Digressione

4 novembre 1918 – Bollettino della vittoria

Comando Supremo, 4 Novembre 1918, ore 12

Bollettino di guerra n. 1268

La guerra contro l’Austria-Ungheria che, sotto l’alta guida di S.M. il Re, duce supremo, l’Esercito Italiano, inferiore per numero e per mezzi, iniziò il 24 Maggio 1915 e con fede incrollabile e tenace valore condusse ininterrotta ed asprissima per 41 mesi è vinta.

La gigantesca battaglia ingaggiata il 24 dello scorso Ottobre ed alla quale prendevano parte cinquantuna divisioni italiane, tre britanniche, due francesi, una cecoslovacca ed un reggimento americano, contro settantatre divisioni austroungariche, è finita.

La fulminea e arditissima avanzata del XXIX corpo d’armata su Trento, sbarrando le vie della ritirata alle armate nemiche del Trentino, travolte ad occidente dalle truppe della VII armata e ad oriente da quelle della I, VI e IV, ha determinato ieri lo sfacelo totale della fronte avversaria. Dal Brenta al Torre l’irresistibile slancio della XII, dell’VIII, della X armata e delle divisioni di cavalleria, ricaccia sempre più indietro il nemico fuggente.

Nella pianura, S.A.R. il Duca d’Aosta avanza rapidamente alla testa della sua invitta III armata, anelante di ritornare sulle posizioni da essa già vittoriosamente conquistate, che mai aveva perdute.

L’Esercito Austro-Ungarico è annientato: esso ha subito perdite gravissime nell’accanita resistenza dei primi giorni e nell’inseguimento ha perdute quantità ingentissime di materiale di ogni sorta e pressoché per intero i suoi magazzini e i depositi. Ha lasciato finora nelle nostre mani circa trecento mila prigionieri con interi stati maggiori e non meno di cinque mila cannoni.

I resti di quello che fu uno dei più potenti eserciti del mondo risalgono in disordine e senza speranza le valli, che avevano disceso con orgogliosa sicurezza.

Comandante Supremo del Regio Esercito
Armando Diaz

– * -*-*-

Numero dei militari italiani caduti per causa della I Guerra Mondiale secondo l’Albo d’Oro: 529.025

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23 ottobre 1920, nasce Gianni Rodari – IL SEMAFORO BLU

Una volta il semaforo che sta a Milano, in piazza del Duomo fece una stranezza. Tutte le sue luci, ad un tratto, si tinsero di blu, e la gente non sapeva più come regolarsi.
– “Attraversiamo o non attraversiamo? Stiamo o non stiamo?”
Da tutti i suoi occhi, in tutte le direzioni, il semaforo diffondeva l’insolito segnale blu, di un blu che così blu il cielo di Milano non era stato mai.
In attesa di capirci qualcosa gli automobilisti strepitavano e strombettavano, i motociclisti facevano ruggire lo scappamento e i pedoni più grassi gridavano:
– “Lei non sa chi sono io!”
Gli spiritosi lanciavano frizzi: – Il verde se lo sarà mangiato il commendatore, per farci una villetta in campagna.
– Il rosso lo hanno adoperato per tingere i pesci ai Giardini.
– Col giallo sapete che ci fanno? Allungano l’olio d’oliva.
Finalmente arrivò un vigile e si mise in mezzo all’incrocio a districare il traffico. Un altro vigile cercò la cassetta dei comandi per riparare il guasto, e tolse la corrente.
Prima di spegnersi il semaforo blu fece in tempo a pensare: “Poveretti! Io avevo dato il segnale di “via libera” per il cielo. Se mi avessero capito, ora tutti saprebbero volare. Ma forse gli è mancato il coraggio.”

Gianni Rodari, Favole al telefonoverkami_9f5ba78d25908f201d7865bed90da566

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13 settembre 1916, nasce Roald Dahl – BOY, Nostalgia

Roald Dahl alla sua scrivania nel 1990, ultimo anno della sua vita.

Roald Dahl alla sua scrivania nel 1990, ultimo anno della sua vita.

Durante tutto il primo trimestre al St Peter’s ebbi nostalgia di casa. La nostalgia è un po’ come il mal di mare. Non puoi immaginarti come sia spaventoso finché non ne soffri e, quando ti prende, ti arriva come un pugno nello stomaco e vorresti morire. La sola consolazione è che entrambi questi mali si risolvono di colpo. La nostalgia di casa sparisce appena abbandoni i confini della scuola e il mal di mare appena la nave entra in porto.
Durante le prime due settimane ero così disperatamente malato di nostlagia che decisi di tentare un trucco per farmi rimandare a casa, non fosse che per qualche giorno. La mia idea era di simulare un fulminante attacco di appendicite.
Probabilmente giudicherete idiota che un bambino di nove anni si creda capace di sostenere una commedia del genere, ma io avevo le mie buone ragioni per pensarlo.

