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I VECCHI AVARI, Elsa Morante – Natale 2016

Una cosa ci offendeva nella Befana, e cioè che fosse una signora tanto spilorcia.
Quando, ubriachi di sogni, le scrivevamo una lettera pieno di affettuosa diplomazia chiedendole, per esempio un’automobile capace di contenere tutti noi fratelli e di portarci a spasso per casa, la vecchia fingeva di non capire. E dal suo pingue sacco lasciava cadere un piccolo autoveicolo, delle dimensioni della nostra mano, con la carica che funzionava male e un autista alto due centimetri, dall’aspetto idiota, il quale inoltre si poteva guardare solo di profilo perché era fatto di due pezzi, e, visto di faccia, mostrava il taglio divisorio.
A mezzo di nostra madre, che ci faceva da messaggera presso quel mondo di spiriti, noi facevamo pervenire alla vecchia le nostre proteste; ma la Befana ci mandava a dire che le spiaceva tanto. L’automobile da noi descritta costava trecento lire, e dalle verifiche d’amministrazione risultava che la signora nostra madre aveva spedito per le spese un modesto assegno di cinque lire. Per ricevere la macchina richiesta, ci compiacessimo dunque di favorire le restanti lire 295. “Ma dunque è una vecchia venale! – pensavamo sdegnati. – E’ una volgare bottegaia, è una speculatrice!”. Bei discorsi da farsi a noi! Ma allora, se si doveva pagare, tanto valeva andare alla bottega di Bianchelli.
E meditavamo, per far dispetto alla vecchia e lederla nelle sue mire interessate, di essere pessimi, così da costringerla a darci solo il carbone che costa poco e, almeno, serve a cuocere gli spaghetti. Invece le automobili che ci mandava lei non servivano nemmeno a portare a spasso le formiche.
Sapevamo bene che, a causa delle complicate gerarchie celesti, non avremmo mai potuto accostare la vecchia direttamente; ma da un suo ritratto del libro dei racconti, in cui ella appariva secca e spilungona, con occhi vivi e piccolo naso a becco, si deduceva benissimo la sua natura spilorcia e superba. Papà Natale invece, ritratto in altra pagina, ci conquistò col suo viso rosso e bonario e la cordiale pinguedine. Allora decidemmo di non servirci più per i nostri acquisti presso la Ditta della Befana diventando invece clienti di Papà Natale; e celebrammo tale defezione con rito significativo, e cioè col grido di “Abbasso la Befana!” seguito dal lancio di uno sputo. Scrivemmo quindi a Papà Natale una elaboratissima lettera nella quale astutamente stuzzicammo il suo spirito di concorrenza e spiegandogli che il suo fascino e la sua beltà ci avevano spinto a preferirlo gli chiedevamo doni ricchissimi, quali veri cannoni e carri armati e, da parte mia, una bambola di statura umana, vestita alla scozzese, adorna di una collana di perle, e capace di dire papà e mammà.
Il mattino della festa, il mio fratello minore assicurò di avere udito nella notte non più, come gli anni scorsi, la voce della Befana, chioccia e fina come uno spillo; ma un vocione forte come quello di un bue, benevolmente grasso e festoso. Questa notizia ci elettrizzò, e fra gridi entusiastici corremmo alla tavola dei doni. Ma qui dovevamo persuaderci che l’ingannevole vecchio non era meno avaro della sua concorrente: vicino a tre o quattro cannoncini di stagno, non più lunghi di un dito mignolo, sedeva la mia bambola scozzese. Non era tanto piccola, ma il mio occhio esperto e sprezzante vide subito che era stata comperata sui carrettini. Lungi dal dire papà e mammà emetteva, a comprimerla sulla pancia, un ambiguo miagolio.
Quanto all’abito scozzese, molto ben fatto a dire il vero, mi parve di riconoscere in esso, con sommo stupore, la stessa stoffa di un vecchio vestito di mia madre. Il vecchio utilizzava dunque per le sue strenne gli stracci della famiglia. E la collana, composta con arte in triplice giro e adorna di una medaglietta argentata, era però fatta di quelle perline di vetro che costano dieci un soldo.
– E’ una vera camorra! – esclamammo delusi, ripetendo la frase prediletta di nostro padre. Ed io, presa la bambola e sollevatale con rabbia la veste, la bastonai. Poi la buttai sotto il divano fra polvere e ragnatele. Allora mia madre andò a raccoglierla e le rassettò il vestito dicendo che era bellissima; e nel dir questo la sua piccola bocca tremava, come a chi sta per piangere.

Memorie & ricordi, AA.VV.

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“Non il diario, non la foto di classe
neppure i centimetri o il peso,
di me ne sa più la pelle
di quanto son cresciuto e con che gusto
è tutto scritto qui, è tutto giusto:
la macchiolina chiara sulla spalla,
l’impronta della varicella,
tutte le cadute in bici
una dopo l’altra, cicatrici
il graffio del mio cane era un gioco,
il segno del fiammifero
quando ho scoperto il fuoco,
il taglio che mi ha fatto la conchiglia,
nessuno è uguale a me o mi somiglia.
Su gomiti e ginocchi c’è una storia,
se chiedo alla mia pelle
lei la sa a memoria.”

