Digressione

Di Amatrice e della bellezza che non si estingue

Amatrice è stata rasa al suolo del terremoto nella notte del 24 agosto.

Non vi sono mai stato, ma quella terra era – come raccontano l’appartenenza al club dei borghi più belli d’Italia e queste immagini – bella: di una bellezza che unisce la natura alla storia, tramite la sua gente e la loro cultura…

Ed io son certo che tornerà ad essere nuovamente così, ancora, appena il segno di questo mare di macerie, permetterà di scorgere nuovamente la terra ferma.

Quel marrone scuro e fertile o quel verde gentile e profumato, nel quale ritrovare la strada di casa, di nuove case – qualcuna ahinoi, fatta di nuvole e cielo – concedendo così un ritorno, seppur finto e doloroso, a coloro che Erri De Luca ha chiamato vittime di un “naufragio in terra”.

Il seme che è il lavoro dell’uomo, tornerà a mettere frutti, perché il destino della bellezza, nascosto e racchiuso fra le mani dell’uomo, è anche quello di passare nella corruzione, prima di tornare a rivelarsi.

Perché non tutto è destinato a scomparire, perché l’estinzione può estinguersi, quando ad essere intaccato è il futuro e la speranza di un paese che il destino ha voluto chiamare Amatrice.

Amatrice – Un’emozione senza tempo | Expo 2015 from Brainstorm on Vimeo.

2 luglio 2011

E all’improvviso si risentì belare ….
Immagina lo stupore
Immagina le bocche aperte e gli occhi spalancati dei bambini
Il sorriso dei ricordi degli uomini ormai adulti
Le lacrime, finalmente dolci, sui volti rugosi degli uomini antichi.
Un suono del passato
pian piano si avvicina.
Un frastuono lontano e familiare dal tempo ritorna
E la memoria si risveglia.
Le note gioiose di organetti e ciaramelle, campanacci e campanelli
accompagnano il passaggio di barrozze, carretti, cavalli e somarelli
con i loro umili preziosi carichi.
Donne con le conche e
bambini con il vestito della festa
salutano il ritorno.
Troppo tempo è passato da quando la strada
ancora selciata avete abbandonato.
Oggi è festa all’Amatrice
le greggi ritornano alla montagna
finalmente la verde Laga
tornerà ad essere punteggiata di bianca lana.
Fonte di vita, sacrificio e ricchezza del passato
emozionati vi salutiamo.
Oggi passato e futuro si incontrano e si confondono.
Gli uomini che un tempo vi guidavano
oggi vi seguono.
Vi seguono lungo in Viaggio della transumanza
sentiero della vita
tratturo di speranza.
L’attesa è stata lunga
ci siete mancate
compagne del destino delle genti di montagna.
Mai dimenticate
amate pecore
Bentornate.

Catia Clementi

www.transumanzaamatrice.it

  • – O – O –

“Il terremoto è un naufragio in terra. Le case diventano imbarcazioni scosse tra le onde e sbattute sugli scogli. Si perde tutto, si conserva la vita, lacera, attonita che conta gli scomparsi sul fondo delle macerie.

Si abita un suolo chiamato per errore terraferma. È terra scossa da singhiozzi abissali. Questi di stanotte sono partiti da oltre quattromila metri di profondità. Qualche giorno fa stavo agli antipodi, oltre quattromila metri sopra il mare. Quel monte delle Alpi non è un meteorite piovuto dal cielo, ma
il risultato di spinte e sollevamenti scatenati dal fondo del Mediterraneo. Forze gigantesche hanno modellato il nostro suolo con sconvolgimenti.

Si abita una terra precaria, ogni generazione cresce ascoltando storie di terremoti. Così, con le narrazioni, i vivi smaltiscono le perdite. Le macerie si spostano, si abita di nuovo lentamente, ma al loro posto restano le voci, le parole degli scaraventati all’aperto, a tetti scoperchiati. Ricordano, ammoniscono a non insuperbirsi di nessun possesso.

Arriva cieco di notte il terremoto e sconvolge i piccoli paesi. Ma i mezzi di soccorso sono di stanza nei grandi centri. Fosse un’invasione, quale generale accentrerebbe le sue forze lontano dai confini? Per il protettor civile questo ragionamento non vale. Ogni volta deve spostare le sue truppe con lento riflesso di reazione. Ai naufraghi nelle prime ore serve il conforto al cuore di un qualunque segnale di pubblica prontezza. Invece arriva prima un parente, un volontario, un giornalista. Il terremoto è anche un’invasione, contro la quale avere riserve piccole e pronte sparpagliate ovunque.

“Si sta come/ d’autunno/ sugli alberi/ le foglie”. La frase di guerra di cent’anni fa del soldato Ungaretti Giuseppe racconta il sentimento di stare attaccati all’ albero della vita con un solo piccolo punto di congiunzione”.

Erri De Luca

http://www.fondazionerrideluca.com/naufragio/

Digressione

TIZIANO TERZANI, Che fare?

