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14 Marzo 2018, STEPHEN HAWKING – Discorso alle Paralimpiadi di Londra 2012

 

Ever since the dawn of civilisation, people have craved for an understanding of the underlying order of the world. Why is it as it is, and why it exists at all. But, even if we do find a complete theory of everything, it is just a set of rules and equations. What is it that breathes fire into the equations, and makes a universe for them to describe?

Sin dagli albori della civiltà, l’uomo ha ardentemente desiderato comprendere le regole che sottostanno all’ordine del mondo. Perché è così com’è e perché esiste. Ed anche se trovassimo una teoria del tutto, in fin dei conti ci ritroveremmo solo con un insieme di regole ed equazioni. Cos’è che soffia il fuoco nelle equazioni e crea l’universo che le formula?

7m40s

We live in a universe governed by rational laws that we can discover and understand. Look up at the stars, and not down at your feet. Try to make sense of what you see, and wonder about what makes the universe exist. Be curious.

Viviamo in un universo governato da leggi razionali che possiamo scoprire e comprendere. Guardate le stelle in alto e non in basso verso i vostri piedi. Provate a dare un significato a ciò che vedete e domandatevi cosa fa esistere l’universo. Siate curiosi.

15m00s

There ought to be something very special about the boundary conditions of the Universe, and what can be more special than that there is no boundary? And there should be no boundary to human endeavour.

Deve esserci qualcosa di eccezionale in merito ai confini dell’universo e cosa può essere più eccezionale del fatto che non esistano confini? E tantomeno dovrebbero esistere confini all’impresa umana…

3h6m55s

When Isaac Newton saw an apple fall to the ground, he suddenly realized that it must be the same force that holds together the beautiful system of the sun, the planets and the comets. This gravity is the same force that can draw us into a black hole, never to return!

Quando Isaac Newton vide una mela cascare a terra, improvvisamente si rese conto che doveva essere la stessa forza a tenere insieme il bellissimo sistema solare, i pianeti e le comete. Questa gravità è la stessa forza che può attirarci in un buco nero, per non farci tornare mai più!

3h17m45s

The Large Hadron Collider at CERN is the largest most complex machine in the world, possibly the universe. By smashing particles together at enormous energies, it recreates the conditions of the Big Bang. The recent discovery of what looks like the Higgs Particle is a triumph of human endeavour and international collaboration. It will change our perception of the world and has the potential to offer insights into a complete theory of everything.

Il Grande Collisore di Adroni al CERN è la macchina più complessa e più grande del mondo, forse dell’universo. Facendo scontrare le particelle ed ottenendo enormi quantità di energie, vuole ricreare le condizioni del Big Bang. La recente scoperta di quella che sembra essere la particella di Higgs è il trionfo dello sforzo umano e delle collaborazioni internazionale. Cambierà la nostra percezione del mondo e ha il potenziale di spalancarci le porte verso la teoria del tutto.

3h24m45s

The Paralympic Games is also about transforming our perception of the world. We are all different, there is no such thing as a standard or run-of-the-mill human being, but we share the same human spirit. What is important is that we have the ability to create. This creativity can take many forms, forms, from physical achievement to theoretical physics. However difficult life may seem there is always something you can do, and succeed at. The Games provide an opportunity for athletes to excel, to stretch themselves and become outstanding in their field. So let us together celebrate excellence, friendship and respect. Good luck to you all.

Anche i Giochi Paralimpici possono trasformare la nostra percezione del mondo. Siamo tutti differenti l’uno dall’altro, non esiste un essere umano standard, ma tutti condividiamo la stessa natura umana. Ciò che è fondamentale è la nostra abilità di creare. Creatività che può avere molte forme, forme che vanno dalle realizzazioni concrete alla fisica teorica. Per quanto la vita possa sembrare difficile, c’è sempre qualcosa che potete fare e nel quale ottenere soddisfazioni. I giochi rappresentano l’opportunità per gli atleti di eccellere, di migliorarsi e diventare, nel loro ambito, straordinari. E quindi celebriamo insieme l’eccellenza, l’amicizia e il rispetto. Buona fortuna a tutti voi!

3h32m4s

In merito all’intervento di Stephen Hawkings in apertura dei Giochi Paralimpici di Londra 2012:  www.ctc.cam.ac.uk/news/120829_newsitem.php

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8 marzo 1978 – ECCE BOMBO, Nanni Moretti

Ecce bombo diretto ed interpretato ad Nanni Moretti, esce nelle sale l’8 marzo 1978.

Un piccolo cult-movie, il film racconta per brevi scene successive la solitudine e la profonda decadenza della mitologia quotidiana di tutta una generazione (Buttafava) incapace di andare al fondo delle proprie contraddizioni ma anche spaventata dalla propria paura dei sentimenti. Caustico e crudele, il film soffre però di una certa frammentarietà e non riesce ancora a trasformare (come Moretti saprà fare in seguito) la sua vitale aggressività e la sua disillusione da rabbia narcisistica in sofferta scelta morale.

Paolo Mereghetti

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No, veramente, non mi va. Ho anche un mezzo appuntamento al bar con gli altri. Senti, ma che tipo di festa è? Non è che alle dieci state tutti a ballare i girotondi e io sto buttato in un angolo, no? Ah no, se si balla non vengo. No, allora non vengo. Che dici, vengo? Mi si nota di più se vengo e me ne sto in disparte o se non vengo per niente? Vengo. Vengo e mi metto, così, vicino a una finestra, di profilo, in controluce. Voi mi fate: «Michele vieni di là con noi, dai». E io: «Andate, andate, vi raggiungo dopo». Vengo, ci vediamo là. No, non mi va, non vengo. Eh no, sì. Ciao, arrivederci. Buonasera.

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E’… diciamo che al limite sto così. Però io sentivo che le risate tue, lui che cercava di essere allegro, lo capisco, perché io ho fatto finta fino a un paio d’ore fa. Io sono rientrato da due ore e ho fatto finta. Ho fatto finta. Adesso la mattina quando esco faccio finta, vado a prendere un caffé e faccio finta, fumo una sigaretta e faccio finta, dico due parole in una certa maniera e faccio finta… Stasera un’altra mazzata l’ho avuta tipo facendo un incontro: ho incontrato un etiope – un mio amico, studente universitario etiope – e ci siamo incontrati dopo diverso tempo, lui adesso ha preso la laurea, eccetera, e ci siamo trovati a parlare della situazione e io lì facevo finta…

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Penso che sbagliamo quasi tutto, nei rapporti con le donne, tra noi, con lo studio, in famiglia, nel lavoro. Io vorrei che noi parlassimo, veramente. Per cercare di cambiarci, di essere diversi, nei comportamenti, dai nostri nonni. Per essere ma veramente, nelle cose di tutti i giorni, rivoluzionari.

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Ciao, come stai, sì, senti, no, sono un po’ bloccato. Ti volevo dire se ci si poteva innamorare di me… Ti volevo dire se ci potevamo vedere per innamorarci di me… Sono innamorato di te. Ti volevo vedere per parlarti… Sono molto bloccato, mi intimidisci molto.

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Michele: Senti, che lavoro, me n’ero dimenticato, che lavoro fai?
Cristina: Be’, mi interesso di molte cose: cinema, teatro, fotografia, musica, leggo…
Michele: Concretamente?
Cristina [disorientata]: Non so cosa vuoi dire.
Michele: Come non sai, cioè, che lavoro fai?
Cristina: Nulla di preciso.
Michele: Be’, come campi?
Cristina: Mah, te l’ho detto: giro, vedo gente, mi muovo, conosco, faccio delle cose.
Michele: E l’affitto?
Cristina: Vivo con mio fratello e non lo pago.
Michele: Be’, dico, i vestiti?
Cristina: Eh, un amico, per esempio, che va a Londra, gli dico di portarmi delle cose, degli
Michele: Questa sigaretta qui?
Cristina: Ho incontrato un amico stamattina e mi ha dato due pacchetti di queste….

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Ore 7.15, 21 febbraio 1916 – La battaglia di Verdun ed i pagliacci

La battaglia di Verdun si aprì alle 7.15 del 21 febbraio con un colpo d’artiglieria tedesca ed è considerata una fra le più sanguinosa della storia: gli storici stimano che la concentrazione dei caduti raggiunse una media di tre vittime ogni metro quadrato superando le 300 mila perdite umane. Perdite provocate per la più parte dall’artiglieria pesante che spazzò via soldati che nemmeno riuscirono a vedersi in volto e scorgere veramente il nemico. A dimostrarlo alcune ricerche che parlano di 5.000 cannoni su trenta chilometri di fronte (in media uno ogni 6 metri) e 37 milioni di proiettili esplosi, 15 da parte francese e 22 da parte tedesca.