Silvia Vecchini,  Poesie della notte, del giorno, di ogni cosa intorno – Topipittori

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SE, Joseph Rudyard Kipling

Se riuscirai a tener salda la testa
quando tutti la perdono e te ne fanno una colpa;
Se riuscirai a credere in te quando tutti ne dubitano
ma anche a tener conto del loro dubbio;
Se saprai aspettare e non stancarti di aspettare
e calunniato non rispondere alla calunnia
senza cercare di sembrare troppo buono
né di parlare troppo saggio:

Se riuscirai a sognare senza fare del sogno il tuo padrone
e a pensare senza fare del pensiero il tuo scopo;
Se riuscirai ad affrontare Trionfo e Rovina
e a trattare allo stesso modo questi due impostori;
Se riuscirai a sopportare che le tue verità
siano distorte dai furfanti per abbindolare gli sciocchi
e vedendo infrante le cose cui dedicasti la vita
metterti a ricostruirle coi tuoi logori arnesi:

Se riuscirai a fare un mucchio di tutte le tue vincite
e a rischiarle in un solo colpo a testa e croce
e perdere e ricominciare daccapo
senza fare parola della tua perdita;
Se riuscirai a serrare cuore, tendini e nervi
quando sono sfiniti
e a tenere duro quando in te altro non resta
che la forza di dire: “Tieni duro!”

Se riuscirai a dire il vero anche quando parli alla folla
e a camminare con i Re rimanendo te stesso;
Se il nemico non potrà ferirti ma nemmeno l’amico più caro;
Se per te tutti conteranno ma nessuno troppo;
Se riuscirai a riempire il minuto che passa
dando il suo valore a ogni secondo;
Tuo sarà il mondo e tutto ciò che contiene
e – quel che più conta – tu sarai un uomo, figlio mio!
 

 

 

 

IF

 

If you can keep your head when all about you
Are losing theirs and blaming it on you,
If you can trust yourself when all men doubt you,
But make allowance for their doubting too;
If you can wait and not be tired by waiting,
Or being lied about, don’t deal in lies,
Or being hated, don’t give way to hating,
And yet don’t look too good, nor talk too wise:

If you can dream—and not make dreams your master;
If you can think—and not make thoughts your aim;
If you can meet with Triumph and Disaster
And treat those two impostors just the same;
If you can bear to hear the truth you’ve spoken
Twisted by knaves to make a trap for fools,
Or watch the things you gave your life to, broken,
And stoop and build ’em up with worn-out tools:

If you can make one heap of all your winnings
And risk it on one turn of pitch-and-toss,
And lose, and start again at your beginnings
And never breathe a word about your loss;
If you can force your heart and nerve and sinew
To serve your turn long after they are gone,
And so hold on when there is nothing in you
Except the Will which says to them: ‘Hold on!’

If you can talk with crowds and keep your virtue,
Or walk with Kings—nor lose the common touch,
If neither foes nor loving friends can hurt you,
If all men count with you, but none too much;
If you can fill the unforgiving minute
With sixty seconds’ worth of distance run,
Yours is the Earth and everything that’s in it,
And—which is more—you’ll be a Man, my son!

 

“Rewards and Fairies”,  Joseph Rudyard Kipling

 

 

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Alexis de Tocqueville, DEMOCRACY IN AMERICA / LA DEMOCRAZIA IN AMERICA (1840)

Volume II

Sezione II
INFLUENZA DELLA DEMOCRAZIA SUI SENTIMENTI DEGLI AMERICANI

Capitolo XIV
COME L’AMORE DEI BENI MATERIALI SI COLLEGA PRESSO GLI AMERICANI ALL’AMORE DELLA LIBERTÀ E ALLA CURA DEI PUBBLICI AFFARI.

Quando uno stato democratico si volge alla monarchia assoluta, l’attività, che precedentemente si esercitava sugli affari pubblici come sui privati, si concentra improvvisamente solo su questi ultimi e ne consegue per qualche tempo una grande prosperità materiale; poi il movimento si rallenta e lo sviluppo della produzione si arresta.
Non so se si possa citare un solo popolo commerciante e manifatturiero, dai fenici fino ai fiorentini e agli inglesi, che non sia stato anche un popolo libero. Vi è, dunque, fra la libertà e l’industria uno stretto legame e un rapporto necessario.