Soltanto un mese prima la mia sorellastra, che aveva dodici anni più di me, si era effettivamente ammalata di appendicite e per molti giorni prima dell’operazione avevo potuto osservare da vicino il suo comportamento. Avevo notato che si lamentava soprattutto di un forte dolore al ventre, in basso a destra. Poi vomitava, si rifiutava di mangiare e aveva la febbre.
Forse vi interesserà comunque sapere che a mia sorella l’appendice non venne tolta nella sala operatoria di un bell’ospedale dalle luci splendenti e dalle infermiere in camice bianco, ma sulla tavola della nostra stanza dei giochi dal medico di famiglia e dal suo anestesista. A quei tempi era normale veder arrivare il dottore a casa vostra con la sua borsa di strumenti, ricoprire la tavola più adatta con un telo sterile e emettersi al lavoro. Mi ricordo che spiavo dal corridoio nella stanza, durante l’operazione, in compagnia delle mie sorelle; stavamo lì affascinati, ascoltando il sommesso mormorio dei medici dietro la porta chiusa a chiave e immaginando che la paziente avesse la pancia aperta nel mezzo, come un bue squartato. Potevamo anche fiutare l’odore nauseabondo dell’etere che filtrava da sotto la porta.
Il giorno dopo ci permisero di ammirare l’appendice in un vaso di vetro. Sembrava un verme nerastro, piuttosto lungo, e io chiesi: «Anch’io ne ho uno cosi in pancia, Tata?».
«Tutti ce l’hanno» rispose la Tata.
«E a cosa serve?».
«Le vie del Signore sono un mistero» sentenziò lei: era la formula d’uso, quando non sapeva cosa rispondere.
«E cos’è che lo fa ammalare? »
«I peli dello spazzolino da denti» rispose, stavolta senza la minima esitazione.
«I peli dello spazzolino da denti?» esclamai. «Ma come può un pelo far ammalare un’appendice? »
La Tata, che ai miei occhi era depositaria di una saggezza superiore a quella di Salomone, rispose.
«Quando un pelo si stacca dallo spazzolino e tu lo inghiotti, s’infilza nella tua appendice e la fa marcire. Durante la guerra» continuò, «le spie tedesche riuscirono a introdurre nei nostri magazzini intere casse di spazzolini con i peli che venivano via, e milioni di nostri soldati si ammalarono d’appendicite».
«Davvero, Tata?» esclamai. «E’ proprio vero?».
«Io non dico mia bugie, lo sai» rispose lei. «Che ti serva da lezione: non usare mai spazzolini da denti consumati».
Motivo per cui, continuai ad angosciarmi per molti anni ogniqualvolta mi rimaneva un pelo di spazzolino sulla lingua.

Quando salii a bussare alla porta scura della sorvegliante, non avevo nemmeno più paura.
«Avanti! » tuonò la sua voce.
Avanzai con una mano contratta sulla parte destra dello stomaco, barcollando pateticamente.
«Che ti succede?» urlò la Sorvegliante e la stessa potenza della sua voce le fece tremare il petto come un enorme budino gelatinoso.
«Mi fa male, signora Sorvegliante» gemetti. «Tanto male! Proprio qui!».
«Avrai mangiato troppo» abbaiò lei. «Cosa vi aspettate dopo aver ingurgitato dolci per tutto il giorno!».
«Sono giorni che non mangio» mentii. «Non potevo mandar giù niente, proprio niente!»
«Stenditi sul letto e calati i calzoni» ordinò.

Mi stesi e lei cominciò a tastarmi con malgarbo la pancia con le dita.
Io spiavo i suoi gesti e, quando premette dove supponevo ci fosse l’appendice, cacciai un urlo da far tremare i vetri. «Ohi ohi ohi» gridai. «No, lì no, signora Sorvegliante!». Poi giocai la mia carta decisiva. «Ho vomitato per tutta la mattina» gemetti, «e ora non ho più niente da rimettere. Ma mi sento sempre così male!».

Avevo colpito il segno. La vidi esitare. «Resta dove sei» disse e uscì rapidamente dalla stanza. Poteva anche essere una donna brutale e crudele, ma aveva fatto i suoi bravi corsi da infermiera e non voleva ritrovarsi con un caso di peritonite tra le mani.
Il dottore arrivò circa un’ora dopo e a sua volta premette e tastò e io strillavo quando credevo che fosse il caso. Poi mi mise il termometro in bocca.
«Mmm» fece: «temperatura normale. Fammi dare un’altra occhiata alla tua pancia».
«Ahia!» urlai, quando sfiorò il punto cruciale.
Il dottore uscì seguito dalla Sorvegliante. Questa tornò mezz’ora dopo annunciando: «Il Direttore ha telefonato a tua madre. Verrà a prenderti nel pomeriggio». Non feci commenti. Restai rannicchiato sforzandomi di sembrare il più ammalato possibile, ma il mio cuore cantava di gioia.