Il nonno di Leo Bassi – uno dei più noti pagliacci contemporanei – venne arruolato nell’esercito francese nella prima guerra mondiale e spedito proprio nelle trincee di Verdun dove riuscì a salvare un cane. Da uomo di circo, addestrò l’animale insegnandoli poi dei giochi con il meraviglioso intento di portare qualche sorriso a quegli sventurati uomini costretti a vivere nelle trincee fra fango e freddo, sotto una pioggia vera e dell’artiglieria, nell’odore di sangue e morte.

Ignoro quale fosse il suo nome e se vi siano altre foto di lui, ma ritengo che non serva sapere altro. Questa foto basta. Non v’è bisogno di aggiungere altro per capire che tipo di uomo era costui.

LEO BASSI CANE

Il testo che segue è frutto di una traduzione del testo spagnolo presente sulla pagina facebook di Leo Bassi

Il 21 febbraio 1916 iniziò la sanguinosa battaglia di Verdun tra tedeschi e francesi: 300 000 giovani europei morirono in 10 mesi combattendo in modo disumano, lungo un fronte di soli 12 km.

Il nonno di Leo Bassi, pagliaccio, venne mandato lì e per miracolo si salvò, tornato a casa prese ad odiare la borghesia, trasformandosi in un anarchico internazionalista e antimilitarista.

Avendo visto morire i suoi 2 compagni, anch’essi clown, in questa assurda contesa, giurò di educare i propri figli con valori pacifisti, e così avvenne anche nei miei confronti.

Della fanciullezza Leo ricorda le chiacchierate del nonno a favore della laicità e dell’amicizia tra popoli e il fervore della sua convinzione per quello che vedeva come la “missione” del circo e del clown: unire le persone al di sopra dei confini.

Gli raccontò anche di come salvò un cane impazzito per le esplosioni delle granate e di come questo animale divenne mascotte di tutta la sua unità, regalando momenti di salute mentale in un mondo folle.

Per conoscere Leo Bassi e la sua filosofia teatrale, quest’articolo de La Stampa:  LEO BASSI IL DIVINO BUFFONE

 

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SAN VALENTINO – WISLAWA SZYMBORSKA, Un amore felice

Un amore felice. È normale?
È serio? È utile?
Che se ne fa il mondo di due esseri
che non vedono il mondo?

Innalzati l’uno verso l’altro senza alcun merito, 

i primi qualunque tra un milione, ma convinti
che doveva andare così — in premio di che? Di nulla;
la luce giunge da nessun luogo —
perché proprio su questi, e non su altri?
Ciò offende la giustizia? Sì.
Ciò infrange i princìpi accumulati con cura?
Butta giù la morale dal piedistallo? Sì, infrange e butta giù.

Guardate i due felici:
se almeno dissimulassero un po’,
si fingessero depressi, confortando così gli amici!
Sentite come ridono – è un insulto.
In che lingua parlano – comprensibile all’apparenza.
E tutte quelle loro cerimonie, smancerie,
quei bizzarri doveri reciproci che s’inventano —
sembra un complotto contro l’umanità!

È difficile immaginare dove si finirebbe
se il loro esempio fosse imitabile.
Su cosa potrebbero contare religioni, poesie,
di che ci si ricorderebbe, a che si rinuncerebbe,
chi vorrebbe restare più nel cerchio.

Un amore felice. Ma è necessario?
Il tatto e la ragione impongono di tacerne
come d’uno scandalo nelle alte sfere della Vita.
Magnifici pargoli nascono senza il suo aiuto.
Mai e poi mai riuscirebbe a popolare la terra,
capita, in fondo, di rado.
Chi non conosce l’amore felice
dica pure che in nessun luogo esiste l’amore felice.

Con tale fede gli sarà più lieve vivere e morire.

 

Wisława Szymborska

(Traduzione di Pietro Marchesani)

 

∗∗∗

Miłość szczęśliwa

Miłość szczęśliwa. Czy to jest normalne,
czy to poważne, czy to pożyteczne −
co świat ma z dwojga ludzi,
którzy nie widzą świata?

Wywyższeni ku sobie bez żadnej zasługi,
pierwsi lepsi z miliona, ale przekonani,
że tak stać się musiało − w nagrodę za co? za nic;
światło pada znikąd −
dlaczego właśnie na tych, a nie innych?
Czy to obraża sprawiedliwość? tak.
Czy narusza troskliwie piętrzone zasady.
strąca ze szczytu morał? Narusza i strąca.

Spójrzcie na tych szczęśliwych:
gdyby się chociaż maskowali trochę,
udawali zgnębienie krzepiąc nim przyjaciół!
Słuchajcie, jak się śmieją − obraźliwie.
Jakim jeżykiem mówią − zrozumiałym na pozór.
A te ich ceremonie, ceregiele,
wymyślne obowiązki względem siebie −
wygląda to na zmowę za plecami ludzkości!

Trudno nawet przewidzieć, do czego by doszło,
gdyby ich przykład dał się naśladować.
Na co liczyć, by mogły religie, poezje,
o czym by pamiętali, czego zaniechano,
kto by chciał zostać w kręgu.

Miłość szczęśliwa. Czy to jest konieczne?
Takt i rozsądek każą milczeć o niej
jak o skandalu z wysokich sfer Życia.
Wspaniałe dziatki rodzą się bez jej pomocy.
Przenigdy nie zdołałyby zaludnić ziemi,
zdarza się przecież rzadko.

Niech ludzie nie znający miłości szczęśliwej
twierdzą, że nigdzie nie ma miłości szczęśliwej.

Z tą wiarą lżej im będzie i żyć, i umierać.

Wisława Szymborska

 

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Racconto di Natale – DESTINATARIO SCONOSCIUTO, Alessandro D’Avenia

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Stefano Occhipinti è un postino che fa le sue consegne in bicicletta, anche quando nevica. E in questo Natale di crisi la neve si è accanita contro le strade della città, quasi potesse lavarle definitivamente. Ma si sa che la città degli uomini è troppo polverosa per essere lavata dalla neve. Il 24 dicembre è l’ultima giornata di lavoro dell’anno. Stefano solca la neve lentamente e sul suo volto c’è la stanchezza buona di un lavoro compiuto. Stefano ha imparato da suo padre che nella vita non è importante la parte, ma la recitazione. Che tu sia Re, Buffone o Postino, quel che conta è che tu sia un bravo Re, Buffone o Postino. Per lui essere un buon postino è portare le lettere al destinatario, anche quando ne è rimasta solo una e si è fatto tardi e si potrebbe rimandare al giorno dopo.
E in fondo al sacco ne è rimasta una.
Stefano è rimasto solo con la neve. La gente ha già acceso le luci colorate della vigilia e le facciate dei palazzi sembrano aver perso la loro ordinaria e ripetitiva tristezza.
Legge sulla busta: non c’è l’indirizzo. C’è il francobollo e c’è una lettera da un foglio a giudicare dal peso della busta, conosce bene il suo mestiere, le sue dita sanno determinare il contenuto di ogni busta dal solo peso. Ma purtroppo la busta è bianca come la neve che, nuova, si poggia sulla vecchia.
Stefano è un postino a fine giornata, il 24 dicembre. La neve continua a cadere e lo trasforma in un fantasma nel buio. Ha una busta senza destinatario. Il suo turno è finito. Si avvicina ad un cestino per buttare la lettera. E se fosse una lettera importante? Se ne dipende qualcosa di vitale, in quel Natale?
La apre. Spiega il foglio e legge:

…ti amo, ti amo, ti amo, ti amo, ti amo, ti amo, ti amo, ti amo,
ti amo, ti amo, ti amo, ti amo, ti amo, ti amo,
ti amo, ti amo, ti amo, ti amo, ti amo, ti amo, ti amo, ti amo, ti amo,
ti amo, ti amo, ti amo, ti amo, ti amo, ti amo, ti amo, ti amo, ti amo, ti amo, ti amo,
ti amo,
ti amo, ti amo, ti amo, ti amo,
ti amo, ti amo, ti amo, ti amo, ti amo, ti amo, ti amo,
ti amo, ti amo, ti amo, ti amo, ti amo, ti amo…