Ciò è generalmente vero per tutte le nazioni, ma specialmente per le nazioni democratiche.
Ho fatto vedere sopra come gli uomini che vivono nei secoli democratici abbiano continuo bisogno di associarsi per procurarsi tutti i beni che desiderano e, d’altra parte, ho mostrato come la grande libertà politica perfezioni e diffonda fra loro l’arte di associarsi. La libertà in questi secoli è dunque particolarmente utile alla produzione della ricchezza. Si può vedere, invece, come il dispotismo le sia particolarmente nemico.
Nei secoli democratici il potere assoluto non è per sua natura crudele o selvaggio, ma è minuzioso e assillante. Un dispotismo di questa specie, benché non calpesti l’umanità, è direttamente opposto allo spirito commerciale e alle tendenze dell’industria.
Perciò gli uomini dei tempi democratici hanno bisogno di essere liberi per potersi procurare più facilmente i beni materiali che desiderano tanto ardentemente.
Tuttavia accade qualche volta che l’amore eccessivo che essi provano per questi beni li metta nelle mani del primo padrone che si presenta; allora, la passione del benessere si volge contro se stessa ed allontana da sé, senza accorgersene, l’oggetto dei suoi desideri.
Vi è effettivamente nella vita dei popoli democratici un trapasso molto pericoloso.
Quando presso uno di questi popoli l’amore dei beni materiali si sviluppa più rapidamente della civiltà e delle abitudini dalla libertà, viene un momento in cui gli uomini sono trascinati e quasi stravolti dalla vista dei nuovi beni che stanno per afferrare. Preoccupati solo dalla cura di fare fortuna, non vedono più lo stretto legame che unisce la fortuna particolare di ciascuno alla prosperità di tutti: allora non occorre strappare a tali cittadini i diritti che posseggono, poiché essi stessi se li lasciano volentieri sfuggire. L’esercizio dei doveri politici sembra loro un noioso contrattempo che li distrae dal lavoro. Sia che si tratti di scegliere dei rappresentanti o di prestare man forte all’autorità o di discutere insieme le cose comuni, il tempo manca loro ed essi non possono perderlo in lavori inutili. Sono, tutti questi, giochi da oziosi, che non convengono a uomini gravi, occupati negli interessi seri della vita.
Questi uomini credono di seguire la dottrina dell’interesse, ma se ne fanno un’idea molto grossolana e, per meglio curare quelli che chiamano i loro affari, trascurano l’interesse principale che è quello di restare padroni di se stessi.
Poiché i cittadini che lavorano non vogliono più pensare ai pubblici affari e non esiste più una classe che assuma questo incarico per occupare il tempo disponibile, il posto del governo è vuoto. Se in questo momento critico un individuo ambizioso e abile riuscirà a impadronirsi dei potere, troverà aperta la via a tutte le usurpazioni.
Se curerà per qualche tempo che tutti gli interessi materiali prosperino, sarà lasciato facilmente libero in tutto il resto. Egli deve anzitutto garantire il buon ordine. Gli uomini che hanno la passione dei beni materiali di solito si accorgono che le agitazioni della libertà turbano il benessere, prima di accorgersi come la libertà serva a procurarlo; perciò al minimo rumore delle passioni pubbliche che penetrano in mezzo ai piccoli godimenti della vita privata essi si svegliano e si inquietano; per molto tempo la paura dell’anarchia li tiene in sospeso, sempre pronti a rinunciare alla libertà al primo disordine che si verifichi.
Convengo senza difficoltà che la pace pubblica è un grande bene, ma non voglio tuttavia dimenticare che proprio attraverso il buon ordine i popoli sono arrivati alla tirannide. Da ciò non consegue certamente che i popoli debbano disprezzare la pace pubblica, ma questa da sola non deve ad essi bastare. Una nazione che domanda al suo governo solo il mantenimento dell’ordine è già schiava in fondo al cuore; schiava del suo benessere, mentre da un momento all’altro può apparire l’uomo che la deve asservire.
Il dispotismo delle fazioni non è meno temibile di quello di un uomo.
Allorché la massa dei cittadini si vuole occupare solo degli affari privati, i più piccoli partiti possono impadronirsi del potere.
Allora non è raro vedere sulla vasta scena del mondo, come sui teatri, una moltitudine rappresentata da pochi uomini, i quali soli parlano in nome di una folla assente o disattenta, soli agiscono in mezzo all’universale immobilità e dispongono a capriccio di ogni cosa; cambiano le leggi e tiranneggiano a loro piacere i costumi, tanto che si resta meravigliati nel vedere come un grande popolo possa cadere nelle mani di pochi individui indegni e deboli.
Gli americani hanno finora evitato felicemente tutti gli scogli che ho indicato e perciò meritano veramente la nostra ammirazione.
Non vi è forse sulla terra un paese in cui si incontrino meno oziosi che in America e in cui tutti quelli che lavorano siano più alacri nella ricerca del benessere; però, se la passione degli americani per i beni materiali è fortissima, non è cieca; e la ragione, impotente a moderarla, la dirige.
L’americano si occupa dei suoi privati interessi come se fosse solo nel mondo; ma poco dopo si dedica alla cosa pubblica come se li avesse dimenticati. Ora egli appare animato dalla più egoistica cupidigia, ora dal patriottismo più vivo. Il cuore umano non potrebbe dividersi in tal modo. Gli abitanti degli Stati Uniti manifestano alternativamente una passione tanto forte e tanto simile per il benessere e per la libertà, che è da credere che queste passioni si uniscano e si confondano in qualche parte della loro anima. Gli americani vedono effettivamente nella libertà il migliore strumento e la più grande garanzia del loro benessere; amano quindi queste due cose l’una per l’altra. Non pensano dunque affatto che non tocchi a loro occuparsi degli affari pubblici, ma credono invece che il loro principale interesse sia di assicurarsi da se stessi un governo, che permetta loro di acquistare i beni che desiderano e che non impedisca di godere tranquillamente quelli che hanno già acquistati.

Volume II

Section II
INFLUENCE OF DEMOCRACY ON THE FEELINGS OF AMERICANS

Chapter XIV
HOW THE TASTE FOR PHYSICAL GRATIFICATIONS IS UNITED IN AMERICA TO LOVE OF FREEDOM AND ATTENTION TO PUBLIC AFFAIRS

When a democratic state turns to absolute monarchy, the activity that was before directed to public and to private affairs is all at once centered on the latter. The immediate consequence is for some time, great physical prosperity, but this impulse soon slackens and the amount of productive industry is checked. I do not know if a single trading or manufacturing people can be cited, from the Tyrians down to the Florentines and the English who were not a free people also. There is therefore a close bond and necessary relation between these two elements, freedom and productive industry.