Tornai a casa attraverso il canale di Bristol sul battello a pale, così felice di andarmene lontano dall’odiata scuola che per un pelo non mi dimenticai che mi credevano malato. Nel pomeriggio fui visitato dal dottor Dunbar nel suo ambulatorio in Cathedral Road, a Cardiff, e cercai dì recitare nuovamente la stessa commedia. Ma il dottor Dunbar era assai più perspicace e competente della Sorvegliante o del medico scolastico. Dopo avermi palpato la pancia e avermi sentito strillare come da copione, mi disse: «Rivestiti e siediti qui».
Anche lui andò a sedersi dietro la scrivania e mi fissò con uno sguardo penetrante, ma non malevolo.
«Fai la commedia, eh?» chiese.
«Come lo sa?» sbottai.
«Perché la tua pancia è morbida e perfettamente normale. Se ci avessi un’infiammazione, lo stomaco sarebbe duro e contratto. Semplice».

Rimasi zitto.

«Si tratta di nostalgia, vero?» chiese.
Annuii, malinconicamente.
«Da principio succede a tutti» disse. «Ma devi tener duro. E non avercela con tua madre per averti mandato in collegio. Anzi, lei sosteneva che eri troppo piccolo, ma io l’ho persuasa che era la cosa migliore da fare. La vita è dura, e più presto impari a cavartela, meglio sarà per te».
«E lei cosa dirà alla scuola?» chiesi tremando.
«Dirò che hai avuto una grave infezione intestinale per cui ti ho dato delle pillole» disse sorridendo.
«Questo significa che potrai rimanere a casa ancora per tre giorni. Ma promettimi che non userai più questi trucchi. Tua madre ha già abbastanza problemi senza doversi precipitare a venirti a prendere a scuola».
«Prometto» dissi. «Non lo farò mai più».

Di collezionisti, lucciole e corteggiatori

di-corteggiatori-e-collezionisti

Sto ancora pensando a cosa stiano corteggiando quelle persone sui sentieri, quando con lentezza apro la porta salutando:
– «Ciao!».
Mancavo da ieri mattina in questa stanza, dove un silenzio concentrato mi risponde poco prima di una radio:
– «Numero 89 e 82 passati alle 23.02».
É la seconda notte di gara e le montagne che dietro questi palazzi arroccati sul colle, si allontanano sempre più increspandosi, credo sorridano sentendosi camminate anche in queste ore. Sì, sorridano fra le foglie e i sassi, perché strane creature le hanno scelte come intime amiche, per condividerne fatica e confidenze.
Dallo slargo, subito fuori la Cittadella – che guarda verso nord e da dove provengo – era facile intravederle in lontananza, grazie a quelle luci che portano in fronte, tanto simili alla fredda tonalità delle lucciole. Ed è proprio alle lucciole e al senso di quei coriandoli di non buio, che pensavo nella breve passeggiata che mi ha condotto fino a qui. Se il divenire luminoso di quegli animaletti è in realtà una fase di corteggiamento, può essere che avvenga qualcosa di analogo anche per tutti coloro che sono in corsa? A cosa o a chi staranno facendo il filo? Ad una vita meno facile, ma più autentica? Al cemento, affinché tornando a credere al senso della primavera, si sbricioli per accogliere semi? Al buio perché s’infili, a giorni alterni e cambiando sempre zona (affinché tutti possano beneficiarne) in tutti quei lampioni che ci nascondo il cielo e le stelle?
– «Ricevuto! Inviateci anche gli altri dati grazie».
Alla mia sinistra due postazioni radio, alla mia destra un grande monitor e alcuni computer; fra di loro cinque persone, attente come lo sono i medici dinanzi al complesso disegno del battito di un grande cuore… Fatto di cuori. Sul video solo puntini e righe, colonne con nomi numerati e colorati caratteri, che scivolano sulla parte bassa del video già da molte ore: alcuni fra i maggiori collezionisti di passi si stanno ancor più arricchendo!
Davanti a dodici occhi, una cartina è immersa nel buio silenzioso e nel silenzioso buio immersi, sono coloro che metro dopo metro, sotto un notturno cielo estivo, sono alla ricerca della loro stella. In una tela medioevale – di cui questa città ne è riflesso e sfondo – sarebbero pellegrini ed angeli custodi, nel vasto santuario della natura.

Ogni cosa è al suo posto.
Chiudo la porta.
Tornerò a guardare le lucciole.

-.-.-.-

You road I enter upon and look around, I believe you are not all that is here,
I believe that much unseen is also here.

WALT WHITMAN, Leaves of grass

Sei tu la strada che io percorro mentre mi guardo attorno! Ma tu non sei tutto ciò che c’è qui!
Credo che qui ci sia anche qualcosa che non si vede.

WALT WHITMAN, Foglie d’erba

 

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8 SETTEMBRE 1943 – GUÈRA DE LIBERASSIÙ, Remo Pedrini

partigiani-in-montagna

GUÈRA DE LIBERASSIÙ

A sére u scetorlèt a chèl tép là, però regorde
a’ mé chi bròcc momèncc: quando che I’éra
ergòt ù t’òch de pà e’l mond a l’éra ‘n mèss a
gran tormèncc.

Momèncc che mè sperà de èd piò a turnà! A i
éra ‘n guèra tòcc i continèncc e a tata zét a
gh’è tocàt crepà, o al frént, o sòta quach
bombardamèncc.

L’òt de setèmber del quarantatrì, quando i éra
firmàt o l’armestésse, a gh’éra stacc pagàt
zamò è gran présse,

ma I’éra mia finit ol nòst sofri! A m’séra ‘n
mèss a ù di piè gran flagèi, perché s’mòria
per mà di nòscc fradèi.