TIZIANO TERZANI Questi giorni

Bissar, Himalaya indiana – 17 gennaio 2002

   Mi piace essere in un corpo che ormai invecchia. Posso guardare le montagne senza il desiderio di scalarle. Quand’ero giovane le avrei volute conquistare. Ora posso lasciarmi conquistare da loro. Le montagne, come il mare, ricordano una misura di grandezza dalla quale l’uomo si sente ispirato, sollevato. Quella stessa grandezza è anche in ognuno di noi, ma lì ci è difficile riconoscerla. Per questo siamo attratti dalle montagne. Per questo, attraverso i secoli, tantissimi uomini e donne sono venuti quassù nell’Himalaya, sperando di trovare in queste altezze le risposte che sfuggivano loro restando nelle pianure. Continuano a venire.
L’inverno scorso davanti al mio rifugio passò un vecchio sanyasin vestito d’arancione. Era accompagnato da un discepolo, anche lui un rinunciatario.
«Dove andate, Maharaj?» gli chiesi.
«A cercare dio», rispose, come fosse stata la cosa più ovvia del mondo.
Io ci vengo, come questa volta, a cercare di mettere un po’ d’ordine nella mia testa. Le impressioni degli ultimi mesi sono state fortissime e prima di ripartire, di « scendere in pianura» di nuovo, ho bisogno di silenzio. Solo così può capitare di sentire la voce che sa, la voce che parla dentro di noi. Forse è solo la voce del buon senso, ma è una voce vera.
Le montagne sono sempre generose. Mi regalano albe e tramonti irripetibili; il silenzio è rotto solo dai suoni della natura che lo rendono ancora più vivo.
L’esistenza qui è semplicissima. Scrivo seduto sul pavimento di legno, un pannello solare alimenta il mio piccolo computer; uso l’acqua di una sorgente a cui si abbeverano gli animali del bosco – a volte anche un leopardo -, faccio cuocere riso e verdure su una bombola a gas, attento a non buttar via il fiammifero usato. Qui tutto è all’osso, non ci sono sprechi e presto si impara a ridare valore ad ogni piccola cosa. La semplicità è un enorme aiuto nel fare ordine.
A volte mi chiedo se il senso di frustrazione, d’impotenza che molti, specie fra i giovani, hanno dinanzi al mondo moderno è dovuto al fatto che esso appare loro così complicato, così difficile da capire che la sola reazione possibile è crederlo il mondo di qualcun altro: un mondo in cui non si può mettere le mani, un mondo che non si può cambiare. Ma non è così: il mondo è di tutti.
Eppure, dinanzi alla complessità di meccanismi disumani – gestiti chi sa dove, chi sa da chi – l’individuo è sempre più disorientato, si sente al perso, e finisce così per fare semplicemente il suo piccolo dovere nel lavoro, nel compito che ha dinanzi, disinteressandosi del resto e aumentando così il suo isolamento, il suo senso di inutilità. Per questo è importante, secondo me, riportare ogni problema all’essenziale. Se si pongono le domande di fondo, le risposte saranno più facili.
Vogliamo eliminare le armi? Bene: non perdiamoci a discutere sul fatto che chiudere le fabbriche di fucili, di munizioni, di mine anti-uomo o di bombe atomiche creerà dei disoccupati. Prima risolviamo la questione morale. Quella economica raffronteremo dopo. O vogliamo, prima ancora di provare, arrenderci al fatto che l’economia determina tutto, che ci interessa solo quel che ci è utile?
« In tutta la storia ci sono sempre state delle guerre. Per cui continueranno ad esserci», si dice. «Ma perché ripetere la vecchia storia? Perché non cercare di cominciarne una nuova?» rispose Gandhi a chi gli faceva questa solita, banale obbiezione.
L’idea che l’uomo possa rompere col proprio passato e fare un salto evolutivo di qualità era ricorrente nel pensiero indiano del secolo scorso. L’argomento è semplice: se l’homo sapiens, quello che ora siamo, è il risultato della nostra evoluzione dalla scimmia, perché non immaginarsi che quest’uomo, con una nuova mutazione, diventi un essere più spirituale, meno attaccato alla materia, più impegnato nel suo rapporto col prossimo e meno rapace nei confronti del resto dell’universo?
E poi, siccome questa evoluzione ha a che fare con la coscienza, perché non provare noi, ora, coscientemente, a fare un primo passo in quella direzione? Il momento non potrebbe essere più appropriato visto che questo homo sapiens è arrivato ora al massimo del suo potere, compreso quello di distruggere sé stesso con quelle armi che, poco sapientemente, si è creato.
Guardiamoci allo specchio. Non ci sono dubbi che nel corso degli ultimi millenni abbiamo fatto enormi progressi. Siamo riusciti a volare come uccelli, a nuotare sott’acqua come pesci, andiamo sulla luna e mandiamo sonde fin su Marte. Ora siamo persino capaci di donare la vita. Eppure, con tutto questo progresso non siamo in pace ne con noi stessi ne col mondo attorno. Abbiamo appestato la terra, dissacrato fiumi e laghi, tagliato intere foreste e reso infernale la vita degli animali, tranne quella di quei pochi che chiamiamo « amici» e che coccoliamo finché soddisfano la nostra necessità di un surrogato di compagnia umana.
Aria, acqua, terra e fuoco, che tutte le antiche civiltà hanno visto come gli elementi base della vita – e per questo sacri – non sono più, com’erano, capaci di autorigenerarsi naturalmente da quando l’uomo è riuscito a dominarli e a manipolarne la forza ai propri fini. La loro sacra purezza è stata inquinata. L’equilibrio è stato rotto. Il grande progresso materiale non è andato di pari passo col nostro progresso spirituale. Anzi: forse da questo punto di vista l’uomo non è mai stato tanto povero da quando è diventato così ricco. Da qui l’idea che l’uomo, coscientemente, inverta questa tendenza e riprenda il controllo di quello straordinario strumento che è la sua mente. Quella mente, finora impegnata prevalentemente a conoscere e ad impossessarsi del mondo esterno, come se quello fosse la sola fonte della nostra sfuggente felicità, dovrebbe rivolgersi anche all’esplorazione del mondo interno, alla conoscenza di sé.
Idee assurde di qualche fachiro seduto su un letto di chiodi? Per niente. Queste sono idee che, in una forma o in un’altra, con linguaggi diversi, circolano da qualche tempo nel mondo. Circolano nel mondo occidentale, dove il sistema contro cui queste idee teoricamente si rivolgono le ha già riassorbite, facendone i «prodotti» di un già vastissimo mercato « alternativo » che va dai corsi di yoga a quelli di meditazione, dall’aromaterapia alle «vacanze spirituali» per tutti i frustrati della corsa dietro ai conigli di plastica della felicità materiale. Queste idee circolano nel mondo islamico, dilaniato fra tradizione e modernità, dove si riscopre il significato originario di jihad, che non è solo la guerra santa contro il nemico esterno, ma innanzitutto la guerra santa interiore contro gli istinti e le passioni più basse dell’uomo.
Per cui non è detto che uno sviluppo umano verso l’alto sia impossibile. Si tratta di non continuare incoscientemente nella direzione in cui siamo al momento. Questa direzione è folle, come è folle la guerra di Osama bin Laden e quella di George W. Bush. Tutti e due citano Dio, ma con questo non rendono più divini i loro massacri.
Allora fermiamoci. Immaginiamoci il nostro momento di ora dalla prospettiva dei nostri pronipoti. Guardiamo all’oggi dal punto di vista del domani per non doverci rammaricare poi d’aver perso ima buona occasione. L’occasione è di capire una volta per tutte che il mondo è uno, che ogni parte ha il suo senso, che è possibile rimpiazzare la logica della competitività con l’etica della coesistenza, che nessuno ha il monopolio di nulla, che l’idea di una civiltà superiore a un’altra è solo frutto di ignoranza, che l’armonia, come la bellezza, sta nell’equilibrio degli opposti e che l’idea di eliminare uno dei due è semplicemente sacrilega. Come sarebbe il giorno senza la notte? La vita senza la morte? O il Bene? Se Bush riuscisse, come ha promesso, a eliminare il Male dal mondo?
Questa mania di voler ridurre tutto ad una uniformità è molto occidentale. Vivekananda, il grande mistico indiano, viaggiava alla fine dell’Ottocento negli Stati Uniti per far conoscere l’induismo. A San Francisco, alla fine di una sua conferenza, una signora americana si alzò e gli chiese: «Non pensa che il mondo sarebbe più bello se ci fosse una sola religione per tutti gli uomini?» «No», rispose Vivekananda. «Forse sarebbe ancora più bello se ci fossero tante religioni quanti sono gli uomini. »