This proposition is generally true of all nations, but especially of democratic nations. I have already shown that men who live in ages of equality have a continual need of forming associations in order to procure the things they desire; and, on the other hand, I have shown how great political freedom improves and diffuses the art of association. Freedom in these ages is therefore especially favorable to the production of wealth; nor is it difficult to perceive that despotism is especially adverse to the same result.
The nature of despotic power in democratic ages is not to be fierce or cruel, but minute and meddling. Despotism of this kind though it does not trample on humanity, is directly opposed to the genius of commerce and the pursuits of industry.
Thus the men of democratic times require to be free in order to procure more readily those physical enjoyments for which they are always longing. It sometimes happens, however, that the excessive taste they conceive for these same enjoyments makes them surrender to the first master who appears. The passion for worldly welfare then defeats itself and, without their perceiving it, throws the object of their desires to a greater distance.
There is, indeed, a most dangerous passage in the history of a democratic people. When the taste for physical gratifications among them has grown more rapidly than their education and their experience of free institutions, the time will come when men are carried away and lose all self-restraint at the sight of the new possessions they are about to obtain. In their intense and exclusive anxiety to make a fortune they lose sight of the close connection that exists between the private fortune of each and the prosperity of all. It is not necessary to do violence to such a people in order to strip them of the rights they enjoy; they themselves willingly loosen their hold. The discharge of political duties appears to them to be a troublesome impediment which diverts them from their occupations and business. If they are required to elect representatives, to support the government by personal service, to meet on public business, they think they have no time, they cannot waste their precious hours in useless engagements; such idle amusements are unsuited to serious men who are engaged with the more important interests of life. These people think they are following the principle of self-interest, but the idea they entertain of that principle is a very crude one; and the better to look after what they call their own business, they neglect their chief business, which is to remain their own masters.
As the citizens who labor do not care to attend to public affairs, and as the class which might devote its leisure to these duties has ceased to exist, the place of the government is, as it were, unfilled. If at that critical moment some able and ambitious man grasps the supreme power, he will find the road to every kind of usurpation open before him. If he attends for some time only to the material prosperity of the country, no more will be demanded of him. Above all, he must ensure public tranquillity: men who are possessed by the passion for physical gratification generally find out that the turmoil of freedom disturbs their welfare before they discover how freedom itself serves to promote it. If the slightest rumor of public commotion intrudes into the petty pleasures of private life, they are aroused and alarmed by it. The fear of anarchy perpetually haunts them, and they are always ready to fling away their freedom at the first disturbance.
I readily admit that public tranquillity is a great good, but at the same time I cannot forget that all nations have been enslaved by being kept in good order. Certainly it is not to be inferred that nations ought to despise public tranquillity, but that state ought not to content them. A nation that asks nothing of its government but the maintenance of order is already a slave at heart, the slave of its own well-being, awaiting only the hand that will bind it. By such a nation the despotism of faction is not less to be dreaded than the despotism of an individual. When the bulk of the community are engrossed by private concerns, the smallest parties need not despair of getting the upper hand in public affairs. At such times it is not rare to see on the great stage of the world, as we see in our theaters, a multitude represented by a few players, who alone speak in the name of an absent or inattentive crowd: they alone are in action, while all others are stationary; they regulate everything by their own caprice; they change the laws and tyrannize at will over the manners of the country, and then men wonder to see into how small a number of weak and worthless hands a great people may fall.
Hitherto the Americans have fortunately escaped all the perils that I have just pointed out, and in this respect they are really deserving of admiration. Perhaps there is no country in the world where fewer idle men are to be met with than in America, or where all who work are more eager to promote their own welfare. But if the passion of the Americans for physical gratifications is vehement, at least it is not indiscriminate; and reason, though unable to restrain it, still directs its course.
An American attends to his private concerns as if he were alone in the world, and the next minute he gives himself up to the common welfare as if he had forgotten them. At one time he seems animated by the most selfish cupidity; at another, by the most lively patriotism. The human heart cannot be thus divided. The inhabitants of the United States alternately display so strong and so similar a passion for their own welfare and for their freedom that it may be supposed that these passions are united and mingled in some part of their character. And indeed the Americans believe their freedom to be the best instrument and surest safeguard of their welfare; they are attached to the one by the other. They by no means think that they are not called upon to take a part in public affairs; they believe, on the contrary, that their chief business is to secure for themselves a government which will allow them to acquire the things they covet and which will not debar them from the peaceful enjoyment of those possessions which they have already acquired.

Digressione

4 novembre 1918 – Bollettino della vittoria

Comando Supremo, 4 Novembre 1918, ore 12

Bollettino di guerra n. 1268

La guerra contro l’Austria-Ungheria che, sotto l’alta guida di S.M. il Re, duce supremo, l’Esercito Italiano, inferiore per numero e per mezzi, iniziò il 24 Maggio 1915 e con fede incrollabile e tenace valore condusse ininterrotta ed asprissima per 41 mesi è vinta.

La gigantesca battaglia ingaggiata il 24 dello scorso Ottobre ed alla quale prendevano parte cinquantuna divisioni italiane, tre britanniche, due francesi, una cecoslovacca ed un reggimento americano, contro settantatre divisioni austroungariche, è finita.