Per chèsto gh’è nassìt i partìgià!
Dopovint’agn e piò de servidùr, gh’éra òna
gran sit de libertà,
i à facc vèd a tòcc ci sè vaiùr.

Ghe n’éra in sima ai mucc è ‘n di sità e, sènsa
ardàga a chèsto o a chèl colùr, i à combaùt
perché i éra italià e i à onuràt ol nòst bèl
tricolùr.

Per ista libertà che no gh’à’présse, i à
trengotit a’ i’ lacrime piè amare; perché l’èss
de finì sto bròt calvare

no i à vardàt a mòrcc e sacrefésse. E mé ghe
lèe ‘1 capèl a ste soldàcc, che i merita debù
d’èss regordàcc.

Remo Pedrini

— . — . —

GUERRA DI LIBERAZIONE

Ero un bambino qui tempi là,
ma anch’io mi ricordo quei brutti momenti
quando un pezzo di pane era qualcosa
e il mondo era in mezzo a una grande bufera.

Momenti che è meglio sperare non tornino
più! Erano in guerra tutti i continenti,
e a tanta gente è toccato crepare
o al fronte, o sotto qualche bombardamento.

L’8 settembre del ’43, quando avevano
firmato l’armistizio, era già stato pagato
un grande prezzo,

ma non era ancora finito il nostro soffrire!
Eravamo in mezzo a uno dei più grandi flagelli,
perché si moriva per mano dei nostri fratelli.

Per questo sono nati i partigiani!
Dopo vent’anni e più di servitù, c’era una
gran sete di libertà,
e han fatto vedere a tutti il loro valore.

Ce n’erano in cima ai monti e nelle città e
senza guardare a questo o quel colore,
hanno combattuto perché erano italiani
e hanno onorato il nostro bel tricolore.

Per la nostra libertà che non ha prezzo,
hanno inghiottito le lacrime più amare,
perché avesse a finire questo brutto calvario

non han guardato a morti e sacrifici.
E io mi tolgo il cappello a questi soldati,
che meritano davvero di essere ricordati.

Remo Pedrini

 

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Di Amatrice e della bellezza che non si estingue

Amatrice è stata rasa al suolo del terremoto nella notte del 24 agosto.

Non vi sono mai stato, ma quella terra era – come raccontano l’appartenenza al club dei borghi più belli d’Italia e queste immagini – bella: di una bellezza che unisce la natura alla storia, tramite la sua gente e la loro cultura…

Ed io son certo che tornerà ad essere nuovamente così, ancora, appena il segno di questo mare di macerie, permetterà di scorgere nuovamente la terra ferma.

Quel marrone scuro e fertile o quel verde gentile e profumato, nel quale ritrovare la strada di casa, di nuove case – qualcuna ahinoi, fatta di nuvole e cielo – concedendo così un ritorno, seppur finto e doloroso, a coloro che Erri De Luca ha chiamato vittime di un “naufragio in terra”.

Il seme che è il lavoro dell’uomo, tornerà a mettere frutti, perché il destino della bellezza, nascosto e racchiuso fra le mani dell’uomo, è anche quello di passare nella corruzione, prima di tornare a rivelarsi.

Perché non tutto è destinato a scomparire, perché l’estinzione può estinguersi, quando ad essere intaccato è il futuro e la speranza di un paese che il destino ha voluto chiamare Amatrice.

Amatrice – Un’emozione senza tempo | Expo 2015 from Brainstorm on Vimeo.

2 luglio 2011

E all’improvviso si risentì belare ….
Immagina lo stupore
Immagina le bocche aperte e gli occhi spalancati dei bambini
Il sorriso dei ricordi degli uomini ormai adulti
Le lacrime, finalmente dolci, sui volti rugosi degli uomini antichi.
Un suono del passato
pian piano si avvicina.
Un frastuono lontano e familiare dal tempo ritorna
E la memoria si risveglia.
Le note gioiose di organetti e ciaramelle, campanacci e campanelli
accompagnano il passaggio di barrozze, carretti, cavalli e somarelli
con i loro umili preziosi carichi.
Donne con le conche e
bambini con il vestito della festa
salutano il ritorno.
Troppo tempo è passato da quando la strada
ancora selciata avete abbandonato.
Oggi è festa all’Amatrice
le greggi ritornano alla montagna
finalmente la verde Laga
tornerà ad essere punteggiata di bianca lana.
Fonte di vita, sacrificio e ricchezza del passato
emozionati vi salutiamo.
Oggi passato e futuro si incontrano e si confondono.
Gli uomini che un tempo vi guidavano
oggi vi seguono.
Vi seguono lungo in Viaggio della transumanza
sentiero della vita
tratturo di speranza.
L’attesa è stata lunga
ci siete mancate
compagne del destino delle genti di montagna.
Mai dimenticate
amate pecore
Bentornate.