« Gli imperi crescono e gli imperi scompaiono », dice l’inizio di uno dei classici della letteratura cinese, II Romanzo dei Tré Regni. Succederà anche a quello americano, tanto più se cercherà d’imporsi con la forza bruta delle sue armi, ora sofisticatissime, invece che con la forza dei valori spirituali e degli ideali originali dei suoi stessi Padri Fondatori.
I primi ad accorgersi del mio ritorno quassù sono stati due vecchi corvi che ogni mattina, all’ora di colazione, si piazzano sul deodar, l’albero di dio, un maestoso cedro davanti a casa e gracchiano a più non posso finché non hanno avuto i resti del mio yogurt – ho imparato a farmelo – e gli ultimi chicchi di riso nella ciotola. Anche se volessi, non potrei dimenticarmi della loro presenza e di una storia che gli indiani raccontano ai bambini a proposito dei corvi. Un signore che stava, come me, sotto un albero nel suo giardino, un giorno non ne potè più di quel petulante gracchiare dei corvi. Chiamò i suoi servi e quelli con sassi e bastoni li cacciarono via. Ma il Creatore, che in quel momento si svegliava da un pisolino, si accorse subito che dal grande concerto del suo universo mancava una voce e, arrabbiatissimo, mandò di corsa un suo assistente sulla terra a rimettere i corvi sull’albero.
Qui, dove si vive al ritmo della natura, il senso che la vita è una e che dalla sua totalità non si può impunemente aggiungere o togliere niente è grande. Ogni cosa è legata, ogni parte è l’insieme.
Thich Nhat Hanh, il monaco vietnamita, lo dice bene a proposito di un tavolo, un tavolino piccolo e basso come quello su cui scrivo. Il tavolo è qui grazie ad una infinita catena di fatti, cose e persone: la pioggia caduta sul bosco dove è cresciuto l’albero che un boscaiolo ha tagliato per darlo a un falegname che lo ha messo assieme coi chiodi fatti da un fabbro col ferro di una miniera… Se un solo elemento di questa catena, magari il bisnonno del falegname, non fosse esistito, questo tavolino non sarebbe qui.
I giapponesi, ancora quando io stavo nel loro paese, pensavano di proteggere il clima delle loro isole non tagliando le foreste giapponesi, ma andando a tagliare quelle dell’Indonesia e dell’Amazzonia. Presto si son resi conto che anche questo ricadeva su di loro: il clima della terra mutava per tutti, giapponesi compresi.
Allo stesso modo, oggi non si può pensare di continuare a tenere povera una grande parte del mondo per rendere la nostra sempre più ricca. Prima o poi, in una forma o nell’altra, il conto ci verrà presentato. O dagli uomini o dalla natura stessa.
Quassù, la sensazione che la natura ha una sua presenza psichica è fortissima. A volte, quando tutto imbacuccato contro il freddo mi fermo ad osservare, seduto su un grotto, il primo raggio di sole che accende le vette dei ghiacciai e lentamente solleva il velo di oscurità, facendo emergere catene e catene di altre montagne dal fondo lattiginoso delle valli, un’aria di immensa gioia pervade il mondo ed io stesso mi ci sento avvolto, assieme agli alberi, gli uccelli, le formiche: sempre la stessa vita in tante diverse, magnifiche forme.
È il sentirsi separati da questo che ci rende infelici. Come il sentirci divisi dai nostri simili. «La guerra non rompe solo le ossa della gente, rompe i rapporti umani », mi diceva a Kabul quel vulcanico personaggio che è Gino Strada. Per riparare quei rapporti, nell’ospedale di Emergency, dove ripara ogni altro squarcio del corpo, Strada ha una corsia in cui dei giovani soldati talebani stanno a due passi dai loro «nemici», soldati dell’Alleanza del Nord. Gli uni sono prigionieri, gli altri no; ma Strada spera che le simili mutilazioni, le simili ferite li riavvicineranno.
Il dialogo aiuta enormemente a risolvere i conflitti. L’odio crea solo altro odio. Un cecchino palestinese uccide una donna israeliana in una macchina, gli israeliani reagiscono ammazzando due palestinesi, un palestinese si imbottisce di tritolo e va a farsi saltare in aria assieme a una decina di giovani israeliani in una pizzeria; gli israeliani mandano un elicottero a bombardare un pulmino carico di palestinesi, Ì palestinesi… e avanti di questo passo. Fin quando? Finché son finiti tutti i palestinesi? tutti gli israeliani? tutte le bombe?
Certo: ogni conflitto ha le sue cause, e queste vanno affrontate. Ma tutto sarà inutile finché gli uni non accetteranno l’esistenza degli altri ed il loro essere eguali, finché noi non accetteremo che la violenza conduce solo ad altra violenza.
«Bei discorsi. Ma che fare?» mi sento dire, anche qui nel silenzio.
Ognuno di noi può fare qualcosa. Tutti assieme possiamo fare migliaia di cose.
La guerra al terrorismo viene oggi usata per la militarizzazione delle nostre società, per produrre nuove armi, per spendere più soldi per la difesa. Opponiamoci, non votiamo per chi appoggia questa politica, controlliamo dove abbiamo messo i nostri risparmi e togliamoli da qualsiasi società che abbia anche lontanamente a che fare con l’industria bellica. Diciamo quello che pensiamo, quello che sentiamo essere vero: ammazzare è in ogni circostanza un assassinio.
Parliamo di pace, introduciamo una cultura di pace nell’educazione dei giovani. Perché la storia deve essere insegnata soltanto come un’infinita sequenza di guerre e di massacri?
Io, con tutti i miei studi occidentali, son dovuto venire in Asia per scoprire Ashoka, uno dei personaggi più straordinari dell’antichità; uno che tre secoli prima di Cristo, all’apice del suo potere, proprio dopo avere aggiunto un altro regno al suo già grande impero che si estendeva dall’India all’Asia centrale, si rende conto dell’assurdità della violenza, decide che la più grande conquista è quella del cuore dell’uomo, rinuncia alla guerra e, nelle tante lingue allora parlate nei suoi domini, fa scolpire nella pietra gli editti di questa sua etica. Una stele di Ashoka in greco ed aramaico è stata scoperta nel 1958 a Kandahar, la capitale spirituale del mullah Ormar in Afghanistan, dove ora sono accampati i marines americani. Un’altra, in cui Ashoka annuncia l’apertura di un ospedale per uomini ed uno per animali, è oggi all’ingresso del Museo Nazionale di Delhi.
Ancor più che fuori, le cause della guerra sono dentro di noi. Sono in passioni come il desiderio, la paura, l’insicurezza, l’ingordigia, l’orgoglio, la vanità. Lentamente bisogna liberarcene. Dobbiamo cambiare atteggiamento. Cominciamo a prendere le decisioni che ci riguardano e che riguardano gli altri sulla base di più moralità e meno interesse. Facciamo più quello che è giusto, invece di quel che ci conviene. Educhiamo i figli ad essere onesti, non furbi.
Riprendiamo certe tradizioni di correttezza, reimpossessiamoci della lingua, in cui la parola « dio » è oggi diventata una sorta di oscenità, e torniamo a dire « fare l’amore» e non «fare sesso». Alla lunga, anche questo fa una grossa differenza.
È il momento di uscire allo scoperto, è il momento d’impegnarsi per i valori in cui si crede. Una civiltà si rafforza con la sua determinazione morale molto più che con nuove armi.
Soprattutto dobbiamo fermarci, prenderci tempo per riflettere, per stare in silenzio. Spesso ci sentiamo angosciati dalla vita che facciamo, come l’uomo che scappa impaurito dalla sua ombra e dal rimbombare dei suoi passi. Più corre, più vede la sua ombra stargli dietro; più corre, più il rumore dei suoi passi si fa forte e lo turba, finché non si ferma e si siede all’ombra di un albero. Facciamo lo stesso.
Visti dal punto di vista del futuro, questi sono ancora i giorni in cui è possibile fare qualcosa. Facciamolo. A volte ognuno per conto suo, a volte tutti assieme. Questa è una buona occasione.
TIZIANO TERZANI Questi giorniIl cammino è lungo e spesso ancora tutto da inventare. Ma preferiamo quello dell’abbrutimento che ci sta dinanzi? O quello, più breve, della nostra estinzione?
Allora: Buon Viaggio! Sia fuori che dentro.