Si ferma perché quella parola è scritta sul fronte e sul retro di quel foglio centi­naia di volte e assomiglia ad una poesia, dal momento che gli a capo non sono regolari. Guarda i fiocchi di neve, che – si sa – sembrano tutti uguali, ma a guardare bene si scopre che non uno è uguale all’altro, perché ciascuno dispone i suoi cristalli in modo perfettamente geometrico, ma sempre nuovo e diverso. Un caos ordinato, o un ordine caotico?
Stefano riprende a leggere. Anche se c’è scritta una sola cosa, ogni «ti amo» ha una grafia leggermente diversa, ora una «t» è più lunga, ora una «o» più arrotondata, ora una «a» più schiacciata, ora una «i» più slanciata. Come se ogni «ti amo», apparentemente uguale all’altro, fosse unico e nuovo a saperlo scrivere e a saperlo leggere come si deve. Ma per vedere certe cose bisogna averci gli occhi aperti. Spalancati. E questo Stefano lo sa, perché se c’è una cosa che il suo mestiere gli ha insegnato è che l’essenziale è leggere bene nome e cognome e indirizzo su una busta.
Dopo l’ultimo «ti amo», non c’è scritto più nulla. Follie da innamorati. Neanche una firma. Anzi al posto della firma, in basso a destra galleggiava un altro «ti amo». Quasi fosse quella la firma, il nome e il cognome del mittente.
Stefano alza gli occhi dal foglio e li costringe a ripercorrere al contrario la caduta dei fiocchi come chi cerca la sorgente di un fiume. Si perdono, fiocchi e occhi, nel cielo buio e compatto della vigilia, come se si potesse spaccare da un momento all’altro. Tutto sembra così simile a quella lettera in quella notte. Tutto è così calmo in quella notte. Tutto è così consueto e nuovo in quella notte. Come un «ti amo» pronunciato all’infinito, ma sempre diverso. Basta guardare la neve cadere dal cielo nelle proprie mani.

L’essenziale è visibile agli occhi.

FONTE: www.profduepuntozero.it

PASSI

Camera 352
“Te la senti di camminare? Hai voglia di muovere qualche passo?”
Lei non risponde, ma prende il suo braccio rendendolo leva e si alza…

In simili presepi, inevitabilmente, rinasce il valore figurativo quanto reale di ogni “passo” e del loro concatenarsi: l’equilibrio continuamente s’infrange per sempre ricomporsi, in una ritualità che solo le spiagge del mare conoscono. Passo come unità base, lettera che diviene parola, poi frase, discorso e libro, con il quale scrivere storie, anche minuscole ed invisibili perché personali, anche preziose poiché fragili.

I primi passi

Abbiamo bisogno, quanto più spesso, di percepire la nostra essenza/presenza – sfidando paure e spaventi, sbagli o imprevisti, vento, fulmini o chissà quali prove o dolori – per sentirci forti fino in fondo e liberi, liberi anche di sbagliare e padroni del destino; o per dirlo in altre parole, per gustarci la saporita pietanza che qualcuno ha chiamato la carne dell’orso. Eppure, sfido chiunque a non ritrovarla sul proprio palato o sentirsene già sazio.

Proveniamo dalle onde di un mondo che è pancia e nasciamo già con la forza per attraversare una cascata che separa il buio dalla luce. Minuscole pinne ci vengono immediatamente rinnegate al contatto dell’aria, in uno scambio che forse equo non è, ma tramite il quale veniamo deposti da un regno, per subito esserne incoronati in un altro. Reame quest’ultimo che ha bisogno di mesi, per insegnarci il valore di ciò che ci circonda, dove il cadere ed il rialzarsi non sono altro che sinonimi, letti solo dal basso verso l’alto o viceversa. La madre da una parte che trattiene, domandando un braccio, dall’altra il padre che risponde chiedendo una mano e nel mezzo, prima dei metri e dei sorrisi, montagne di bernoccoli e paludi di lividi. E poi è solo questione di matematica e di operazioni infinite! Una moltiplicazione dei passi per se stessi, elevandoli talvolta a potenza, consentendogli infine di divenire espressione: parentesi aperta per strade o direzioni… Fino al momento in cui il viaggio finisce – momento in cui “lui” incontra “lei” – per puntare tutto, ogni giorno, ogni risorsa, sull’altra persona, seguendola sempre, su strade in salita o coperte di ghiaccio, ritrovandosi in fine a dividersi, per contarsi in tre, quattro, cinque…

Dove lui incontra lei

Sono assolutamente convito che conserviamo e custodiamo già il gusto di numerosi bocconi d’orso, tanto che forse, ogni forchettata in più, rischia di divenirci (oltre che fatale) indigesta ed insapore: ci abituiamo ad ogni cosa e tutto – fra fiducia ed ostinazione, possibile od impossibile – si confonde. Siamo troppo brevi, siamo la storia delle foglie d’autunno eppure viviamo senza coscienza profonda: lasciamo vita dietro di noi, come i bambini con i giocattoli, appena chiamati a merenda. Quanto spesso accade che assuefatti al pensiero di una mancanza, perdiamo di vista concrete presenze?

Sono passati pochi giorni dall’operazione: mamma ha appena ripreso a camminare; mio padre invece, più volte al giorno, la raggiunge da un piccolo albergo, dove si è trasferito, per starle più vicino. Ed è qui, in questo loro momentaneo recinto – la camera 352 per l’appunto – che li osservo, senza farmi scorgere, immaginando un “passo” mai fatto, da condividere insieme.

L’idea è arrivata ieri sera, ripercorrendo o sfogliando, la strada o le fotografie, sin qui vissute con loro: l’immagine frontale mi ritrae bambino, su una spiaggia, con un mare invisibile ed un accappatoio a strisce bianche rosse.

Al mare

Li porterò al mare.

Scenderemo dalla macchina e mano nella mano, ci muoveremo in quell’equilibrio, che esiste fra l’essere ancora figlio, ma non ancora genitore, sulla giostra del malinconico entusiasmo che per portarci avanti chiede il biglietto dei ricordi, di un tempo che non c’è più.

Questa storia partecipa al Blogger Contest 2017″

 

 

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24 ottobre 1917, CAPORETTO – Agostino Tonetto

AGOSTINO TONETTO

 

Slovenia, 22 ottobre 1917

Carisima Moglie

In questo momento ricevi la tua cara letera In datta del 16 mi son molto aralegrato nel sentire che godi una buona salute e io ne godo molto a sentire che stai bene e cosi sentire dei nostri Cari bambini e di tutta la intiera famiglia, io quando sento che state tutti bene io mi alegro che al meno Idio vi lasi la salute a tutti voi. Io, Cara moglie, ti asiquro che di salute sto benisimo di salute io neo abastansa ringrasio idio per ora che sto benisimo e cosi spero che il buon dio vi lasia tutti voi in buona salute, e per conto delle mie condisioni e sempre lo steso e per conto che mi disi del mangiar e conforme li giorni dei giorni si mangia al suo bisogno e dei giorni si bate un fianco.

Carisima Moglie, Intesi nela tua letera che mi disi dei bambini che stano bene e che qualche volta li viene qualche freve come il solito melo in magino anche io sara in causa della stagione e in causa dei pomi che mangia speriamo che cambiera la stagione ogni tanto teneli purgati come il solito e dali qualche po di chinino che spero che non li vera piu. Intesi che mi disi che aldo non vuol andare alla squola dili che il vada a squola che e meglio per lui e dili che sel va squola quando vengo casa io li portero qualche bel Giogatolo e cosi dili alla maria che li portero una bella pupa pur che i vada sempre a squola quando e buon tempo e dili a aldo che se nol va io non lo meno piu via con me quando vengo casa.

Intesi che mi disi de il luva che neavete fato 40 di roseto e 12 di raboso mi pare che nesia venuto abastansa son propio contento che al meno fate un po di vino per bere e anche guadagnar qualche cosa.

Cara moglie, Intesi che mi disi dei pomi che ne avete ancora due o tre viagi e che i vendete bene abastansa mi disi anche a sesanta speriamo di guadagnare qualche cosa sepimi dire che conti che fano in erbaria perche deve fare dei conti grosi a quei presi che val i pomi e spero che queli che avete casa andara anche di piu, dunque sepimi dire come va con il danaro. Intesi che mi disi che sei stanca di combater cosi io telo chredo ma che vuoi fare porta pasiensa che quando idio vora terminera anche questa dolorosa Guerra e alora se idio mi lasia vero io a farti compagnia che e quasi sedici mesi che tribolo e mi trovo stanco anche io ma molto e devo portare pasiensa e cosi mi ricomando non pensa a nula e dati sempre coragio che speriamo che cambiera anche questa schifosa guerra e portate sempre pasiensa tutti che io ne porto piu di voi in dove mi trovo.