La fulminea e arditissima avanzata del XXIX corpo d’armata su Trento, sbarrando le vie della ritirata alle armate nemiche del Trentino, travolte ad occidente dalle truppe della VII armata e ad oriente da quelle della I, VI e IV, ha determinato ieri lo sfacelo totale della fronte avversaria. Dal Brenta al Torre l’irresistibile slancio della XII, dell’VIII, della X armata e delle divisioni di cavalleria, ricaccia sempre più indietro il nemico fuggente.

Nella pianura, S.A.R. il Duca d’Aosta avanza rapidamente alla testa della sua invitta III armata, anelante di ritornare sulle posizioni da essa già vittoriosamente conquistate, che mai aveva perdute.

L’Esercito Austro-Ungarico è annientato: esso ha subito perdite gravissime nell’accanita resistenza dei primi giorni e nell’inseguimento ha perdute quantità ingentissime di materiale di ogni sorta e pressoché per intero i suoi magazzini e i depositi. Ha lasciato finora nelle nostre mani circa trecento mila prigionieri con interi stati maggiori e non meno di cinque mila cannoni.

I resti di quello che fu uno dei più potenti eserciti del mondo risalgono in disordine e senza speranza le valli, che avevano disceso con orgogliosa sicurezza.

Comandante Supremo del Regio Esercito
Armando Diaz

– * -*-*-

Numero dei militari italiani caduti per causa della I Guerra Mondiale secondo l’Albo d’Oro: 529.025

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23 ottobre 1920, nasce Gianni Rodari – IL SEMAFORO BLU

Una volta il semaforo che sta a Milano, in piazza del Duomo fece una stranezza. Tutte le sue luci, ad un tratto, si tinsero di blu, e la gente non sapeva più come regolarsi.
– “Attraversiamo o non attraversiamo? Stiamo o non stiamo?”
Da tutti i suoi occhi, in tutte le direzioni, il semaforo diffondeva l’insolito segnale blu, di un blu che così blu il cielo di Milano non era stato mai.
In attesa di capirci qualcosa gli automobilisti strepitavano e strombettavano, i motociclisti facevano ruggire lo scappamento e i pedoni più grassi gridavano:
– “Lei non sa chi sono io!”
Gli spiritosi lanciavano frizzi: – Il verde se lo sarà mangiato il commendatore, per farci una villetta in campagna.
– Il rosso lo hanno adoperato per tingere i pesci ai Giardini.
– Col giallo sapete che ci fanno? Allungano l’olio d’oliva.
Finalmente arrivò un vigile e si mise in mezzo all’incrocio a districare il traffico. Un altro vigile cercò la cassetta dei comandi per riparare il guasto, e tolse la corrente.
Prima di spegnersi il semaforo blu fece in tempo a pensare: “Poveretti! Io avevo dato il segnale di “via libera” per il cielo. Se mi avessero capito, ora tutti saprebbero volare. Ma forse gli è mancato il coraggio.”

Gianni Rodari, Favole al telefonoverkami_9f5ba78d25908f201d7865bed90da566

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13 settembre 1916, nasce Roald Dahl – BOY, Nostalgia

Roald Dahl alla sua scrivania nel 1990, ultimo anno della sua vita.

Roald Dahl alla sua scrivania nel 1990, ultimo anno della sua vita.

Durante tutto il primo trimestre al St Peter’s ebbi nostalgia di casa. La nostalgia è un po’ come il mal di mare. Non puoi immaginarti come sia spaventoso finché non ne soffri e, quando ti prende, ti arriva come un pugno nello stomaco e vorresti morire. La sola consolazione è che entrambi questi mali si risolvono di colpo. La nostalgia di casa sparisce appena abbandoni i confini della scuola e il mal di mare appena la nave entra in porto.
Durante le prime due settimane ero così disperatamente malato di nostlagia che decisi di tentare un trucco per farmi rimandare a casa, non fosse che per qualche giorno. La mia idea era di simulare un fulminante attacco di appendicite.
Probabilmente giudicherete idiota che un bambino di nove anni si creda capace di sostenere una commedia del genere, ma io avevo le mie buone ragioni per pensarlo.

Soltanto un mese prima la mia sorellastra, che aveva dodici anni più di me, si era effettivamente ammalata di appendicite e per molti giorni prima dell’operazione avevo potuto osservare da vicino il suo comportamento. Avevo notato che si lamentava soprattutto di un forte dolore al ventre, in basso a destra. Poi vomitava, si rifiutava di mangiare e aveva la febbre.
Forse vi interesserà comunque sapere che a mia sorella l’appendice non venne tolta nella sala operatoria di un bell’ospedale dalle luci splendenti e dalle infermiere in camice bianco, ma sulla tavola della nostra stanza dei giochi dal medico di famiglia e dal suo anestesista. A quei tempi era normale veder arrivare il dottore a casa vostra con la sua borsa di strumenti, ricoprire la tavola più adatta con un telo sterile e emettersi al lavoro. Mi ricordo che spiavo dal corridoio nella stanza, durante l’operazione, in compagnia delle mie sorelle; stavamo lì affascinati, ascoltando il sommesso mormorio dei medici dietro la porta chiusa a chiave e immaginando che la paziente avesse la pancia aperta nel mezzo, come un bue squartato. Potevamo anche fiutare l’odore nauseabondo dell’etere che filtrava da sotto la porta.
Il giorno dopo ci permisero di ammirare l’appendice in un vaso di vetro. Sembrava un verme nerastro, piuttosto lungo, e io chiesi: «Anch’io ne ho uno cosi in pancia, Tata?».
«Tutti ce l’hanno» rispose la Tata.
«E a cosa serve?».
«Le vie del Signore sono un mistero» sentenziò lei: era la formula d’uso, quando non sapeva cosa rispondere.
«E cos’è che lo fa ammalare? »
«I peli dello spazzolino da denti» rispose, stavolta senza la minima esitazione.
«I peli dello spazzolino da denti?» esclamai. «Ma come può un pelo far ammalare un’appendice? »
La Tata, che ai miei occhi era depositaria di una saggezza superiore a quella di Salomone, rispose.
«Quando un pelo si stacca dallo spazzolino e tu lo inghiotti, s’infilza nella tua appendice e la fa marcire. Durante la guerra» continuò, «le spie tedesche riuscirono a introdurre nei nostri magazzini intere casse di spazzolini con i peli che venivano via, e milioni di nostri soldati si ammalarono d’appendicite».
«Davvero, Tata?» esclamai. «E’ proprio vero?».
«Io non dico mia bugie, lo sai» rispose lei. «Che ti serva da lezione: non usare mai spazzolini da denti consumati».
Motivo per cui, continuai ad angosciarmi per molti anni ogniqualvolta mi rimaneva un pelo di spazzolino sulla lingua.