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MARCO MANCASSOLA, Sono uno scrittore

scrittore-981x540Sono uno scrittore, essere solo è il mio lavoro. Ci sono attività in cui la solitudine è uno strumento attivo di lavoro. E la solitudine in realtà ha una varietà di sfumature, dalla più scura alla più esaltante. Ci vorrebbero decine di termini diversi per nominare tutte le solitudini possibili, proprio come in quella leggenda secondo cui gli Inuit avrebbero cinquanta parole per indicare la neve.

L’inglese distingue tra loneliness e solitude. La prima è una sensazione cattiva, sofferta, la seconda è più costruttiva – frutto di una scelta. Il teologo Paul Tillich scrisse che “loneliness esprime la pena di essere soli, solitude la gloria di essere soli.” Ma ovvio che il confine tra i due stati è vago, molto permeabile. È questa ambiguità a rendere interessanti le professioni solitarie, esposte più di altre alla verità emotiva del mondo, che è sempre duplice e scivolosa, epica, miserabile, profetica e al tempo stesso ridicola. Scrivere è sentirsi tutte queste cose insieme.

Come un problema di fisica quantistica, la solitudine è una faccenda multipla, legata al punto di osservazione.

Nel mondo insonne e illuminato dai bagliori di mille schermi, la gente oggi pare particolarmente terrorizzata all’idea di restare sola con se stessa. Per questo sfugge alle responsabilità e alle opportunità della propria solitude e si getta nel mercato delle connessioni, del brusio perenne, del flusso di dati. Beh, non si torna indietro dalla società della connessione. Ma è comico il modo in cui, così facendo, per sfuggire alla solitude si finisce spesso per gettarsi in pasto alla loneliness. Ed è comico il modo in cui, sempre di più, gli altri diventano nient’altro che un rimbombo del nostro pensiero, mentre leggiamo un messaggio sul telefono o un commento sulla schermata di Facebook.

La società della connessione crea forme effettive di comunione. Ad esempio quando la rete serve, come accade negli ultimi anni, a organizzare manifestazioni facendo convergere insieme sulle strade migliaia di cani sciolti. Molte altre volte, lo sappiamo, la rete non è che un laboratorio di desolazione. Una macchina della banalità, del commento automatico, dello spam furioso, del flusso isterico. Una macchina, appunto. Un giorno chatteremo e scambieremo commenti in rete senza sapere se lo stiamo facendo con una persona o con un software. E tutto sommato non ce ne importerà.

La solitudine di cercare su google qualcosa di introvabile. La solitudine dell’ennesima richiesta di amicizia da parte di qualcuno che non conosci, né mai conoscerai. La solitudine di fingersi amico di tutti. La solitudine di fingersi nemico di tutti. Alla fine chiudi le connessioni. Sei solo, ma in un modo più interessante. Non hai bisogno di far sapere a tutti cosa stai facendo: è un momento glorioso proprio perché appartiene soltanto a te. Apri il programma di scrittura. Sei uno scrittore, è davvero il tuo lavoro.

www.marcomancassola.com

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26 aprile 1937, Guernica – ERRI DE LUCA, Guernica, Napoli, Belgrado

guernica

   Nel cielo di una piccola città basca, alle 16.30 del 26 aprile 1937 si presentarono gli aerei tedeschi della legione Condor. Alle 19.45, poco più di tre ore dopo, era finito il primo atto di terrorismo della storia moderna, la distruzione di Guernica. Era lunedì, giorno di mercato, l’allarme fu dato da una campana cinque minuti prima dell’incursione. Morirono in duemila.
Chiamo terrorismo il bombardamento di una città. Terrorista è chi si pone come obiettivo militare la vita della popolazione civile. Ho avuto nelle orecchie della mia infanzia napoletana di dopoguerra i racconti dei bombardamenti su Napoli, più di cento. Più di cento volte, a qualunque ora, i napoletani furono scaraventati in strada dalla sirena d’allarme. I racconti ascoltati avevano voci di donne. Gli uomini erano al fronte o in prigionia. Le donne, i vecchi, i bambini sopportarono le stragi che piovevano a casaccio.
I vecchi tacquero e i bambini dimenticarono. Restarono le donne a custodire da inesorabili il terrore. Le loro voci salivano su una nota acuta, scendevano in un sospiro, s’inceppavano sotto un ricordo atroce, trovavano lo scappamento di una risata per un episodio comico nella tarantola di una fuga. Risate all’improvviso: servivano a smaltire.
Un bambino in ascolto dietro una porta spalancava le orecchie e s’immedesimava col suo corpo grazie alla modulazione di frequenza delle voci: la polvere dei crolli ardeva in gola e agli occhi, il tanfo dei cadaveri incastrati sotto le macerie, il fumo degli incendi, il fischio di nave e di miniera della sirena di allarme, che s’impennava in alto e teneva sospesa la nota acuta dell’allarme aereo. Era l’annunciazione che spettava alle ragazze, donne della guerra.
Quando scappava dalle voci una risata di risarcimento, il bambino dietro la porta tremava di più, quel ridere faceva venire la pelle di pollo spennato.
Avevano patito il terrore di esplodere, di crollare insieme all’edificio, terrore dello spostamento d’aria di un’esplosione che aveva forza d’urto per uccidere più del crollo e del fuoco. Alzare gli occhi al cielo era terrore di vedere le sagome a croce dei bombardieri. Ne vennero anche senza l’avviso della sirena.

  Sono stato a Belgrado nella primavera dei bombardamenti del 99, arrivando dì notte dall’Ungheria con furgone. Mi assegnavo il compito di disertare dal mio paese che faceva decollare dalle sue piste i bombardamenti aerei. Il 1900 si chiudeva con il suono della sirena d’allarme. La sentii arrivare quella notte, la riconobbi, ascoltata dalle voci delle donne di Napoli. La tonalità, l’estensione, l’acuto: era la stessa. La sirena d’allarme di Belgrado in quella notte di aprile senza una luce accesa imitava le voci delle donne di Napoli, incise in alta fedeltà nei loro incubi. Se la raccontavano per ridurla a episodio. La voce umana è la sola terapia capace di farlo, Guernica non aveva nessuna importanza militare, come non l’aveva Belgrado. La guerra moderna cerca lo sterminio dei civili. Picasso ha reso gigantesca una delle sue stragi. Napoli, Belgrado e le città sorelle di Guernica non hanno avuto dediche di illustri. Allora il loro lutto resta inciso nelle voci delle donne che hanno ripetuto la cantilena della sirena d’allarme.

Erri De Luca, Il più e il meno – Feltrinelli

22 aprile, Earth day – SOARE IN INIMA

Directed, filmed & edited by Mathieu Le Lay

Words by Larisa Oltean

Per pensare a questa terra, con la stessa profondità con la quale lei pensa a noi e a far fiore gli alberi, a far girare notte e giorno, a colorare tutto quanto con tramonti o stelle. Per pensare a questo “gioco” a questa terra ed alla sua giornata di festa, nella quale “la morte, non è il contrario di vita. Opposto al morire c’è il nascere. La vita non ha un contrario.”

For thinking at this earth, with the same depth with the earth think at us and put the trees in flowers, run night and day, color everything with sunsets and stars. For thinking at this “game”, at this land and to this day of celebration, in which “death is not the opposite of life. The opposite of death si birth. Life has no opposite.”

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6 aprile 1943 – IL PICCOLO PRINCIPE, Antoine de Saint-Exupéry

“Buon giorno”, disse il piccolo principe.

“Buon giorno”, disse il mercante.