Cara moglie, tu non tiai spiegato di nula ariguardo della chiamata di ottavio io spero che forse non sara stato chiamato almeno avesimo quella furtuna che non andase via lui seno siamo proprio in malora del tutto io mi aspetava una bruta notisia ma in vese spero di no, che al meno dio vi conserva voi tutti in famiglia e che podetevi rangiarvi in qualche modo se capita qualche nova sepimi dire subito ma io spero di no che ormai non vero piu.

Io termino il mio schrito con darti i piu cari salutti e baci di mio quore e cosi ai nostri Cari bambini che non mi dimentichero mai di voi e cosi dali i piu sinceri saluti al papa e la nona e ottavio e Giordano in tesi che si trova ancora al solito e quando cambia sepimi dire e cosi saluti e baci a gnagno e la Ida e tutta la tua famiglia e la marieta e Vincenso e la sua famiglia e Luigi Barbassi e famiglia e mio compare Pasqualin in tesi che mi disi che sta poco bene mi dispiace e saluta tutti i parenti e amici Adio tuo marito che ti ama per sempre Augusto.

Adio tutti di famiglia e coragio sempre buondi ciao
tanti ai cari Bambini di tuto quore e te adio Coragio sempre

Agostino Tonetto

Cavallino (VE) , 8 febbraio 1883 / 25 ottobre 1917

Militare, 97° reggimento fanteria, brigata Genova, soldato

Agostino Tonetto, che talvolta nelle lettere si firma Augusto, arriva in zona di guerra il 17 ottobre del 1916 e non tornerà più a casa. Della sua storia conosciamo quasi tutto, tranne il giorno esatto e il luogo in cui ha perso la vita: si sono perse le tracce a partire dal 24 ottobre 1917. Presidiava con la brigata Genova il tratto di fronte di Caporetto e nel Registro dei fogli matricolari c’è scritto che si presume sia morto il 25 ottobre 1917 “in uno dei vari combattimenti del ripiegamento suddetto”. Il ripiegamento non può che essere, per l’appunto, quello di Caporetto.

Fin quando non se ne perdono le tracce, Tonetto scrive costantemente a casa – l’ultima lettera giunta a casa è del 22 ottobre – alla moglie Cecilia alla quale, come capita in molti nuclei famigliari travolti dalla guerra, spetta il duro compito di portare avanti le mansioni tradizionalmente maschili oltre a quelle femminili. Agostino, che manifesta un attaccamento viscerale alla famiglia e alla sua terra, racconta in maniera schietta quel che succede al fronte e quali sono le sue preoccupazioni, sforzandosi il più possibile di guidare la moglie nelle faccende con consigli e raccomandazioni.

Cecilia continuerà ad attendere a lungo il ritorno del marito. La mancanza di notizie certe sul suo decesso alimenta una speranza che si rivelerà vana. Come racconta la famiglia in una nota a margine del diario: “Anche parecchi anni dopo nelle sere in cui il vento faceva scricchiolare le porte, Cecilia zittiva i figli sperando di sentire i passi del marito che tornava a casa”.

La testimonianza di Agostino giunge all’Archivio Diaristico Nazionale nel 2006.

Fonte: L’Espresso

 

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22 settembre 2017, ore 22.02 – Ode all’autunno, PABLO NERUDA

Ah, quanto tempo
si è
potuto vivere,
terra,
senza autunno!
Ah, che naiade
oppressiva
la primavera
con i suoi scandalosi
capezzoli
che mostra in tutti
gli alberi del mondo,
e quindi
l’estate,
grano,
grano,
intermittenti
grilli,
cicale,
sudore sfrenato.
Poi,
l’aria
reca di mattina
un vapore di pianeta.
Da altra stella
cadono gocce d’argento.
Si respira
il cambiamento
delle frontiere,
dell’umidità del vento
dal vento alle radici.
Qualcosa di sordo, profondo,
lavora sottoterra
stivando sogni.
L’energia si raggomitola,
la catena
delle fecondazioni
arrotola
i suoi anelli.
Modesto è l’autunno
come i taglialegna.
Costa molto
togliere tutte le foglie
da tutti gli alberi
di tutti i paesi.
La primavera
le cucì in volo
e ora
bisogna lasciarle
cadere come se fossero
uccelli gialli:
non è facile.
Serve tempo.
Bisogna correre per
le strade,
parlare lingue,
svedese,
portoghese,
parlare la lingua rossa,
quella verde.
Bisogna sapere
tacere in tutte
le lingue
e dappertutto,
sempre,
lasciare cadere,
cadere,
lasciare cadere,
cadere
le foglie.

Difficile
è
essere autunno,
facile essere primavera.
Accendere tutto
quel che è nato
per essere acceso.
Spegnere il mondo , invece,
facendolo scivolare via
come se fosse un cerchio
di cose gialle,
fino a fondere odori,
luce, radici,
e a far salire il vino all’uva,
coniare con pazienza
l’irregolare moneta
della cima dell’albero
e spargerla dopo
per disinteressate
strade deserte,
è compito di mani
virili.

Per questo,
autunno,
compagno vasaio,
costruttore di pianeti,
elettricista,
conservatore del grano,
ti dò la mia mano da uomo
a uomo
e ti chiedo di invitarmi
a uscire a cavallo
per lavorare insieme a te.
Ho sempre voluto
essere l’apprendista
dell’autunno
essere il piccolo parente
del laborioso
meccanico delle cime,
galoppare per la terra
distribuendo
oro,
oro inutile.
Ma, domani,
autunno,
ti aiuterò a ripartire
foglie d’oro
ai poveri della strada.

Autunno, buon cavaliere,
galoppiamo,
prima che ci sorprenda
il nero inverno.
E’ duro
il nostro lungo lavoro.
Andiamo
a preparare la terra
e a insegnarle
a essere madre,
a riparare le sementi
che nel suo ventre
dormiranno protette
da due cavalieri rossi
che girano per il mondo:
l’apprendista dell’autunno
e l’autunno.

Così dalle radici
oscure e nascoste
potranno uscire danzando
la fragranza
e il velo verde della primavera.

-@-  -@-  -@-  -@-  -@-  -@-

 ODA AL OTOÑO

Ay cuanto tiempo
tierra
sin otoño,
cómo
pudo vivirse!
Ah qué opresiva
náyade
la primavera
con sus escandalosos
pezones
mostrándolos en todos
los árboles del mundo,
y luego
el verano,
trigo,
trigo,
intermitentes
grillos,
cigarras,
sudor desenfrenado.
Entonces
el aire
trae por la mañana
un vapor de planeta.
Desde otra estrella
caen gotas de plata.
Se respira
el cambio
de fronteras,
de la humedad al viento,
del viento a las raíces.
Algo sordo, profundo,
trabaja bajo la tierra
almacenando sueños.
La energía se ovilla,
la cinta
de las fecundaciones
enrolla
sus anillos.
Modesto es el otoño
como los leñadores.
Cuesta mucho
sacar todas las hojas
de todos los árboles
de todos los países.
La primavera
las cosió volando
y ahora
hay que dejarlas
caer como si fueran
pájaros amarillos.
No es fácil.
Hace falta tiempo.
Hay que correr por todos
los caminos,
hablar idiomas,
sueco,
portugués,
hablar en lengua roja,
en lengua verde.
Hay que saber
callar en todos
los idiomas
y en todas partes,
siempre
dejar caer,
caer,
dejar caer,
caer,
las hojas.

Difícil
es
ser otoño,
fácil ser primavera.
Encender todo
lo que nació
para ser encendido.
Pero apagar el mundo
deslizándolo
como si fuera un aro
de cosas amarillas,
hasta fundir olores,
luz, raíces,
subir vino a las uvas,
acunar con paciencia
la irregular moneda
del árbol en la altura
derramándola luego
en desinteresadas
calles desiertas,
es profesión de manos
varoniles.