Quando salii a bussare alla porta scura della sorvegliante, non avevo nemmeno più paura.
«Avanti! » tuonò la sua voce.
Avanzai con una mano contratta sulla parte destra dello stomaco, barcollando pateticamente.
«Che ti succede?» urlò la Sorvegliante e la stessa potenza della sua voce le fece tremare il petto come un enorme budino gelatinoso.
«Mi fa male, signora Sorvegliante» gemetti. «Tanto male! Proprio qui!».
«Avrai mangiato troppo» abbaiò lei. «Cosa vi aspettate dopo aver ingurgitato dolci per tutto il giorno!».
«Sono giorni che non mangio» mentii. «Non potevo mandar giù niente, proprio niente!»
«Stenditi sul letto e calati i calzoni» ordinò.

Mi stesi e lei cominciò a tastarmi con malgarbo la pancia con le dita.
Io spiavo i suoi gesti e, quando premette dove supponevo ci fosse l’appendice, cacciai un urlo da far tremare i vetri. «Ohi ohi ohi» gridai. «No, lì no, signora Sorvegliante!». Poi giocai la mia carta decisiva. «Ho vomitato per tutta la mattina» gemetti, «e ora non ho più niente da rimettere. Ma mi sento sempre così male!».

Avevo colpito il segno. La vidi esitare. «Resta dove sei» disse e uscì rapidamente dalla stanza. Poteva anche essere una donna brutale e crudele, ma aveva fatto i suoi bravi corsi da infermiera e non voleva ritrovarsi con un caso di peritonite tra le mani.
Il dottore arrivò circa un’ora dopo e a sua volta premette e tastò e io strillavo quando credevo che fosse il caso. Poi mi mise il termometro in bocca.
«Mmm» fece: «temperatura normale. Fammi dare un’altra occhiata alla tua pancia».
«Ahia!» urlai, quando sfiorò il punto cruciale.
Il dottore uscì seguito dalla Sorvegliante. Questa tornò mezz’ora dopo annunciando: «Il Direttore ha telefonato a tua madre. Verrà a prenderti nel pomeriggio». Non feci commenti. Restai rannicchiato sforzandomi di sembrare il più ammalato possibile, ma il mio cuore cantava di gioia.

Tornai a casa attraverso il canale di Bristol sul battello a pale, così felice di andarmene lontano dall’odiata scuola che per un pelo non mi dimenticai che mi credevano malato. Nel pomeriggio fui visitato dal dottor Dunbar nel suo ambulatorio in Cathedral Road, a Cardiff, e cercai dì recitare nuovamente la stessa commedia. Ma il dottor Dunbar era assai più perspicace e competente della Sorvegliante o del medico scolastico. Dopo avermi palpato la pancia e avermi sentito strillare come da copione, mi disse: «Rivestiti e siediti qui».
Anche lui andò a sedersi dietro la scrivania e mi fissò con uno sguardo penetrante, ma non malevolo.
«Fai la commedia, eh?» chiese.
«Come lo sa?» sbottai.
«Perché la tua pancia è morbida e perfettamente normale. Se ci avessi un’infiammazione, lo stomaco sarebbe duro e contratto. Semplice».

Rimasi zitto.

«Si tratta di nostalgia, vero?» chiese.
Annuii, malinconicamente.
«Da principio succede a tutti» disse. «Ma devi tener duro. E non avercela con tua madre per averti mandato in collegio. Anzi, lei sosteneva che eri troppo piccolo, ma io l’ho persuasa che era la cosa migliore da fare. La vita è dura, e più presto impari a cavartela, meglio sarà per te».
«E lei cosa dirà alla scuola?» chiesi tremando.
«Dirò che hai avuto una grave infezione intestinale per cui ti ho dato delle pillole» disse sorridendo.
«Questo significa che potrai rimanere a casa ancora per tre giorni. Ma promettimi che non userai più questi trucchi. Tua madre ha già abbastanza problemi senza doversi precipitare a venirti a prendere a scuola».
«Prometto» dissi. «Non lo farò mai più».