Era un mercante di pillole perfezionate che calmavano la sete. Se ne inghiottiva una alla settimana e non si sentiva piu’ il bisogno di bere.

“Perche’ vendi questa roba?” disse il piccolo principe.

“E’ una grossa economia di tempo”, disse il mercante. “Gli esperti hanno fatto dei calcoli. Si risparmiano cinquantatre’ minuti la settimana”.

“E che cosa se ne fa di questi cinquantatre minuti?”

“Se ne fa quel che si vuole…”

“Io”, disse il piccolo principe, “se avessi cinquantatre’ minuti da spendere, camminerei adagio adagio verso una fontana…”

Il piccolo principe, capitolo XXIII

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30 marzo 1853, nasce Vincent Van Gogh

Vincent_van_Gogh_(1853-1890)_-_The_Olive_Trees_(1889)

Primo sermone domenicale di Vincent van Gogh sul Salmo 119, 19: “Sono uno straniero sulla terra, non mi nascondere i Tuoi comandamenti”. (Isleworth, 29 ottobre 1876)

E’ un’antica e buona tradizione di fede affermare che la nostra vita è il cammino di un pellegrino – che noi siamo stranieri sulla terra, ma che, sebbene sia così, pure non siamo soli perché il nostro Padre è con noi. Noi siamo pellegrini, la nostra vita è un lungo cammino o viaggio dalla terra al Cielo.

L’inizio di questa vita è questo: c’è soltanto una persona che non ricorda più il suo dolore e la sua angoscia per la gioia che sia nato un uomo nel mondo. E’ nostra Madre. La fine del nostro pellegrinaggio è l’entrata nella casa di Nostro Padre, dove ci sono molti posti, dove Egli è andato prima di noi a preparare un luogo per noi. La fine di questa vita è ciò che chiamiamo morte – è un’ora in cui verranno alla luce le parole, saranno visibili e udibili quelle cose che sono custodite nelle camere segrete dei cuori di coloro che attendono – è così che tutti noi abbiamo tali cose e presentimenti di tali cose nei nostri cuori. C’è dolore nel momento in cui un uomo nasce nel mondo, ma anche gioia, profonda e indescrivibile, una gratitudine così grande che raggiunge il più alto dei cieli. Sì gli Angeli di Dio sorridono, sperano e si rallegrano quando un uomo nasce nel mondo. C’è dolore nell’ora della morte, ma c’è anche una gioia indescrivibile quando è l’ora della morte di uno che ha combattuto una buona lotta. C’è Uno che ha detto: “Io sono la resurrezione e la vita, se un uomo crede in Me sebbene sia morto, pure egli vivrà”. Ci fu un Apostolo che udì una voce dal cielo che diceva: “Benedetti sono coloro che vivono nel Signore, poiché si riposano dalle loro fatiche e le loro opere li seguono”. C’è gioia quando un uomo nasce nel mondo, ma c’è gioia più grande quando un anima è passata attraverso la grande tribolazione, quando un angelo è nato in Cielo. Il dolore è meglio della gioia – e anche nella gioia il cuore è triste – ed è meglio andare alla casa del lutto che alla casa delle feste, poiché dalla tristezza della prova il cuore è reso migliore. La nostra natura è triste, ma per quelli che hanno imparato e stanno imparando a guardare a Gesù Cristo c’è sempre ragione di gioire. E’ una buona parola quella di S.Paolo: “Essere tristi pur sempre nella gioia”. Per quelli che credono in Gesù Cristo, non c’è morte o dolore che non sia unito alla speranza – nessuna disperazione – c’è solo un nascere costantemente di nuovo, un andare costantemente dall’oscurità alla luce. Essi non piangono come quelli che non hanno speranza – la fede cristiana cambia la vita in vita eterna.

Noi siamo pellegrini e stranieri sulla terra – veniamo da lontano e andiamo lontano. Il cammino della nostra vita va dall’amorevole grembo della nostra Madre sulla terra alle braccia di nostro Padre in cielo. Tutto sulla terra cambia – noi non abbiamo qui la città eterna – è l’esperienza di tutti. Che è la volontà di Dio che ci stacchiamo da ciò che è più caro sulla terra – noi stessi cambiamo da molti punti di vista, non siamo quello che eravamo una volta, non rimarremo quello che siamo ora. Da bambini diventiamo ragazzi e ragazze – giovani uomini e giovani donne – e se Dio ci risparmia e ci aiuta, mariti e mogli, Padri e Madri a nostra volta, e poi, lentamente ma sicuramente il viso che una volta aveva la rugiada mattutina, acquista le sue rughe, gli occhi che una volta splendevano di gioventù e gioia parlano di una sincera, profonda e onesta tristezza, sebbene possano conservare il fuoco di Fede, Speranza e Carità – sebbene possano splendere dello Spirito di Dio. I capelli diventano grigi o li perdiamo – ah! – davvero noi siamo solamente di passaggio sulla terra, noi siamo solamente di passaggio attraverso la vita, noi siamo stranieri e pellegrini sulla terra. Il mondo e tutta la sua gloria passano. Fai che i nostri ultimi giorni siano più vicini a Te e perciò migliori di questi.

Pure noi non possiamo vivere casualmente ora per ora – no, abbiamo una battaglia da combattere e una lotta da vincere. Che cosa dobbiamo fare: dobbiamo amare Dio con tutta la nostra forza, con tutta la nostra anima, dobbiamo amare il nostro prossimo come noi stessi. Dobbiamo osservare questi due comandamenti, e, se li seguiamo, se siamo ad essi devoti, non siamo soli, perché il nostro Padre in Cielo è con noi, ci aiuta e ci guida, ci da forza giorno per giorno, ora per ora, e così possiamo fare tutto in Cristo che ci dà forza. Siamo stranieri sulla terra, non ci nascondere i Tuoi comandamenti. Apri i nostri occhi affinché possiamo contemplare le cose meravigliose della Tua legge. Insegnaci a fare la Tua volontà e influenza i nostri cuori perché l’amore di Cristo possa obbligarci e noi possiamo essere portati a fare quello che dobbiamo fare per essere salvati.

Sulla strada dalla terra al Cielo Guidaci con il Tuo sguardo; Noi siamo deboli, ma Tu sei forte, Sostienici con la Tua mano potente.

Potremmo paragonare la nostra vita ad un viaggio, andiamo dal luogo dove siamo nati ad un porto lontano. La nostra vita potrebbe essere paragonata ad un veleggiare su un fiume, ma molto presto le onde diventano più alte, il vento più violento, arriviamo al mare quasi prima che ne siamo consci – e dal cuore sale la preghiera a Dio: “Proteggimi, o Dio, poiché la mia barca è così piccola e il Tuo mare è così grande. Il cuore dell’uomo è molto simile al mare, ha le sue tempeste, le sue maree e i suoi abissi; ha anche le sue perle. Il cuore che cerca Dio e una vita in Dio ha più tempeste che qualunque altro. Vediamo come un Salmista descrive una tempesta nel mare. Deve aver sentito la tempesta nel suo cuore per descriverla così. Leggiamo nel Salmo 7: “Coloro che scendono in mare in navi che fanno affari in grandi acque, questi vedono le opere del Signore e le Sue meraviglie nel profondo. Poiché Egli comanda e alza un vento tempestoso, che solleva le onde. Esse salgono fino al Cielo, si inabissano di nuovo nel profondo, la loro anima si annulla a causa del loro travaglio. Poi piangono rivolti al Signore nel loro dolore ed egli li solleva dalle loro afflizioni. Egli li porta al loro desiderato porto”.