Por eso,
otoño,
camarada alfarero,
constructor de planetas,
electricista,
preservador de trigo,
te doy mi mano de hombre
a hombre
y te pido me invites
a salir a caballo,
a trabajar contigo.
Siempre quise
ser aprendiz de otoño,
ser pariente pequeño
del laborioso
mecánico de altura,
galopar por la tierra
repartiendo
oro,
inútil oro.
Pero, mañana,
otoño,
te ayudaré a que cobren
hojas de oro
los pobres del camino.

Otoño, buen jinete,
galopemos,
antes que nos ataje
el negro invierno.
Es duro
nuestro largo trabajo.
Vamos
a preparar la tierra
y a enseñarla
a ser madre,
a guardar las semillas
que en su vientre
van a dormir cuidadas
por dos jinetes rojos
que corren por el mundo:
el aprendiz de otoño
y el otoño.

Así de las raíces
oscuras y escondidas
podrán salir bailando
la fragancia
y el velo verde de la primavera.

Ay cuanto tiempo
tierra
sin otoño,
cómo
pudo vivirse!
Ah qué opresiva
náyade
la primavera
con sus escandalosos
pezones
mostrándolos en todos
los árboles del mundo,
y luego
el verano,
trigo,
trigo,
intermitentes
grillos,
cigarras,
sudor desenfrenado.
Entonces
el aire
trae por la mañana
un vapor de planeta.
Desde otra estrella
caen gotas de plata.
Se respira
el cambio
de fronteras,
de la humedad al viento,
del viento a las raíces.
Algo sordo, profundo,
trabaja bajo la tierra
almacenando sueños.
La energía se ovilla,
la cinta
de las fecundaciones
enrolla
sus anillos.
Modesto es el otoño
como los leñadores.
Cuesta mucho
sacar todas las hojas
de todos los árboles
de todos los países.
La primavera
las cosió volando
y ahora
hay que dejarlas
caer como si fueran
pájaros amarillos.
No es fácil.
Hace falta tiempo.
Hay que correr por todos
los caminos,
hablar idiomas,
sueco,
portugués,
hablar en lengua roja,
en lengua verde.
Hay que saber
callar en todos
los idiomas
y en todas partes,
siempre
dejar caer,
caer,
dejar caer,
caer,
las hojas.

Difícil
es
ser otoño,
fácil ser primavera.
Encender todo
lo que nació
para ser encendido.
Pero apagar el mundo
deslizándolo
como si fuera un aro
de cosas amarillas,
hasta fundir olores,
luz, raíces,
subir vino a las uvas,
acunar con paciencia
la irregular moneda
del árbol en la altura
derramándola luego
en desinteresadas
calles desiertas,
es profesión de manos
varoniles.

Por eso,
otoño,
camarada alfarero,
constructor de planetas,
electricista,
preservador de trigo,
te doy mi mano de hombre
a hombre
y te pido me invites
a salir a caballo,
a trabajar contigo.
Siempre quise
ser aprendiz de otoño,
ser pariente pequeño
del laborioso
mecánico de altura,
galopar por la tierra
repartiendo
oro,
inútil oro.
Pero, mañana,
otoño,
te ayudaré a que cobren
hojas de oro
los pobres del camino.

Otoño, buen jinete,
galopemos,
antes que nos ataje
el negro invierno.
Es duro
nuestro largo trabajo.
Vamos
a preparar la tierra
y a enseñarla
a ser madre,
a guardar las semillas
que en su vientre
van a dormir cuidadas
por dos jinetes rojos
que corren por el mundo:
el aprendiz de otoño
y el otoño.

Así de las raíces
oscuras y escondidas
podrán salir bailando
la fragancia
y el velo verde de la primavera.

 

 

 

 

I GRANDI, Ian McEwan – L’inventore di sogni

IMG_6574

Tutti gli anni ad agosto, la famiglia Fortune affittava una casetta di pescatori in Cornovaglia. Chiunque abbia visto quel posto, deve riconoscere che si tratta di una specie di paradiso. La porta della casa dava su un giardino incolto. Più in là correva un ruscello, poco più di un fossato, ma l’ideale per costruirci dighe di sabbia. Poco oltre, dietro un boschetto, restava tra l’erba un binario morto, sul quale un tempo passavano i carrelli di una miniera di stagno. A mezzo miglio di li si trovava una galleria chiusa alla quale i bambini non dovevano avvicinarsi. Sul retro della casa si stendevano pochi metri quadrati di prato che si allargava direttamente su un’ampia baia a ferro di cavallo con spiagge di sabbia gialla e fine. Su un’estremità della baia, c’erano delle grotte buie e profonde quanto basta a metter paura. Con la bassa marea si riempivano di pozze tra gli scogli. E nel parcheggio dietro la baia, dal tardo mattino fino al tramonto, stazionava il furgone dei gelati. Lungo la costa si raggruppava una mezza dozzina di case: i Fortune conoscevano tutte le altre famiglie che venivano in agosto e avevano stretto amicizie. Una piccola frotta di bambini di un’età compresa tra i due e i quattordici anni aveva dato corpo a un gruppo alquanto disordinato di ragazzini che giocavano insieme ed erano noti, almeno a loro stessi, col nome di Banda del Mare.

Il momento più bello in assoluto veniva la sera, quando il sole affondava dentro l’Atlantico e le varie famiglie si radunavano nel giardino di una delle case per la solita grigliata. Dopo mangiato, i grandi erano troppo piacevolmente impegnati a bere e a raccontarsi storie infinite, per aver voglia di mettere a letto i bambini, ed era allora che la Banda del Mare poteva svignarsela nella tiepida calma del crepuscolo, e tornare indisturbata nei posti preferiti dei giochi fatti di giorno. Con la differenza che a quell’ora, in più, ci sarebbe stato il mistero del buio e delle ombre paurose, e la sabbia fredda sotto i piedi nudi, e la gioia impagabile di corse sfrenate che si aveva l’impressione di rubare a qualcuno. Era da un pezzo passata l’ora di andare a dormire, e i bambini sapevano che, prima o poi, gli adulti avrebbero smesso di chiacchierare e l’aria fresca della notte si sarebbe riempita dei loro nomi: Charlie! Harriet! Toby! Katc! Peter!

Ogni tanto, quando la voce dei grandi non bastava a raggiungere i figli in fondo alla spiaggia, mandavano avanti Gwendoline. Era la sorella grande di tre dei ragazzi della Banda del Mare. Dato che casa sua era troppo piccola, Gwendoline dormiva dai Fortune. Occupava la camera da letto accanto a quella di Peter. Sembrava sempre cosi triste, cosi persa nei suoi pensieri. Era già grande, correva voce che avesse addirittura ventitre anni, e se ne stava tutto il giorno seduta coi grandi, ma non si univa mai alle loro chiacchiere. Era studentessa di medicina e si preparava per un esame importante. Peter pensava a lei spesso, senza capire bene il perché. Aveva occhi verdissimi e capelli così rossi che sembravano arancioni. Qualche volta si metteva a fissare Peter come un gufo, ma la parola non gliela rivolgeva quasi mai.

Quando la mandavano a chiamare i bambini, avanzava sulla spiaggia con aria svogliata, a piedi scalzi e con quei suoi pantaloncini sfrangiati, e guardava in su, solo quando li aveva raggiunti. La sua voce era calma, triste come una musica. «Avanti, bambini. A letto!» Poi, senza aspettare le loro proteste, e senza insistere, tornava indietro trascinando i piedi nella sabbia. Sarà stata triste perché era grande e non le piaceva esserlo? Non era facile dirlo.

Fu lì in Cornovaglia nell’estate dei suoi dodici anni che Peter incominciò a notare quanto fossero diversi il mondo dei grandi e quello dei bambini. Non sarebbe stato esatto dire che i genitori non si divertivano mai. Anche loro facevano il bagno, ma non rimanevano in acqua per più di venti minuti. Anche loro facevano qualche partita di palla a volo, ma della durata di mezz’ora al massimo. Certe volte li si poteva persino convincere a giocare a nascondino, o a guardie e ladri, o a costruire un enorme castello di sabbia, ma si trattava sempre di occasioni speciali. La verità era che tutti i grandi, alla minima opportunità, preferivano sprofondare in una delle tre tipiche attività da spiaggia: stare seduti a cianciare, leggere libri e giornali, o dormicchiare. Se decidevano di fare un po’ di movimento, ammesso che lo si voglia cosi definire, era solo per dedicarsi a passeggiate interminabili quanto noiose, le quali si riducevano a pretesti per continuare a parlare. Sulla spiaggia, guardavano spesso l’ora e, ben prima che qualcuno avesse fame, si mettevano a dire che forse era meglio incominciare a pensare al pranzo o alla cena.

