni del destino; o per dirlo in altre parole, per gustarci la saporita pietanza che qualcuno ha chiamato la carne dell’orso. Eppure, sfido chiunque a non ritrovarla sul proprio palato o sentirsene già sazio.

Proveniamo dalle onde di un mondo che è pancia e nasciamo già con la forza per attraversare una cascata che separa il buio dalla luce. Minuscole pinne ci vengono immediatamente rinnegate al contatto dell’aria, in uno scambio che forse equo non è, ma tramite il quale veniamo deposti da un regno, per subito esserne incoronati in un altro. Reame quest’ultimo che ha bisogno di mesi, per insegnarci il valore di ciò che ci circonda, dove il cadere ed il rialzarsi non sono altro che sinonimi, letti solo dal basso verso l’alto o viceversa. La madre da una parte che trattiene, domandando un braccio, dall’altra il padre che risponde chiedendo una mano e nel mezzo, prima dei metri e dei sorrisi, montagne di bernoccoli e paludi di lividi. E poi è solo questione di matematica e di operazioni infinite! Una moltiplicazione dei passi per se stessi, elevandoli talvolta a potenza, consentendogli infine di divenire espressione: parentesi aperta per strade o direzioni… Fino al momento in cui il viaggio finisce – momento in cui “lui” incontra “lei” – per puntare tutto, ogni giorno, ogni risorsa, sull’altra persona, seguendola sempre, su strade in salita o coperte di ghiaccio, ritrovandosi in fine a dividersi, per contarsi in tre, quattro, cinque…

Dove lui incontra lei

Sono assolutamente convito che conserviamo e custodiamo già il gusto di numerosi bocconi d’orso, tanto che forse, ogni forchettata in più, rischia di divenirci (oltre che fatale) indigesta ed insapore: ci abituiamo ad ogni cosa e tutto – fra fiducia ed ostinazione, possibile od impossibile – si confonde. Siamo troppo brevi, siamo la storia delle foglie d’autunno eppure viviamo senza coscienza profonda: lasciamo vita dietro di noi, come i bambini con i giocattoli, appena chiamati a merenda. Quanto spesso accade che assuefatti al pensiero di una mancanza, perdiamo di vista concrete presenze?

Sono passati pochi giorni dall’operazione: mamma ha appena ripreso a camminare; mio padre invece, più volte al giorno, la raggiunge da un piccolo albergo, dove si è trasferito, per starle più vicino. Ed è qui, in questo loro momentaneo recinto – la camera 352 per l’appunto – che li osservo, senza farmi scorgere, immaginando un “passo” mai fatto, da condividere insieme.

L’idea è arrivata ieri sera, ripercorrendo o sfogliando, la strada o le fotografie, sin qui vissute con loro: l’immagine frontale mi ritrae bambino, su una spiaggia, con un mare invisibile ed un accappatoio a strisce bianche rosse.

Al mare

Li porterò al mare.

Scenderemo dalla macchina e mano nella mano, ci muoveremo in quell’equilibrio, che esiste fra l’essere ancora figlio, ma non ancora genitore, sulla giostra del malinconico entusiasmo che per portarci avanti chiede il biglietto dei ricordi, di un tempo che non c’è più.

Questa storia partecipa al Blogger Contest 2017″

 

 

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24 ottobre 1917, CAPORETTO – Agostino Tonetto

AGOSTINO TONETTO

 

Slovenia, 22 ottobre 1917

Carisima Moglie

In questo momento ricevi la tua cara letera In datta del 16 mi son molto aralegrato nel sentire che godi una buona salute e io ne godo molto a sentire che stai bene e cosi sentire dei nostri Cari bambini e di tutta la intiera famiglia, io quando sento che state tutti bene io mi alegro che al meno Idio vi lasi la salute a tutti voi. Io, Cara moglie, ti asiquro che di salute sto benisimo di salute io neo abastansa ringrasio idio per ora che sto benisimo e cosi spero che il buon dio vi lasia tutti voi in buona salute, e per conto delle mie condisioni e sempre lo steso e per conto che mi disi del mangiar e conforme li giorni dei giorni si mangia al suo bisogno e dei giorni si bate un fianco.

Carisima Moglie, Intesi nela tua letera che mi disi dei bambini che stano bene e che qualche volta li viene qualche freve come il solito melo in magino anche io sara in causa della stagione e in causa dei pomi che mangia speriamo che cambiera la stagione ogni tanto teneli purgati come il solito e dali qualche po di chinino che spero che non li vera piu. Intesi che mi disi che aldo non vuol andare alla squola dili che il vada a squola che e meglio per lui e dili che sel va squola quando vengo casa io li portero qualche bel Giogatolo e cosi dili alla maria che li portero una bella pupa pur che i vada sempre a squola quando e buon tempo e dili a aldo che se nol va io non lo meno piu via con me quando vengo casa.