Non sentiamo questo qualche volta nel mare delle nostre vite? Ognuno di voi non sente con me le tempeste della vita o il presentimento di esse o il ricordo di esse?

E adesso leggiamo una descrizione di un’altra tempesta nel mare nel Nuovo Testamento, come la troviamo nel sesto capitolo del Vangelo secondo S. Giovanni dal versetto 7 al 21: “E i discepoli salirono su una barca e andarono sul mare verso Cafarnao e il mare si alzò a causa di un gran vento che soffiava. Così quando essi ebbero remato per circa 25 o 30 miglia, essi videro Gesù che camminava sul mare e si avvicina alla barca ed ebbero paura. Poi volentieri Lo accolsero sulla barca e subito la barca arrivò alla terra dove essi erano diretti”. Voi che avete sperimentato le grandi tempeste della vita, voi su cui tutte le onde e i flutti del Signore sono passati – non avete sentito, quando il vostro cuore veniva meno per la paura, l’amata e ben conosciuta voce con quel qualcosa nel suo tono che vi ricordava la voce che incantava la vostra infanzia – la voce di Lui il cui nome è Salvatore e Principe della pace, che dice come se parlasse a te personalmente, proprio a te personalmente: “Sono io, non avere paura”. Non temere. Non lasciare che il tuo cuore si turbi. E noi, le cui vite sono state calme fino ad ora, calme in paragone di ciò che gli altri hanno sentito – non temiamo le tempeste della vita, tra le alte onde del mare e sotto le grigie nuvole del cielo – vedremo avvicinarsi Colui che abbiamo così spesso desiderato e guardato, Colui di cui abbiamo così bisogno e sentiremo la Sua voce: “Sono io, non temere”. E se dopo un’ora o un periodo di angoscia o di cordoglio o grande difficoltà o pena o dolore Lo sentiamo che ci chiede: “Mi ami tu?” Allora diciamo: “Signore Tu sai tutte le cose, Tu sai che io Ti amo”. E conserviamo quel cuore pieno dell’amore di Cristo e possiamo perciò vivere una vita che l’amore di Cristo sospinge: “Signore Tu sai tutte le cose, Tu sai che io Ti amo”. Quando guardiamo indietro al nostro passato sentiamo come se Ti avessimo amato, perché qualunque cosa abbiamo amato, abbiamo amato in Tuo nome.

Non abbiamo avuto spesso i sentimenti di una vedova o di un orfano – nella gioia e nella prosperità e ancor più che nel dolore – a causa del pensiero di Te? In verità la nostra anima Ti aspetta più di quelli che vegliano per il mattino, i nostri occhi sono rivolti a Te, o Tu che dimori in Cielo. Anche nei nostri giorni ci può essere una tale cosa come cercare il Signore.

Cos’è che chiediamo a Dio – è una cosa grande? Si, è una cosa grande, pace per il profondo del nostro cuore, riposo per la nostra anima – dacci quell’unica cosa e poi non vogliamo molto di più, poi possiamo stare senza molte cose, possiamo soffrire grandi cose in nome Tuo. Vogliamo sapere che siamo Tuoi e che Tu sei nostro, vogliamo essere Tuoi – essere Cristiani – vogliamo un Padre, l’amore di un Padre e l’approvazione di un Padre. Possa l’esperienza di vita rendere il nostro sguardo unico e fisso su di Te. Possiamo noi diventare migliori, mentre andiamo avanti nella vita.

Abbiamo parlato delle tempeste nel cammino della vita, ma ora parliamo delle quieti e delle gioie della vita Cristiana. Eppure, miei cari amici, aggrappiamoci piuttosto ai periodi di difficoltà e di fatica e di dolore, poiché la quiete è spesso ingannevole. Il cuore ha le sue tempeste, ha i suoi periodi di abbattimento, ma anche i suoi periodi di calma e di esaltazione. C’è un tempo per sospirare e per pregare, ma c’è anche un tempo per rispondere alla preghiera. Il pianto può durare per una notte ma al mattino viene la gioia.

Il cuore che sta venendo meno Può riempirsi fino a traboccare E quelli che lo guardano Si meraviglieranno e non sapranno Che Dio alle sue sorgenti Molto lontano lo stava colmando.

Io vi lascio la mia pace – abbiamo visto come c’è pace anche nella tempesta. Grazie a Dio, che ci ha permesso di nascere e vivere in una città Cristiana. Qualcuno di noi ha dimenticato le ore d’oro dei nostri primi giorni a casa e, dal momento in cui abbiamo lasciato quella casa – poiché molti di noi hanno dovuto lasciare quella casa e guadagnarsi da vivere e farsi strada nel mondo. Non ci ha Egli portato fino a questo punto, ci è mancato qualcosa? Signore noi crediamo che Tu aiuti il nostro scetticismo. Io ancora sento il rapimento, il brivido di gioia che ho provato quando per la prima volta ho guardato profondamente nelle vite dei miei Genitori, quando ho sentito istintivamente quanto erano Cristiani. E ancora provo quel sentimento di eterna giovinezza e di entusiasmo con cui andai verso Dio dicendo: “Anch’io sarò Cristiano”. Siamo quello che sognavamo che avremmo dovuto essere? No, ma pure i dolori della vita, la moltitudine delle cose della vita quotidiana e dei doveri quotidiani, così tanto più numerosi di quello che ci aspettavamo, l’agitarsi avanti e indietro nel mondo, lo hanno nascosto, ma non è morto, dorme. L’antica eterna fede e l’amore di Cristo possono dormire in noi, ma non sono morti e Dio può farli rivivere in noi. Ma ancorché siamo nati di nuovo a vita eterna, alla vita di Fede, Speranza e Carità, – e a una vita perpetua – alla vita di un Cristiano e di un lavoratore Cristiano, siamo un dono di Dio, un’opera di Dio – e di Dio solo, pure poniamo mano all’aratro nel campo del nostro cuore, lanciamo la nostra rete una volta ancora – proviamo un’altra volta. Dio sa l’intenzione dello spirito, Dio ci conosce meglio di quanto noi conosciamo noi stessi, poiché Lui ci ha creato e non noi. Egli sa di che cosa abbiamo bisogno. Egli sa ciò che è bene per noi. Possa darci la Sua benedizione sul seme della Sua parola, che Egli ha seminato nei nostri cuori. Con l’aiuto di Dio, passeremo attraverso la vita. Egli ci darà il modo di sfuggire a ogni tentazione.

Padre noi non ti preghiamo che ci porti fuori dal mondo, ma ti preghiamo che ci preservi dal male. Non ci dare né povertà né ricchezza, nutrici con il pane adatto a noi. E lascia che i tuoi canti siano la delizia nelle case del nostro pellegrinaggio. Dio dei nostri Padri, sii il nostro Dio: possa il loro popolo essere il nostro popolo, la loro fede la nostra fede. Noi siamo stranieri sulla terra, non nasconderci i Tuoi comandamenti, ma possa l’amore di Cristo sospingerci. Aiutaci a non lasciarTi o a smettere di seguirTi. Il Tuo popolo sarà il nostro popolo. Tu sarai il nostro Dio.