Catia Clementi

www.transumanzaamatrice.it

  • – O – O –

“Il terremoto è un naufragio in terra. Le case diventano imbarcazioni scosse tra le onde e sbattute sugli scogli. Si perde tutto, si conserva la vita, lacera, attonita che conta gli scomparsi sul fondo delle macerie.

Si abita un suolo chiamato per errore terraferma. È terra scossa da singhiozzi abissali. Questi di stanotte sono partiti da oltre quattromila metri di profondità. Qualche giorno fa stavo agli antipodi, oltre quattromila metri sopra il mare. Quel monte delle Alpi non è un meteorite piovuto dal cielo, ma
il risultato di spinte e sollevamenti scatenati dal fondo del Mediterraneo. Forze gigantesche hanno modellato il nostro suolo con sconvolgimenti.

Si abita una terra precaria, ogni generazione cresce ascoltando storie di terremoti. Così, con le narrazioni, i vivi smaltiscono le perdite. Le macerie si spostano, si abita di nuovo lentamente, ma al loro posto restano le voci, le parole degli scaraventati all’aperto, a tetti scoperchiati. Ricordano, ammoniscono a non insuperbirsi di nessun possesso.

Arriva cieco di notte il terremoto e sconvolge i piccoli paesi. Ma i mezzi di soccorso sono di stanza nei grandi centri. Fosse un’invasione, quale generale accentrerebbe le sue forze lontano dai confini? Per il protettor civile questo ragionamento non vale. Ogni volta deve spostare le sue truppe con lento riflesso di reazione. Ai naufraghi nelle prime ore serve il conforto al cuore di un qualunque segnale di pubblica prontezza. Invece arriva prima un parente, un volontario, un giornalista. Il terremoto è anche un’invasione, contro la quale avere riserve piccole e pronte sparpagliate ovunque.

“Si sta come/ d’autunno/ sugli alberi/ le foglie”. La frase di guerra di cent’anni fa del soldato Ungaretti Giuseppe racconta il sentimento di stare attaccati all’ albero della vita con un solo piccolo punto di congiunzione”.

Erri De Luca

http://www.fondazionerrideluca.com/naufragio/

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TIZIANO TERZANI, Che fare?