Si inventavano anche delle commissioni da fare: dal meccanico della zona, dal carrozziere in paese, o nei negozi della città più vicina per fare la spesa. Poi tornavano lamentandosi del traffico vacanziero, dimenticando completamente di esserne parte. Questi grandi irrequieti facevano continue visite alla cabina del telefono in fondo al vicolo, e da lì chiamavano parenti, colleghi d’ufficio o figli già grandi. Peter aveva notato che quasi tutti i grandi non erano in grado di incominciare sereni una nuova giornata se prima non erano andati in macchina a comperare il giornale, quello giusto, s’intende. Altri non sarebbero sopravvissuti senza le sigarette. Altri ancora, senza una birra. Altri, senza un caffè. Certi poi, non riuscivano a leggere il giornale senza fumare una sigaretta e bere un caffè. Questi adulti non facevano altro che schioccare le dita e scuotere il capo perché qualcuno era appena arrivato dalla città dimenticando qualcosa: mancava sempre una cosa all’appello e ci si riprometteva regolarmente di rimediare l’indomani: ancora una sedia a sdraio, lo shampoo, uno spicchio d’aglio, gli occhiali da sole, qualche molletta per stendere, quasi che la vacanza non potesse riuscire, non potesse anzi neppure incominciare, finché tutti questi inutili arnesi non fossero stati raccolti. Gwendoline però era diversa. Lei se ne stava seduta tutto il santo giorno, con il suo libro, e leggeva.

Frattanto, Peter e i suoi amici neanche sapevano che giorno e che ora fosse. Scorrazzavano per la spiaggia, rincorrendosi, nascondendosi, ingaggiando battaglie e invasioni tra navi pirate e alieni di altri pianeti. Con la sabbia costruivano dighe, canali, fortini e zoo acquatici che poi riempivano di granchi e paguri. Peter e gli altri bambini più grandi inventavano storie tremende che spacciavano per vere per far paura ai più piccoli. Mostri marini che uscivano strisciando dal mare e coi tentacoli acciuffavano i bimbi per le caviglie per poi trascinarli in fondo agli abissi. O quella del pazzo dai capelli d’alghe che abitava dentro la grotta e trasformava i bambini in aragoste. Peter ci metteva tanto impegno nell’inventare queste storie che finiva col ritrovarsi restio a entrare da solo dentro la grotta e quando nuotava, gli capitava di rabbrividire se un ciuffo di alghe per caso gli accarezzava una gamba.

Qualche volta la Banda del Mare faceva incursioni nell’entroterra, nel prato dove si stavano costruendo un accampamento. Oppure si avventuravano lungo il vecchio binario morto fino alla galleria proibita. Tra le assi che la sbarravano c’era un’ampia fessura e i bambini si sfidavano a passarci dentro per poi ritrovarsi dall’altra parte, nel buio totale. Di dentro si udiva l’eco sinistro e agghiacciante di una goccia d’acqua che andava a piovere in una pozzanghera. C’erano anche dei trapestii che avevano pensato di attribuire alla presenza di topi e si sentiva una corrente d’aria umida e greve che secondo una delle bambine grandi doveva essere l’alito di una strega. Non che gli altri le avessero creduto, naturalmente, ma nessuno comunque si era mai spinto dentro la galleria per più di pochi passi.

Questi giorni d’estate incominciavano presto e finivano tardi. Certe volte, andando a dormire, Peter si sforzava di ricordare come fosse incominciata la giornata. Sembrava che gli avvenimenti del mattino si fossero verificati settimane prima. Gli era anche capitato di addormentarsi, senza essere riuscito a farsi tornare alla mente il principio del giorno.

Una sera dopo cena Peter litigò con uno degli altri bambini che si chiamava Henry. A scatenare la lite era stato un pezzo di cioccolata, ma ben presto la cosa si trasformò in uno sfogo di insulti reciproci. Per chissà quale ragione tutti i bambini, fatta eccezione ovviamente per sua sorella Kate, si schierarono dalla parte di Henry. Allora Peter gettò la cioccolata per terra in mezzo alla sabbia e se ne andò tutto solo. Kate entrò in casa a prendere un cerotto per un taglio che si era fatta su un piede. E il resto del gruppo si allontanò sulla spiaggia. Peter si voltò a guardarli andare via. Li sentiva ridere. Forse stavano parlando di lui.

Mentre il gruppo si allontanava nella luce del crepuscolo, i contorni dei singoli individui si andarono perdendo in una sorta di macchia che si muoveva e allungava in lontananza. Con ogni probabilità, si erano già scordati di lui e avevano inventato un altro gioco.

Peter rimase cosi, con le spalle rivolte al mare. Un’improvvisa folata di vento freddo lo fece rabbrividire. Diede un’occhiata verso le case. Riusciva appena a distinguere il mormorio basso della conversazione dei grandi, il suono di un tappo di sughero tirato dalla bottiglia, la musica di una risata femminile, forse della sua mamma. Quella sera di agosto, restando li in mezzo ai due gruppi, con il mare che gli lambiva appena i piedi nudi, Peter all’improvviso afferrò qualcosa di molto ovvio e terribile: un giorno o l’altro, avrebbe lasciato il gruppo che scorrazzava sfrenato lungo la spiaggia, per unirsi a quello di chi restava seduto a parlare. Era difficile crederci, ma sapeva che sarebbe andata proprio cosi. Allora si sarebbe interessato a cose diverse, come lavoro, denaro, tasse, interessi bancari, chiavi e caffè, e sarebbe rimasto a parlare, per ore e ore, seduto.

Questi pensieri gli pesavano sul cuore quella sera quando decise di andare a dormire. Non si poteva certo definirli pensieri felici. Chi avrebbe potuto rallegrarsi alla prospettiva di una vita trascorsa stando seduti a parlare? O facendo commissioni e andando a lavorare? Senza giocare mai, senza mai divertirsi sul serio? Un giorno o l’altro, sarebbe stato una persona del tutto diversa. Data la lentezza del fenomeno, non se ne sarebbe neppure accorto, e una volta successo, quel Peter giocoso e allegro di undici anni sarebbe stato talmente lontano, talmente strano e incomprensibile, quanto apparivano adesso gli adulti a lui. E con questa malinconia, se ne andò scivolando nel sonno.

Il mattino dopo Peter Fortune si svegliò da sogni agitati, per ritrovarsi trasformato in un gigante, un grande. Cercò di muovere braccia e gambe, ma erano pesantissime a quell’ora del giorno, non c’era verso di cavarne qualcosa. Perciò rimase immobile ad ascoltare il canto degli uccellini fuori della finestra e a guardarsi un po’ intorno. La stanza era quasi identica, anche se dava l’impressione di essersi rimpicciolita parecchio. Peter aveva la bocca asciutta, la testa pesante e si sentiva confuso. Quando chiudeva gli occhi, il dolore cresceva. Si rese conto di aver bevuto troppo vino la sera prima. E forse aveva anche esagerato col cibo, se doveva dar retta al gonfio re di stomaco. E poi, troppe chiacchiere: aveva persino male alla gola.

Emise un lamento e si rigirò sulla schiena. Compiendo uno sforzo infinito, riuscì a sollevare un braccio, quanto bastava per avvicinare la mano alla faccia e sfregarsi gli occhi. La pelle lungo il contorno della mandibola raspava al tatto come carta-vetro. Prima di fare qualsiasi altra cosa, avrebbe dovuto alzarsi e farsi la barba. E non c’era molto tempo da perdere, perché aveva un mucchio di faccende da sbrigare, commissioni, lavoretti in sospeso. Ma prima di recuperare un po’ di energia, lo sconcertò la vista della sua mano. Era coperta di fitti pelacci neri e ricciuti! Rimase a fissare quella roba grassa con dita rotonde come salsiccee scoppiò a ridere. C’erano peli anche sul le dita! Più la guardava, soprattutto stringendola a pugno, e più gli pareva uno spazzolino del gabinetto.