La nostra vita è il cammino di un pellegrino. Una volta ho visto un bellissimo quadro: era un paesaggio alla sera. In distanza sul lato destro una fila di colline appariva azzurra nella leggera nebbia della sera. Su quelle colline lo splendore del tramonto, le nuvole grigie con i loro orli d’argento, d’oro e di porpora. Il paesaggio è una pianura o una landa coperte di erba e di foglie gialle perché era autunno. Attraverso il paesaggio una strada porta a un’alta montagna, lontana, molto lontana, sulla cima di quella montagna è una città su cui il sole tramonta glorioso. Sulla strada cammina un pellegrino, qualcosa in mano. Ha già camminato per lungo tempo ed è molto stanco. E ora incontra una donna, o una figura in nero, che fa pensare alla parola di S.Paolo: “Come essere colmi di pena eppure gioire sempre”.

Quell’Angelo di Dio è stato messo là per incoraggiare i pellegrini e rispondere alle loro domande e il pellegrino le chiede: “La strada va su per la collina tutto il tempo?”. E la risposta è: “Si, fino alla fine”. E lui chiede di nuovo: “E il cammino durerà tutto il giorno?”. E la risposta è: “Dalla mattina alla sera amico mio”.

E il pellegrino va avanti colmo di pena eppure sempre gioendo – pieno di pena perché è così lontano e la strada così lunga. Pieno di speranza mentre guarda su verso la città eterna, lontana, risplendente nella luce della sera e pensa a due antichi detti che ha sentito tanto tempo fa – uno è:

“Molta lotta deve essere combattuta Molta sofferenza deve essere sofferta Molte preghiere devono essere pregate E allora la fine sarà pace”

E l’altro è:

“L’acqua arriva alle labbra Ma non arriva più in alto”

Ed egli dice: Sarò sempre più stanco ma anche sempre più vicino a Te. L’uomo non deve lottare sulla terra? Ma c’è una consolazione da Dio in questa vita. Un Angelo di Dio che conforta l’uomo – che è l’Angelo della Carità. Non dimentichiamolo. E quando ognuno di noi torna alle cose quotidiane e ai doveri quotidiani non dimentichiamo che le cose non sono quello che sembrano, che Dio ci insegna cose più alte attraverso le cose della vita quotidiana, che la nostra vita è il cammino di un pellegrino, e che noi siamo stranieri sulla terra, ma che noi abbiamo un Dio e padre che protegge gli stranieri, – e che siamo tutti fratelli.

Amen.

E ora la grazia di nostro Signore Gesù Cristo, e l’amore di Dio Padre e la compagnia dello Spirito Santo, siano con noi sempre di più.

Amen.

Lettura: Salmo 91.

1 Tu che abiti al riparo dell’Altissimo
e dimori all’ombra dell’Onnipotente,
2 dì al Signore: «Mio rifugio e mia fortezza,
mio Dio, in cui confido».
3 Egli ti libererà dal laccio del cacciatore,
dalla peste che distrugge.
4 Ti coprirà con le sue penne
sotto le sue ali troverai rifugio.
5 La sua fedeltà ti sarà scudo e corazza;
non temerai i terrori della notte
né la freccia che vola di giorno,
6 la peste che vaga nelle tenebre,
lo sterminio che devasta a mezzogiorno.
7 Mille cadranno al tuo fianco
e diecimila alla tua destra;
ma nulla ti potrà colpire.
8 Solo che tu guardi, con i tuoi occhi
vedrai il castigo degli empi.
9 Poiché tuo rifugio è il Signore
e hai fatto dell’Altissimo la tua dimora,
10 non ti potrà colpire la sventura,
nessun colpo cadrà sulla tua tenda.
11 Egli darà ordine ai suoi angeli
di custodirti in tutti i tuoi passi.
12 Sulle loro mani ti porteranno
perché non inciampi nella pietra il tuo piede.                                                                                          13 Camminerai su aspidi e vipere,
schiaccerai leoni e draghi.
14 Lo salverò, perché a me si è affidato;
lo esalterò, perché ha conosciuto il mio nome.
15 Mi invocherà e gli darò risposta;
presso di lui sarò nella sventura,
lo salverò e lo renderò glorioso.
16 Lo sazierò di lunghi giorni
e gli mostrerò la mia salvezza.

Amen.

Testo integrale del sermone di van Gogh, secondo la traduzione a cura di Maria Pia Martini.

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CULTIVO UNA ROSA BLANCA, José Martì

Coltivo una rosa bianca,
in luglio come in gennaio,
per l’amico sincero
che mi porge la sua mano franca.
E per il crudele che mi strappa
il cuore con cui vivo,
né il cardo né ortica coltivo:
coltivo la rosa bianca.

 

Cultivo una rosa blanca
en julio como en enero,
para el amigo sincero
que me da su mano franca.
Y para el cruel que me arranca
el corazón con que vivo,
cardo ni oruga cultivo:
cultivo una rosa blanca.

 

Digressione

ELOGIO DEL COPIARE, Claudio Magris

copiare.scuola.bambiniUna volta, al ginnasio, l’insegnante di tedesco aveva assegnato a me e a un mio amico una relazione sui canti popolari di Brentano e Arnim, cuore profondo della vecchia Germania e del Lied romantico. Procuratoci il libro, un’edizione in caratteri gotici con illustrazioni di viandanti nella selva e borghi medioevali dalle strette viuzze e dagli archi a sesto acuto, lo mostravamo ripetutamente in classe al professore, il quale, ogni volta, come se si fosse dimenticato di averne già parlato, prendeva lo spunto da quelle lettere spigolose e da quei paesaggi assorti per tenere una bella lezione sulla Germania, i suoi sogni e i suoi grovigli, la sua cultura. Naturalmente noi eravamo contenti di far passare le ore senza interrogazioni e senza nuove cose da studiare per il giorno dopo. Ed eravamo convinti che l’insegnante, con tante classi e alunni da seguire, non se ne rendesse conto, finche’, dopo una settimana di pacchia, quando alzai la mano per chiedere di uscire un momento, il professore balzò in piedi dicendo che, se gli avessimo fatto vedere ancora una volta quel maledetto libro, ci avrebbe preso a sberle.

Questo minimo episodio è l’esempio di una scuola che funziona come si deve, impartendo, senza averne l’aria, molte lezioni di cultura e di vita. Ognuno fa la sua parte: gli scolari, come è giusto, cercano di schivare compiti e interrogazioni; e l’insegnante li lascia fare quel tanto che basta perché si credano astuti, finché vengono presi in castagna e, fra le altre cose, imparano precocemente a non fare i furbi, il che non è poco. Fra tutte queste manfrine, inoltre, finisce che, quasi senza accorgersene, si imparano pure Lieder, si scopre una poesia incantevole e appartata e si prende ad amarla, come è accaduto a noi quella volta anche grazie a quella messa in scena. E’ allora che ho conosciuto per la prima volta, insieme con i miei compagni, quel mondo poetico della vecchia Germania e forse, sostanzialmente, non ne so molto di più adesso, anche se insegno letteratura tedesca da tanti anni.

Se fossimo stati animati da un sacro zelo o dalla presunzione di svolgere una cosiddetta “ricerca”, magari in polemica alternativa all’insegnamento ufficiale, probabilmente avremmo capito poco e amato meno quella poesia piena di nostalgia e d’ironia, di zingaresca libertà: è difficile che un ligio secchione o un supponente contestatore, viziati da ideologia timorata o aggressiva, si abbandonino alla musica vagabonda di quei canti. Così, cercando di approfittare di quelle poesie per studiare un po’ meno, abbiamo appreso ad amarle e dunque a conoscerle.