TIZIANO TERZANI Questi giorni

Bissar, Himalaya indiana – 17 gennaio 2002

   Mi piace essere in un corpo che ormai invecchia. Posso guardare le montagne senza il desiderio di scalarle. Quand’ero giovane le avrei volute conquistare. Ora posso lasciarmi conquistare da loro. Le montagne, come il mare, ricordano una misura di grandezza dalla quale l’uomo si sente ispirato, sollevato. Quella stessa grandezza è anche in ognuno di noi, ma lì ci è difficile riconoscerla. Per questo siamo attratti dalle montagne. Per questo, attraverso i secoli, tantissimi uomini e donne sono venuti quassù nell’Himalaya, sperando di trovare in queste altezze le risposte che sfuggivano loro restando nelle pianure. Continuano a venire.
L’inverno scorso davanti al mio rifugio passò un vecchio sanyasin vestito d’arancione. Era accompagnato da un discepolo, anche lui un rinunciatario.
«Dove andate, Maharaj?» gli chiesi.
«A cercare dio», rispose, come fosse stata la cosa più ovvia del mondo.
Io ci vengo, come questa volta, a cercare di mettere un po’ d’ordine nella mia testa. Le impressioni degli ultimi mesi sono state fortissime e prima di ripartire, di « scendere in pianura» di nuovo, ho bisogno di silenzio. Solo così può capitare di sentire la voce che sa, la voce che parla dentro di noi. Forse è solo la voce del buon senso, ma è una voce vera.
Le montagne sono sempre generose. Mi regalano albe e tramonti irripetibili; il silenzio è rotto solo dai suoni della natura che lo rendono ancora più vivo.
L’esistenza qui è semplicissima. Scrivo seduto sul pavimento di legno, un pannello solare alimenta il mio piccolo computer; uso l’acqua di una sorgente a cui si abbeverano gli animali del bosco – a volte anche un leopardo -, faccio cuocere riso e verdure su una bombola a gas, attento a non buttar via il fiammifero usato. Qui tutto è all’osso, non ci sono sprechi e presto si impara a ridare valore ad ogni piccola cosa. La semplicità è un enorme aiuto nel fare ordine.
A volte mi chiedo se il senso di frustrazione, d’impotenza che molti, specie fra i giovani, hanno dinanzi al mondo moderno è dovuto al fatto che esso appare loro così complicato, così difficile da capire che la sola reazione possibile è crederlo il mondo di qualcun altro: un mondo in cui non si può mettere le mani, un mondo che non si può cambiare. Ma non è così: il mondo è di tutti.
Eppure, dinanzi alla complessità di meccanismi disumani – gestiti chi sa dove, chi sa da chi – l’individuo è sempre più disorientato, si sente al perso, e finisce così per fare semplicemente il suo piccolo dovere nel lavoro, nel compito che ha dinanzi, disinteressandosi del resto e aumentando così il suo isolamento, il suo senso di inutilità. Per questo è importante, secondo me, riportare ogni problema all’essenziale. Se si pongono le domande di fondo, le risposte saranno più facili.
Vogliamo eliminare le armi? Bene: non perdiamoci a discutere sul fatto che chiudere le fabbriche di fucili, di munizioni, di mine anti-uomo o di bombe atomiche creerà dei disoccupati. Prima risolviamo la questione morale. Quella economica raffronteremo dopo. O vogliamo, prima ancora di provare, arrenderci al fatto che l’economia determina tutto, che ci interessa solo quel che ci è utile?
« In tutta la storia ci sono sempre state delle guerre. Per cui continueranno ad esserci», si dice. «Ma perché ripetere la vecchia storia? Perché non cercare di cominciarne una nuova?» rispose Gandhi a chi gli faceva questa solita, banale obbiezione.
L’idea che l’uomo possa rompere col proprio passato e fare un salto evolutivo di qualità era ricorrente nel pensiero indiano del secolo scorso. L’argomento è semplice: se l’homo sapiens, quello che ora siamo, è il risultato della nostra evoluzione dalla scimmia, perché non immaginarsi che quest’uomo, con una nuova mutazione, diventi un essere più spirituale, meno attaccato alla materia, più impegnato nel suo rapporto col prossimo e meno rapace nei confronti del resto dell’universo?
E poi, siccome questa evoluzione ha a che fare con la coscienza, perché non provare noi, ora, coscientemente, a fare un primo passo in quella direzione? Il momento non potrebbe essere più appropriato visto che questo homo sapiens è arrivato ora al massimo del suo potere, compreso quello di distruggere sé stesso con quelle armi che, poco sapientemente, si è creato.
Guardiamoci allo specchio. Non ci sono dubbi che nel corso degli ultimi millenni abbiamo fatto enormi progressi. Siamo riusciti a volare come uccelli, a nuotare sott’acqua come pesci, andiamo sulla luna e mandiamo sonde fin su Marte. Ora siamo persino capaci di donare la vita. Eppure, con tutto questo progresso non siamo in pace ne con noi stessi ne col mondo attorno. Abbiamo appestato la terra, dissacrato fiumi e laghi, tagliato intere foreste e reso infernale la vita degli animali, tranne quella di quei pochi che chiamiamo « amici» e che coccoliamo finché soddisfano la nostra necessità di un surrogato di compagnia umana.
Aria, acqua, terra e fuoco, che tutte le antiche civiltà hanno visto come gli elementi base della vita – e per questo sacri – non sono più, com’erano, capaci di autorigenerarsi naturalmente da quando l’uomo è riuscito a dominarli e a manipolarne la forza ai propri fini. La loro sacra purezza è stata inquinata. L’equilibrio è stato rotto. Il grande progresso materiale non è andato di pari passo col nostro progresso spirituale. Anzi: forse da questo punto di vista l’uomo non è mai stato tanto povero da quando è diventato così ricco. Da qui l’idea che l’uomo, coscientemente, inverta questa tendenza e riprenda il controllo di quello straordinario strumento che è la sua mente. Quella mente, finora impegnata prevalentemente a conoscere e ad impossessarsi del mondo esterno, come se quello fosse la sola fonte della nostra sfuggente felicità, dovrebbe rivolgersi anche all’esplorazione del mondo interno, alla conoscenza di sé.