Di collezionisti, lucciole e corteggiatori

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Sto ancora pensando a cosa stiano corteggiando quelle persone sui sentieri, quando con lentezza apro la porta salutando:
– «Ciao!».
Mancavo da ieri mattina in questa stanza, dove un silenzio concentrato mi risponde poco prima di una radio:
– «Numero 89 e 82 passati alle 23.02».
É la seconda notte di gara e le montagne che dietro questi palazzi arroccati sul colle, si allontanano sempre più increspandosi, credo sorridano sentendosi camminate anche in queste ore. Sì, sorridano fra le foglie e i sassi, perché strane creature le hanno scelte come intime amiche, per condividerne fatica e confidenze.
Dallo slargo, subito fuori la Cittadella – che guarda verso nord e da dove provengo – era facile intravederle in lontananza, grazie a quelle luci che portano in fronte, tanto simili alla fredda tonalità delle lucciole. Ed è proprio alle lucciole e al senso di quei coriandoli di non buio, che pensavo nella breve passeggiata che mi ha condotto fino a qui. Se il divenire luminoso di quegli animaletti è in realtà una fase di corteggiamento, può essere che avvenga qualcosa di analogo anche per tutti coloro che sono in corsa? A cosa o a chi staranno facendo il filo? Ad una vita meno facile, ma più autentica? Al cemento, affinché tornando a credere al senso della primavera, si sbricioli per accogliere semi? Al buio perché s’infili, a giorni alterni e cambiando sempre zona (affinché tutti possano beneficiarne) in tutti quei lampioni che ci nascondo il cielo e le stelle?
– «Ricevuto! Inviateci anche gli altri dati grazie».
Alla mia sinistra due postazioni radio, alla mia destra un grande monitor e alcuni computer; fra di loro cinque persone, attente come lo sono i medici dinanzi al complesso disegno del battito di un grande cuore… Fatto di cuori. Sul video solo puntini e righe, colonne con nomi numerati e colorati caratteri, che scivolano sulla parte bassa del video già da molte ore: alcuni fra i maggiori collezionisti di passi si stanno ancor più arricchendo!
Davanti a dodici occhi, una cartina è immersa nel buio silenzioso e nel silenzioso buio immersi, sono coloro che metro dopo metro, sotto un notturno cielo estivo, sono alla ricerca della loro stella. In una tela medioevale – di cui questa città ne è riflesso e sfondo – sarebbero pellegrini ed angeli custodi, nel vasto santuario della natura.

Ogni cosa è al suo posto.
Chiudo la porta.
Tornerò a guardare le lucciole.

-.-.-.-

You road I enter upon and look around, I believe you are not all that is here,
I believe that much unseen is also here.

WALT WHITMAN, Leaves of grass

Sei tu la strada che io percorro mentre mi guardo attorno! Ma tu non sei tutto ciò che c’è qui!
Credo che qui ci sia anche qualcosa che non si vede.

WALT WHITMAN, Foglie d’erba

 

Digressione

8 SETTEMBRE 1943 – GUÈRA DE LIBERASSIÙ, Remo Pedrini

partigiani-in-montagna

GUÈRA DE LIBERASSIÙ

A sére u scetorlèt a chèl tép là, però regorde
a’ mé chi bròcc momèncc: quando che I’éra
ergòt ù t’òch de pà e’l mond a l’éra ‘n mèss a
gran tormèncc.

Momèncc che mè sperà de èd piò a turnà! A i
éra ‘n guèra tòcc i continèncc e a tata zét a
gh’è tocàt crepà, o al frént, o sòta quach
bombardamèncc.

L’òt de setèmber del quarantatrì, quando i éra
firmàt o l’armestésse, a gh’éra stacc pagàt
zamò è gran présse,

ma I’éra mia finit ol nòst sofri! A m’séra ‘n
mèss a ù di piè gran flagèi, perché s’mòria
per mà di nòscc fradèi.

Per chèsto gh’è nassìt i partìgià!
Dopovint’agn e piò de servidùr, gh’éra òna
gran sit de libertà,
i à facc vèd a tòcc ci sè vaiùr.

Ghe n’éra in sima ai mucc è ‘n di sità e, sènsa
ardàga a chèsto o a chèl colùr, i à combaùt
perché i éra italià e i à onuràt ol nòst bèl
tricolùr.

Per ista libertà che no gh’à’présse, i à
trengotit a’ i’ lacrime piè amare; perché l’èss
de finì sto bròt calvare

no i à vardàt a mòrcc e sacrefésse. E mé ghe
lèe ‘1 capèl a ste soldàcc, che i merita debù
d’èss regordàcc.

Remo Pedrini

— . — . —

GUERRA DI LIBERAZIONE

Ero un bambino qui tempi là,
ma anch’io mi ricordo quei brutti momenti
quando un pezzo di pane era qualcosa
e il mondo era in mezzo a una grande bufera.

Momenti che è meglio sperare non tornino
più! Erano in guerra tutti i continenti,
e a tanta gente è toccato crepare
o al fronte, o sotto qualche bombardamento.

L’8 settembre del ’43, quando avevano
firmato l’armistizio, era già stato pagato
un grande prezzo,

ma non era ancora finito il nostro soffrire!
Eravamo in mezzo a uno dei più grandi flagelli,
perché si moriva per mano dei nostri fratelli.

Per questo sono nati i partigiani!
Dopo vent’anni e più di servitù, c’era una
gran sete di libertà,
e han fatto vedere a tutti il loro valore.