Quella storiella mi è venuta in mente leggendo, di recente, la notizia di un liceo scientifico milanese, l'”Allende”, i cui scolari, dopo aver proclamato solennemente l’importanza dell’apprendimento individuale e l’esigenza di lavorare in gruppo ma senza scaricare la fatica sugli altri, hanno giurato di non copiare. C’è indubbiamente nobiltà in questo atteggiamento, in questa volontà di studiare e di reagire (affermando valori quali l’impegno e la lealtà) a una diffusa superficialità, ignoranza, mancanza d’interessi e incapacità di sacrificio e disciplina. Non so tuttavia se le forme in cui questo lodevole spirito si è espresso siano proprio quelle giuste.

Anzitutto copiare (in primo luogo far copiare) è un dovere, un’espressione di quella lealtà e di quella fraterna solidarietà con chi condivide il nostro destino (poco importa se per un’ora o per una vita) che costituiscono un fondamento dell’etica. Passare il bigliettino al compagno in difficoltà insegna a essere amici di chi ci sta a fianco e ad aiutarlo pure a costo di rischi, forse anche quando, più tardi, tali rischi, in situazioni pericolose o addirittura drammatiche, potranno essere più gravi di una nota sul registro. Chi, sapendo un po’ di più di informatica o di latino di quanto non ne sappia il suo compagno di banco, non cerca di passargli il tema, resterà probabilmente per sempre una piccola carogna (il termine appropriato sarebbe veramente un altro, più colorito e disdicevole) e magari si convincerà che quel voto in più sulla sua pagella, casuale e precaria come ogni pagella, sia chissà che cosa: ossia diventerà un imbecille.

Se agli scolari tocca copiare, agli insegnanti ovviamente tocca impedirlo, e il gioco va bene se ognuno fa ciò che gli spetta, senza bollare la copiatura come un crimine e senza rivendicarla come un diritto contro la repressione scolastica. Le cose si guastano invece quando tutti vogliono fare tutto e la scuola, o l’esistenza intera, diventa un Comitato universale permanente, in cui i docenti esortano gli alunni a manifestare la loro creatività rifiutandosi di studiare e gli alunni si mettono al posto dei docenti per rinnovare pedagogicamente la scuola, anziché’ marinarla ogni tanto.

In questo non ci si diverte più, come non ci si divertirebbe a scopone se ogni giocatore, anziché cercare di far scopa, primiera e settebello, cercasse di far vincere gli altri per evitar loro frustrazioni. E se non ci si diverte, si impara poco perché le cose da apprendere – le seducenti cose del mondo, gli alberi, i Paesi lontani, la storia che ci ha fatti, la materia di cui siamo intessuti, le domande su dove andiamo e da dove veniamo, le parole che raccontano le passioni, i meccanismi che fanno circolare i beni, andare negli spazi o comunicare in tempo reale con gli antipodi, diventano pesanti doveri da assolvere o contestare, e comunque di cui sbarazzarsi appena possibile.

Predicare è inutile, poco importa se pro o contro i valori: questi possono essere solo mostrati, senza l’aria e nemmeno l’intenzione esplicita di inculcarli. Forse solo in tal modo li si assorbe con tutta la propria persona, di cui diventano sostanza vissuta, così come s’impara ad amare il mare non perché si viene esortati a farlo, ma perché una volta qualcuno ci ha portato sulla spiaggia in una certa ora e in una certa luce. Forse succede così pure con la lealtà, la giustizia, la fraternità verso tutti gli uomini d’ogni stirpe e cultura, valori e sentimenti che facciamo nostri quasi senza accorgercene, perché qualcuno, in qualche modo, ci ha fatto capire e sentire che la vita, senza di essi, è un letamaio.

A scuola si dovrebbe anche e soprattutto giocare e ridere, di se stessi e pure degli altri non meno buffi e scalcagnati; ridere insieme, ogni qualvolta se ne presenta l’occasione, è un patrimonio inestimabile, che aiuta a sopportare la vita così spesso invivibile e intollerabile, soffocata non solo dalla sofferenza e dall’ingiustizia, alla fine sempre vittoriose, ma pure dall’ottusa serietà, che contribuisce anch’essa al deficit del bilancio del Creato.

Da bravi studenti pronti a copiare e a far copiare è lecito dunque attendersi brave persone disilluse e generosamente solidali. Certo, anche copiare ha i suoi rischi, come accadde quando tutta la nostra classe, dinanzi a un arduo brano di Tucidide che dovevamo tradurre e che era superiore alle nostre intelligenze, lo copiò da una versione italiana che circolava sottobanco, ma sbagliando coralmente brano e copiandone uno che non c’entrava affatto con quello che ci era stato assegnato. Non è il caso di scoraggiarsi per simili incidenti di percorso, inevitabili in una sana comunità scolastica.

Utopia e disincanto – Storie speranze illusioni del moderno, Claudio Magris

Digressione

14 MARZO 1879, ALBERT EINSTEIN

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La studio di Albert Einstein il giorno della sua morte nel 1955.

Significato della vita

Qual è il senso della nostra esistenza, qual e il significato dell’esistenza di tutti gli esseri viventi in generale? Il saper rispondere a una siffatta domanda significa avere sentimenti religiosi. Voi direte: ma ha dunque un senso porre questa domanda. Io vi rispondo: chiunque crede che la sua propria vita e quella dei suoi simili sia priva di significato è non soltanto infelice, ma appena capace di vivere.

Religiosità cosmica

La più bella sensazione è il lato misterioso della vita. È il sentimento profondo che si trova sempre nella culla dell’arte e della scienza pura. Chi non è più in grado di provare né stupore né sorpresa è per cosi dire morto; i suoi occhi sono spenti. L’impressione del misterioso, sia pure misto a timore, ha suscitato, tra l’altro, la religione. Sapere che esiste qualcosa di impenetrabile, conoscere le manifestazioni dell’intelletto più profondo e della bellezza più luminosa, che sono accessibili alla nostra ragione solo nelle forme più primitive, questa conoscenza e questo sentimento, ecco la vera devozione: in questo senso, e soltanto in questo senso, io sono fra gli uomini più profondamente religiosi. Non posso immaginarmi un Dio che ricompensa e che punisce l’oggetto della sua creazione, un Dio che soprattutto esercita la sua volontà nello stesso modo con cui l’esercitiamo su noi stessi. Non voglio e non possono figurarmi un individuo che sopravviva alla sua morte corporale: quante anime deboli, per paura e per egoismo ridicolo, si nutrono di simili idee. Mi basta sentire il mistero dell’eternità della vita, avere la coscienza e l’intuizione di ciò che è, lottare attivamente per afferrare una particella, anche piccolissima, dell’intelligenza che si manifesta nella natura.

Difficilmente troverete uno spirito profondo nell’indagine scientifica senza una sua caratteristica religiosità. Ma questa religiosità si distingue da quella dell’uomo semplice: per quest’ultimo Dio è un essere da cui spera protezione e di cui teme il castigo, un essere col quale corrono, in una certa misura, relazioni personali per quanto rispettose esse siano: e un sentimento elevato della stessa natura dei rapporti fra figlio e padre.

Come io vedo il mondo, Albert Einstein