Idee assurde di qualche fachiro seduto su un letto di chiodi? Per niente. Queste sono idee che, in una forma o in un’altra, con linguaggi diversi, circolano da qualche tempo nel mondo. Circolano nel mondo occidentale, dove il sistema contro cui queste idee teoricamente si rivolgono le ha già riassorbite, facendone i «prodotti» di un già vastissimo mercato « alternativo » che va dai corsi di yoga a quelli di meditazione, dall’aromaterapia alle «vacanze spirituali» per tutti i frustrati della corsa dietro ai conigli di plastica della felicità materiale. Queste idee circolano nel mondo islamico, dilaniato fra tradizione e modernità, dove si riscopre il significato originario di jihad, che non è solo la guerra santa contro il nemico esterno, ma innanzitutto la guerra santa interiore contro gli istinti e le passioni più basse dell’uomo.
Per cui non è detto che uno sviluppo umano verso l’alto sia impossibile. Si tratta di non continuare incoscientemente nella direzione in cui siamo al momento. Questa direzione è folle, come è folle la guerra di Osama bin Laden e quella di George W. Bush. Tutti e due citano Dio, ma con questo non rendono più divini i loro massacri.
Allora fermiamoci. Immaginiamoci il nostro momento di ora dalla prospettiva dei nostri pronipoti. Guardiamo all’oggi dal punto di vista del domani per non doverci rammaricare poi d’aver perso ima buona occasione. L’occasione è di capire una volta per tutte che il mondo è uno, che ogni parte ha il suo senso, che è possibile rimpiazzare la logica della competitività con l’etica della coesistenza, che nessuno ha il monopolio di nulla, che l’idea di una civiltà superiore a un’altra è solo frutto di ignoranza, che l’armonia, come la bellezza, sta nell’equilibrio degli opposti e che l’idea di eliminare uno dei due è semplicemente sacrilega. Come sarebbe il giorno senza la notte? La vita senza la morte? O il Bene? Se Bush riuscisse, come ha promesso, a eliminare il Male dal mondo?
Questa mania di voler ridurre tutto ad una uniformità è molto occidentale. Vivekananda, il grande mistico indiano, viaggiava alla fine dell’Ottocento negli Stati Uniti per far conoscere l’induismo. A San Francisco, alla fine di una sua conferenza, una signora americana si alzò e gli chiese: «Non pensa che il mondo sarebbe più bello se ci fosse una sola religione per tutti gli uomini?» «No», rispose Vivekananda. «Forse sarebbe ancora più bello se ci fossero tante religioni quanti sono gli uomini. »
« Gli imperi crescono e gli imperi scompaiono », dice l’inizio di uno dei classici della letteratura cinese, II Romanzo dei Tré Regni. Succederà anche a quello americano, tanto più se cercherà d’imporsi con la forza bruta delle sue armi, ora sofisticatissime, invece che con la forza dei valori spirituali e degli ideali originali dei suoi stessi Padri Fondatori.
I primi ad accorgersi del mio ritorno quassù sono stati due vecchi corvi che ogni mattina, all’ora di colazione, si piazzano sul deodar, l’albero di dio, un maestoso cedro davanti a casa e gracchiano a più non posso finché non hanno avuto i resti del mio yogurt – ho imparato a farmelo – e gli ultimi chicchi di riso nella ciotola. Anche se volessi, non potrei dimenticarmi della loro presenza e di una storia che gli indiani raccontano ai bambini a proposito dei corvi. Un signore che stava, come me, sotto un albero nel suo giardino, un giorno non ne potè più di quel petulante gracchiare dei corvi. Chiamò i suoi servi e quelli con sassi e bastoni li cacciarono via. Ma il Creatore, che in quel momento si svegliava da un pisolino, si accorse subito che dal grande concerto del suo universo mancava una voce e, arrabbiatissimo, mandò di corsa un suo assistente sulla terra a rimettere i corvi sull’albero.
Qui, dove si vive al ritmo della natura, il senso che la vita è una e che dalla sua totalità non si può impunemente aggiungere o togliere niente è grande. Ogni cosa è legata, ogni parte è l’insieme.
Thich Nhat Hanh, il monaco vietnamita, lo dice bene a proposito di un tavolo, un tavolino piccolo e basso come quello su cui scrivo. Il tavolo è qui grazie ad una infinita catena di fatti, cose e persone: la pioggia caduta sul bosco dove è cresciuto l’albero che un boscaiolo ha tagliato per darlo a un falegname che lo ha messo assieme coi chiodi fatti da un fabbro col ferro di una miniera… Se un solo elemento di questa catena, magari il bisnonno del falegname, non fosse esistito, questo tavolino non sarebbe qui.
I giapponesi, ancora quando io stavo nel loro paese, pensavano di proteggere il clima delle loro isole non tagliando le foreste giapponesi, ma andando a tagliare quelle dell’Indonesia e dell’Amazzonia. Presto si son resi conto che anche questo ricadeva su di loro: il clima della terra mutava per tutti, giapponesi compresi.
Allo stesso modo, oggi non si può pensare di continuare a tenere povera una grande parte del mondo per rendere la nostra sempre più ricca. Prima o poi, in una forma o nell’altra, il conto ci verrà presentato. O dagli uomini o dalla natura stessa.
Quassù, la sensazione che la natura ha una sua presenza psichica è fortissima. A volte, quando tutto imbacuccato contro il freddo mi fermo ad osservare, seduto su un grotto, il primo raggio di sole che accende le vette dei ghiacciai e lentamente solleva il velo di oscurità, facendo emergere catene e catene di altre montagne dal fondo lattiginoso delle valli, un’aria di immensa gioia pervade il mondo ed io stesso mi ci sento avvolto, assieme agli alberi, gli uccelli, le formiche: sempre la stessa vita in tante diverse, magnifiche forme.