Intesi che mi disi de il luva che neavete fato 40 di roseto e 12 di raboso mi pare che nesia venuto abastansa son propio contento che al meno fate un po di vino per bere e anche guadagnar qualche cosa.

Cara moglie, Intesi che mi disi dei pomi che ne avete ancora due o tre viagi e che i vendete bene abastansa mi disi anche a sesanta speriamo di guadagnare qualche cosa sepimi dire che conti che fano in erbaria perche deve fare dei conti grosi a quei presi che val i pomi e spero che queli che avete casa andara anche di piu, dunque sepimi dire come va con il danaro. Intesi che mi disi che sei stanca di combater cosi io telo chredo ma che vuoi fare porta pasiensa che quando idio vora terminera anche questa dolorosa Guerra e alora se idio mi lasia vero io a farti compagnia che e quasi sedici mesi che tribolo e mi trovo stanco anche io ma molto e devo portare pasiensa e cosi mi ricomando non pensa a nula e dati sempre coragio che speriamo che cambiera anche questa schifosa guerra e portate sempre pasiensa tutti che io ne porto piu di voi in dove mi trovo.

Cara moglie, tu non tiai spiegato di nula ariguardo della chiamata di ottavio io spero che forse non sara stato chiamato almeno avesimo quella furtuna che non andase via lui seno siamo proprio in malora del tutto io mi aspetava una bruta notisia ma in vese spero di no, che al meno dio vi conserva voi tutti in famiglia e che podetevi rangiarvi in qualche modo se capita qualche nova sepimi dire subito ma io spero di no che ormai non vero piu.

Io termino il mio schrito con darti i piu cari salutti e baci di mio quore e cosi ai nostri Cari bambini che non mi dimentichero mai di voi e cosi dali i piu sinceri saluti al papa e la nona e ottavio e Giordano in tesi che si trova ancora al solito e quando cambia sepimi dire e cosi saluti e baci a gnagno e la Ida e tutta la tua famiglia e la marieta e Vincenso e la sua famiglia e Luigi Barbassi e famiglia e mio compare Pasqualin in tesi che mi disi che sta poco bene mi dispiace e saluta tutti i parenti e amici Adio tuo marito che ti ama per sempre Augusto.

Adio tutti di famiglia e coragio sempre buondi ciao
tanti ai cari Bambini di tuto quore e te adio Coragio sempre

Agostino Tonetto

Cavallino (VE) , 8 febbraio 1883 / 25 ottobre 1917

Militare, 97° reggimento fanteria, brigata Genova, soldato

Agostino Tonetto, che talvolta nelle lettere si firma Augusto, arriva in zona di guerra il 17 ottobre del 1916 e non tornerà più a casa. Della sua storia conosciamo quasi tutto, tranne il giorno esatto e il luogo in cui ha perso la vita: si sono perse le tracce a partire dal 24 ottobre 1917. Presidiava con la brigata Genova il tratto di fronte di Caporetto e nel Registro dei fogli matricolari c’è scritto che si presume sia morto il 25 ottobre 1917 “in uno dei vari combattimenti del ripiegamento suddetto”. Il ripiegamento non può che essere, per l’appunto, quello di Caporetto.

Fin quando non se ne perdono le tracce, Tonetto scrive costantemente a casa – l’ultima lettera giunta a casa è del 22 ottobre – alla moglie Cecilia alla quale, come capita in molti nuclei famigliari travolti dalla guerra, spetta il duro compito di portare avanti le mansioni tradizionalmente maschili oltre a quelle femminili. Agostino, che manifesta un attaccamento viscerale alla famiglia e alla sua terra, racconta in maniera schietta quel che succede al fronte e quali sono le sue preoccupazioni, sforzandosi il più possibile di guidare la moglie nelle faccende con consigli e raccomandazioni.

Cecilia continuerà ad attendere a lungo il ritorno del marito. La mancanza di notizie certe sul suo decesso alimenta una speranza che si rivelerà vana. Come racconta la famiglia in una nota a margine del diario: “Anche parecchi anni dopo nelle sere in cui il vento faceva scricchiolare le porte, Cecilia zittiva i figli sperando di sentire i passi del marito che tornava a casa”.

La testimonianza di Agostino giunge all’Archivio Diaristico Nazionale nel 2006.

Fonte: L’Espresso