Ce n’erano in cima ai monti e nelle città e
senza guardare a questo o quel colore,
hanno combattuto perché erano italiani
e hanno onorato il nostro bel tricolore.

Per la nostra libertà che non ha prezzo,
hanno inghiottito le lacrime più amare,
perché avesse a finire questo brutto calvario

non han guardato a morti e sacrifici.
E io mi tolgo il cappello a questi soldati,
che meritano davvero di essere ricordati.

Remo Pedrini

 

Digressione

Di Amatrice e della bellezza che non si estingue

Amatrice è stata rasa al suolo del terremoto nella notte del 24 agosto.

Non vi sono mai stato, ma quella terra era – come raccontano l’appartenenza al club dei borghi più belli d’Italia e queste immagini – bella: di una bellezza che unisce la natura alla storia, tramite la sua gente e la loro cultura…

Ed io son certo che tornerà ad essere nuovamente così, ancora, appena il segno di questo mare di macerie, permetterà di scorgere nuovamente la terra ferma.

Quel marrone scuro e fertile o quel verde gentile e profumato, nel quale ritrovare la strada di casa, di nuove case – qualcuna ahinoi, fatta di nuvole e cielo – concedendo così un ritorno, seppur finto e doloroso, a coloro che Erri De Luca ha chiamato vittime di un “naufragio in terra”.

Il seme che è il lavoro dell’uomo, tornerà a mettere frutti, perché il destino della bellezza, nascosto e racchiuso fra le mani dell’uomo, è anche quello di passare nella corruzione, prima di tornare a rivelarsi.

Perché non tutto è destinato a scomparire, perché l’estinzione può estinguersi, quando ad essere intaccato è il futuro e la speranza di un paese che il destino ha voluto chiamare Amatrice.

Amatrice – Un’emozione senza tempo | Expo 2015 from Brainstorm on Vimeo.

2 luglio 2011

E all’improvviso si risentì belare ….
Immagina lo stupore
Immagina le bocche aperte e gli occhi spalancati dei bambini
Il sorriso dei ricordi degli uomini ormai adulti
Le lacrime, finalmente dolci, sui volti rugosi degli uomini antichi.
Un suono del passato
pian piano si avvicina.
Un frastuono lontano e familiare dal tempo ritorna
E la memoria si risveglia.
Le note gioiose di organetti e ciaramelle, campanacci e campanelli
accompagnano il passaggio di barrozze, carretti, cavalli e somarelli
con i loro umili preziosi carichi.
Donne con le conche e
bambini con il vestito della festa
salutano il ritorno.
Troppo tempo è passato da quando la strada
ancora selciata avete abbandonato.
Oggi è festa all’Amatrice
le greggi ritornano alla montagna
finalmente la verde Laga
tornerà ad essere punteggiata di bianca lana.
Fonte di vita, sacrificio e ricchezza del passato
emozionati vi salutiamo.
Oggi passato e futuro si incontrano e si confondono.
Gli uomini che un tempo vi guidavano
oggi vi seguono.
Vi seguono lungo in Viaggio della transumanza
sentiero della vita
tratturo di speranza.
L’attesa è stata lunga
ci siete mancate
compagne del destino delle genti di montagna.
Mai dimenticate
amate pecore
Bentornate.

Catia Clementi

www.transumanzaamatrice.it

  • – O – O –

“Il terremoto è un naufragio in terra. Le case diventano imbarcazioni scosse tra le onde e sbattute sugli scogli. Si perde tutto, si conserva la vita, lacera, attonita che conta gli scomparsi sul fondo delle macerie.

Si abita un suolo chiamato per errore terraferma. È terra scossa da singhiozzi abissali. Questi di stanotte sono partiti da oltre quattromila metri di profondità. Qualche giorno fa stavo agli antipodi, oltre quattromila metri sopra il mare. Quel monte delle Alpi non è un meteorite piovuto dal cielo, ma
il risultato di spinte e sollevamenti scatenati dal fondo del Mediterraneo. Forze gigantesche hanno modellato il nostro suolo con sconvolgimenti.

Si abita una terra precaria, ogni generazione cresce ascoltando storie di terremoti. Così, con le narrazioni, i vivi smaltiscono le perdite. Le macerie si spostano, si abita di nuovo lentamente, ma al loro posto restano le voci, le parole degli scaraventati all’aperto, a tetti scoperchiati. Ricordano, ammoniscono a non insuperbirsi di nessun possesso.

Arriva cieco di notte il terremoto e sconvolge i piccoli paesi. Ma i mezzi di soccorso sono di stanza nei grandi centri. Fosse un’invasione, quale generale accentrerebbe le sue forze lontano dai confini? Per il protettor civile questo ragionamento non vale. Ogni volta deve spostare le sue truppe con lento riflesso di reazione. Ai naufraghi nelle prime ore serve il conforto al cuore di un qualunque segnale di pubblica prontezza. Invece arriva prima un parente, un volontario, un giornalista. Il terremoto è anche un’invasione, contro la quale avere riserve piccole e pronte sparpagliate ovunque.

“Si sta come/ d’autunno/ sugli alberi/ le foglie”. La frase di guerra di cent’anni fa del soldato Ungaretti Giuseppe racconta il sentimento di stare attaccati all’ albero della vita con un solo piccolo punto di congiunzione”.

Erri De Luca

http://www.fondazionerrideluca.com/naufragio/