Si tirò su e sedette sul bordo del letto. Era nudo; il corpo, rigido, ossuto e peloso dappertutto, con muscoli mai visti prima su braccia e gambe. Quando finalmente si alzò, per poco non andò a sbattere con la testa contro una delle travi basse della sua stanza nel sottotetto. – Roba da mat… – incominciò a dire, ma la sua stessa voce lo meravigliò. Sembrava un incrocio tra un tagliaerba e una sirena antinebbia. Devo assolutamente lavarmi i denti e fare dei gargarismi, pensò. Mentre si dirigeva al lavabo, sentì le assi del pavimento scricchiolare sotto il suo peso. Le giunture delle ginocchia gli si erano fatte più spesse e legnose. Dinanzi al lavabo, dovette chinarsi per esaminare la propria faccia allo specchio. Con quella maschera di stoppie nere, gli sembrò che a restituirgli lo sguardo fosse il muso di uno scimmione.

Quando si trattò di farsi la barba, scopri di sapere esattamente come doveva fare. Aveva osservato suo padre cosi tante volte. Al termine dell’operazione, la faccia era tornata ad assomigliare un poco di più alla sua vera. Anzi, era persino meglio, meno paffuta di quella dei suoi undici anni, con la mascella volitiva e lo sguardo deciso. Niente male, pensò.

Indossò gli abiti che trovò ammucchiati sopra una sedia e scese al piano di sotto. Pensa che facce faranno, si diceva, quando vedranno che sono invecchiato di dieci anni e cresciuto di una spanna nel giro di una notte. Ma dei tre adulti seduti scomposti intorno al tavolo della colazione, soltanto Gwendoline lo degnò di uno sguardo balenando il verde brillante degli occhi dalla sua parte, per poi distoglierlo subito. Mamma e papà si limitarono ad accoglierlo con un “‘Giorno”, senza interrompere la lettura dei giornali. Peter aveva una sensazione strana a livello di stomaco. Si versò del caffè, prese il giornale che stava sopra il suo piatto e ne scorse la prima pagina. Uno sciopero, uno scandalo su certe forniture di armi e un meeting dei capi di stato di parecchi paesi importanti. Scoprì di conoscere i nomi di tutti i presidenti e dei primi ministri, di ricordarne le storie e persino le rispettive ambizioni politiche. Lo stomaco gli dava ancora fastidio. Sorseggiò il caffè. Aveva un sapore terribile, come se avessero preso del cartone bruciato e lo avessero messo a bollire nella vasca da bagno. Comunque, continuò a bere, perché non voleva che qualcuno potesse pensare che in realtà aveva solo undici anni.

Peter finì la fetta di pane tostato e si alzò. Dalla finestra vedeva la Banda del Mare correre sulla battigia in direzione della grotta. Quanta energia sprecata sin dal primo mattino!
– Vado a telefonare in ufficio – annunciò solennemente ai presenti, – poi faccio una passeggiata -. Si poteva immaginare qualcosa di più noiosamente da grandi di una passeggiata? Il padre assentì grugnendo. Sua madre disse: – Va bene, – e Gwendoline fissò gli occhi nel piatto.
Nell’ingresso, compose il numero del suo assistente di laboratorio a Londra. Ogni inventore dispone almeno di un assistente.
– Come procede la macchina anti-gravitazionale? – chiese Peter. – Ha ricevuto i miei ultimi disegni?
– Si, grazie a quei disegni mi è tutto chiaro. – disse l’assistente. – Abbiamo apportato i cambiamenti da lei suggeriti e abbiamo proceduto ad accendere la macchina per cinque secondi. Come previsto, tutti gli oggetti della stanza si sono messi a galleggiare nell’aria. Prima di ritentare, dovremo inchiodare tavoli e sedie al pavimento.
– Non voglio che ritentiate prima del mio ritorno dalle vacanze. – disse Peter. – Voglio esserci. Verrò giù in macchina durante il week-end.

Quando ebbe finito di parlare al telefono, uscì in giardino e si fermò presso il ruscello. Era una giornata bellissima. Scorrendo sotto le assi di legno, l’acqua produceva un suono gradevole e Peter si senti soddisfatto della sua recente invenzione. Ma per qualche motivo non aveva voglia di allontanarsi da casa. Sentì un rumore alle sue spalle e si voltò. In piedi sulla porta, Gwendoline lo stava guardando. Peter registrò un’altra fitta allo stomaco. Una sensazione di freddo, un vuoto. Gli tremavano un po’ le ginocchia. Gwendoline appoggiò il braccio sul bordo di una vecchissima botte per l’acqua che stava davanti alla porta di casa. Il sole del mattino, tra le foglie dei meli, ricamava giochi di luce sulle sue spalle e i capelli. In ventunanni di vita, Peter non aveva mai visto niente di cosi, come dire, perfetto, luminoso, desiderabile, stupendo… Non c’erano parole sufficienti a descrivere quel che vedeva. Gli occhi verdi di lei erano fissi nei suoi.
– Fai una passeggiata, ho sentito, – disse lei piano.

Peter non era sicuro che sarebbe riuscito a parlare. Si schiarì la voce. – Si. Ti va di venire?

Attraversarono il giardino e raggiunsero il sentiero di terra battuta dove un tempo correva il binario della ferrovia. Non parlarono di nulla in particolare: delle vacanze, del tempo, di qualche fatto di cronaca, qualsiasi cosa, pur di evitare argomenti personali. La mano di lei fresca e liscia finì tra le sue, nel corso della passeggiata. Peter pensò seriamente che questa volta avrebbe potuto alzarsi in volo fino a sfiorare le cime degli alberi. Aveva sentito raccontare di come ragazzi e ragazze, uomini e donne si innamorano e non capiscono più niente, ma aveva anche sempre pensato che la gente la fa un po’ troppo lunga sull’argomento. Dopo tutto, quanto possono ragionevolmente piacersi due persone? Anche nei film, quei pezzi ai quali ci si doveva sempre rassegnare, quando i protagonisti rubano minuti preziosi per diventare melensi e guardarsi negli occhi e baciarsi, a lui erano sempre sembrati uno spreco di tempo ridicolo, buono soltanto a tenere in sospeso la storia per un’eternità. E adesso, eccolo qui, a sentirsi sciogliere solo al contatto della mano di Gwendoline, ad avere voglia di urlare di gioia.

Raggiunsero la galleria e, senza mai smettere di parlare, si infilarono nel passaggio tra le assi, dentro l’oscurità fredda e fumosa. Procedendo si tenevano stretti, e ridacchiavano quando coi piedi finivano in una pozzanghera. La galleria non era molto lunga. Si vedeva già l’uscita, piena di luce rosa come una stella. A metà percorso si fermarono. Erano vicinissimi. Su braccia e visi restava ancora il calore del sole. Si strinsero ancor più vicino e, tra lo sgocciolio dell’acqua nelle pozzanghere e il trapestio di animali spaventati, si diedero un bacio. Peter seppe immediatamente che in tutti gli anni della sua infanzia felice, e persino nei momenti più belli, come quando giocava con la Banda del Mare nelle sere d’estate, non aveva mai fatto una cosa più incantevole, più emozionante e straordinaria di quel bacio scambiato con Gwendoline nella galleria del treno.

Proseguendo in direzione della luce, lei gli raccontò che un giorno sarebbe diventata dottore e scienziato e avrebbe lavorato alla ricerca di nuove cure per malattie mortali. Uscirono strizzando gli occhi nel sole e si trovarono un posto sotto gli alberi insieme a certi fiori azzurri sorretti da steli esilissimi. Si sdraiarono, chiusero gli occhi, vicini sull’erba alta, circondati dal ronzio degli insetti. Lui le raccontò delle sue invenzioni, della macchina anti-gravitazionale. Di lì a poco avrebbero potuto andarsene insieme, montare sulla sua spider verde a due posti e percorrere le stradine della Cornovaglia e del Devon fino a Londra. Lungo il tragitto, si sarebbero fermati in un ristorante per concedersi una mousse al cioccolato, un gelato e litri di limonata. A mezzanotte avrebbero raggiunto l’edificio. Poi, una corsa in ascensore e Peter avrebbe aperto la porta del laboratorio per mostrarle la macchina con i suoi tasti e le belle lucine accese.

Un colpo di interruttore ed eccoli galleggiare leggeri a mezz’aria insieme a tavoli e sedie…

Doveva essersi assopito nell’erba, mentre le raccontava tutto questo. La spider, pensò col cervello annebbiato dal sonno, mousse di cioccolato, mezzanotte, restare alzato quanto mi pare e Gwendoline… Fu a questo punto che si rese conto di avere lo sguardo puntato al soffitto di camera sua e non al cielo. Si alzò dal letto e raggiunse la finestra che si affacciava sulla spiaggia. In lontananza, riusciva a vedere la Banda del Mare. C’era bassa marea. Le pozze tra gli scogli restavano in attesa dell’acqua. Si infilò un paio di calzoncini e una maglietta e scese di corsa. Era tardi, gli altri avevano già fatto colazione da un pezzo. Tracannò un bicchiere di succo d’arancia, afferrò un panino e si precipitò fuori, oltre il giardino minuscolo, sulla spiaggia. La sabbia gli scottava già i piedi. Mamma, papà e i loro amici si erano sistemati coi libri tra sedie a sdraio e ombrelloni.

La mamma lo salutò con la mano. – Ti sei fatto una bella dormita. Dovevi averne bisogno!

I suoi amici lo avevano visto e gli stavano gridando: – Peter, Peter, corri, vieni a vedere!

Peter si mise a correre tutto contento verso di loro, e doveva essere già a metà strada, quando si volse a guardare i grandi ancora una volta. Riparati dalla tela colorata degli ombrelloni, si chinavano per parlarsi più da vicino. Adesso li considerava in un modo diverso però. Sapevano cose belle che stavano appena incominciando ad affiorare anche in lui, come sagome nella foschia. C’erano altre avventure nella vita, dopo tutto.

Come sempre, Gwendoline sedeva da parte con i suoi libri e le carte, intenta a studiare per l’esame. Lo vide e sollevò una mano. Si stava solo aggiustando gli occhiali sul naso o lo salutava? Chi poteva dirlo ?

Peter si voltò a guardare il mare. Luccicava, fino laggiù, all’orizzonte. Gli si dispiegava dinanzi, sconosciuto e immenso. Una dopo l’altra le onde si srotolavano e spruzzavano sopra la sabbia e a Peter sembrarono l’immagine di tutte le idee e le fantasticherie della sua vita.

Sentì di nuovo chiamare il suo nome. Kate, sua sorella, ballava saltando sulla spiaggia bagnata. – Abbiamo trovato un tesoro, Peter! – Alle sue spalle, Flarriet si reggeva su una gamba sola, con le mani sui fianchi e disegnava ampi cerchi di sabbia con la punta del piede. Toby e Charlie e i più piccoli facevano turni a suon di spintoni per saltare da uno scoglio dentro una pozza di acqua salmastra. E oltre tutto questo umano fermento, l’oceano si gonfiava e si ripiegava, perché a nulla e nessuno è dato di restare fermo, non agli uomini, non all’acqua e neppure al tempo.
– Un tesoro! – esclamò ancora Kate.
– Eccomi, – gridò Peter. – Arrivo -. E si lanciò di corsa verso la battigia. Si sentiva agile e leggerissimo sulla sabbia. «Sto per prendere il volo», pensò. Chissà se stava sognando, o se volava davvero.

L’inventore di sogni, Ian McEwan – Einaudi

Video

LAND OF MINE

 

NOTE DI REGIA,  Martin Zandvliet

La mia intenzione era quella di rivelare un episodio basato su un fatto storico che fa ancora vergognare particolarmente la Danimarca. Molti storici finora hanno evitato l’argomento, comprensibilmente forse.

Non volevo assegnare colpe o puntare il dito; mi sembrava interessante fare un film che non guardasse i tedeschi sempre come mostri. È la storia di un camion militare pieno di giovani ragazzi tedeschi, che sono stati sacrificati nel periodo successivo alla seconda guerra mondiale. Tuttavia, in fin dei conti, è davvero solo un film sugli esseri umani. Ti porta in un viaggio che va dall’odio al perdono. La mia intenzione era quella di creare una storia rilevante e lasciare che il pubblico sperimentasse la potenza della paura, la speranza, i sogni, le amicizie e la lotta per la sopravvivenza, attraverso questo gruppo di personaggi.

L’offerta inglese di prigionieri di guerra tedeschi per le operazioni di sminamento mise il governo danese davanti a un dilemma politico. Rifiutare l’offerta sarebbe stata una decisione molto impopolare sia agli occhi del pubblico danese che delle nazioni alleate circostanti. La Danimarca come nazione aveva ancora una brutta reputazione dopo la guerra. E gli inglesi erano gli eroi assoluti – i liberatori della Danimarca. Tuttavia, costringendo i giovani prigionieri di guerra tedeschi a sminare la costa danese, si potrebbe sostenere che la Danimarca abbia commesso un crimine di guerra.

Ho voluto che questo dramma realistico fosse girato in un universo fantastico, idilliaco, contaminato solo da bunker di cemento grezzo e dalle detonazioni quotidiane delle mine.

L’estate, la sabbia, le dune, il clima caldo e l’acqua erano un richiamo costante alla vita idilliaca che c’era una volta, e la vita che sarebbe ancora una volta risorta dalle ceneri.

Insieme alle migliaia di mine, le esplosioni, la morte e il dolore, tutti questi elementi ci portano nel pieno delle conseguenze della guerra.

Io e mia moglie Camilla Hjelm Knudsen, Direttore della Fotografia,siamo stati pesantemente influenzati dal look dei film degli anni ’60. Si trattava di creare il giusto mix di poesia e di tenebre. Il set doveva essere il più bello possibile,per far fronte all’orrore che si stava svolgendo sullo schermo.

La maggior parte del film si svolge di giorno, in contrasto con l’oscurità mostrata attraverso i nostri personaggi. Mi sono ispirato a gente come David e Albert Maysels. Il modo in cui i fratelli Mayselshanno filmato i loro soggetti era così vulnerabile e sensuale che non si poteva non percepire la presenza dei loro personaggi. È una cosa bella e rara, quando ciò accade. E questo accade solo quando si diventa un tutt’uno con gli esseri umani che si sta guardando e si entra totalmente nel sentimento della scena.

L’idea era quella di creare un senso di vita. Non volevo che la telecamera attirasse l’attenzione sui personaggi, ma volevo che fosse lo spettatore ad essere sempre in grado di seguire gli attori. I personaggi mi hanno sempre interessato più della trama.
Siamo stati fortunati ad avere direttori di casting incredibili, che ci hanno aiutato a evitare gli stereotipi in un certo senso. Abbiamo provinato tutti i ragazzi per tutti i ruoli – nessuno sapeva quale ruolo avrebbe avuto e chi fosse stato selezionato per cosa. Ho scelto quelli che ho ritenuto fossero più naturali per i ruoli. Questi ragazzi sono alle prime armi, dilettanti, se così si può dire. La cosa bella è che è possibile modellarli e plasmarli in quello di cui si ha bisogno, incanalare le loro prestazioni in ciò che si sta cercando. Questo è avvenuto anche per il ruolo principale, non a caso è il primo ruolo da protagonista di Roland in un film.

Consuetudine generale tra i registi è che gli attori debbano essere belli, nel senso in cui la bellezza voglia dire non avere difetti. Ma ho sempre pensato che ogni essere umano sia più interessante quanto più sia possibile vedere la sua storia. È utile conoscere le angosce di qualcuno, vedere le sue cicatrici e sentire i suoi demoni. Non volevo soltanto mostrare i lati brutti, ma credo che la bruttezza dicapiù di ogni altra cosa su chi siamo come esseri umani.

È un film molto umano che esplora non solo la bellezza delle tenebre, ma cerca anche di scoprire chi erano questi ragazzi tedeschi. Condividiamo le loro speranze e preghiamo per la loro sopravvivenza attraverso questo incubo. Dobbiamo credere ancora che possono diventare degli esseri umani, anche se disapproviamo il regime violento di cui facevano parte.

In un certo senso ci poniamo la domanda: “È possibile provare simpatia per le persone che rappresentano il terrore del regime nazista?”

Si dice che un grande dramma dipenda in gran parte dall’entità del cattivo. Per quanto mi riguarda, è l’uomo che li costringe alla morte, è l’uomo il vero referente del film e dell’odio.

Insieme ai ragazzi, seguiamo quindi il loro custode, il sergente Carl. Per Carl, i mostri si trasformano in esseri umani.

Per me, Land of Mine racconta una storia importante e umana. Una storia per lo più sconosciuta alla maggior parte dei danesi. È stata tenuta nascosta. Appositamente dimenticata. Repressa. È un film sulla vendetta e sul perdono. Su un gruppo di ragazzi costretti a fare penitenza per conto di un’intera nazione.

Fonte: http://www.agiscuola.it/schede-film/item/522-land-of-mine.html