È il sentirsi separati da questo che ci rende infelici. Come il sentirci divisi dai nostri simili. «La guerra non rompe solo le ossa della gente, rompe i rapporti umani », mi diceva a Kabul quel vulcanico personaggio che è Gino Strada. Per riparare quei rapporti, nell’ospedale di Emergency, dove ripara ogni altro squarcio del corpo, Strada ha una corsia in cui dei giovani soldati talebani stanno a due passi dai loro «nemici», soldati dell’Alleanza del Nord. Gli uni sono prigionieri, gli altri no; ma Strada spera che le simili mutilazioni, le simili ferite li riavvicineranno.
Il dialogo aiuta enormemente a risolvere i conflitti. L’odio crea solo altro odio. Un cecchino palestinese uccide una donna israeliana in una macchina, gli israeliani reagiscono ammazzando due palestinesi, un palestinese si imbottisce di tritolo e va a farsi saltare in aria assieme a una decina di giovani israeliani in una pizzeria; gli israeliani mandano un elicottero a bombardare un pulmino carico di palestinesi, Ì palestinesi… e avanti di questo passo. Fin quando? Finché son finiti tutti i palestinesi? tutti gli israeliani? tutte le bombe?
Certo: ogni conflitto ha le sue cause, e queste vanno affrontate. Ma tutto sarà inutile finché gli uni non accetteranno l’esistenza degli altri ed il loro essere eguali, finché noi non accetteremo che la violenza conduce solo ad altra violenza.
«Bei discorsi. Ma che fare?» mi sento dire, anche qui nel silenzio.
Ognuno di noi può fare qualcosa. Tutti assieme possiamo fare migliaia di cose.
La guerra al terrorismo viene oggi usata per la militarizzazione delle nostre società, per produrre nuove armi, per spendere più soldi per la difesa. Opponiamoci, non votiamo per chi appoggia questa politica, controlliamo dove abbiamo messo i nostri risparmi e togliamoli da qualsiasi società che abbia anche lontanamente a che fare con l’industria bellica. Diciamo quello che pensiamo, quello che sentiamo essere vero: ammazzare è in ogni circostanza un assassinio.
Parliamo di pace, introduciamo una cultura di pace nell’educazione dei giovani. Perché la storia deve essere insegnata soltanto come un’infinita sequenza di guerre e di massacri?
Io, con tutti i miei studi occidentali, son dovuto venire in Asia per scoprire Ashoka, uno dei personaggi più straordinari dell’antichità; uno che tre secoli prima di Cristo, all’apice del suo potere, proprio dopo avere aggiunto un altro regno al suo già grande impero che si estendeva dall’India all’Asia centrale, si rende conto dell’assurdità della violenza, decide che la più grande conquista è quella del cuore dell’uomo, rinuncia alla guerra e, nelle tante lingue allora parlate nei suoi domini, fa scolpire nella pietra gli editti di questa sua etica. Una stele di Ashoka in greco ed aramaico è stata scoperta nel 1958 a Kandahar, la capitale spirituale del mullah Ormar in Afghanistan, dove ora sono accampati i marines americani. Un’altra, in cui Ashoka annuncia l’apertura di un ospedale per uomini ed uno per animali, è oggi all’ingresso del Museo Nazionale di Delhi.
Ancor più che fuori, le cause della guerra sono dentro di noi. Sono in passioni come il desiderio, la paura, l’insicurezza, l’ingordigia, l’orgoglio, la vanità. Lentamente bisogna liberarcene. Dobbiamo cambiare atteggiamento. Cominciamo a prendere le decisioni che ci riguardano e che riguardano gli altri sulla base di più moralità e meno interesse. Facciamo più quello che è giusto, invece di quel che ci conviene. Educhiamo i figli ad essere onesti, non furbi.
Riprendiamo certe tradizioni di correttezza, reimpossessiamoci della lingua, in cui la parola « dio » è oggi diventata una sorta di oscenità, e torniamo a dire « fare l’amore» e non «fare sesso». Alla lunga, anche questo fa una grossa differenza.
È il momento di uscire allo scoperto, è il momento d’impegnarsi per i valori in cui si crede. Una civiltà si rafforza con la sua determinazione morale molto più che con nuove armi.
Soprattutto dobbiamo fermarci, prenderci tempo per riflettere, per stare in silenzio. Spesso ci sentiamo angosciati dalla vita che facciamo, come l’uomo che scappa impaurito dalla sua ombra e dal rimbombare dei suoi passi. Più corre, più vede la sua ombra stargli dietro; più corre, più il rumore dei suoi passi si fa forte e lo turba, finché non si ferma e si siede all’ombra di un albero. Facciamo lo stesso.
Visti dal punto di vista del futuro, questi sono ancora i giorni in cui è possibile fare qualcosa. Facciamolo. A volte ognuno per conto suo, a volte tutti assieme. Questa è una buona occasione.
TIZIANO TERZANI Questi giorniIl cammino è lungo e spesso ancora tutto da inventare. Ma preferiamo quello dell’abbrutimento che ci sta dinanzi? O quello, più breve, della nostra estinzione?
Allora: Buon Viaggio! Sia fuori che dentro.

Digressione

MARCO MANCASSOLA, Sono uno scrittore

scrittore-981x540Sono uno scrittore, essere solo è il mio lavoro. Ci sono attività in cui la solitudine è uno strumento attivo di lavoro. E la solitudine in realtà ha una varietà di sfumature, dalla più scura alla più esaltante. Ci vorrebbero decine di termini diversi per nominare tutte le solitudini possibili, proprio come in quella leggenda secondo cui gli Inuit avrebbero cinquanta parole per indicare la neve.

L’inglese distingue tra loneliness e solitude. La prima è una sensazione cattiva, sofferta, la seconda è più costruttiva – frutto di una scelta. Il teologo Paul Tillich scrisse che “loneliness esprime la pena di essere soli, solitude la gloria di essere soli.” Ma ovvio che il confine tra i due stati è vago, molto permeabile. È questa ambiguità a rendere interessanti le professioni solitarie, esposte più di altre alla verità emotiva del mondo, che è sempre duplice e scivolosa, epica, miserabile, profetica e al tempo stesso ridicola. Scrivere è sentirsi tutte queste cose insieme.

Come un problema di fisica quantistica, la solitudine è una faccenda multipla, legata al punto di osservazione.

Nel mondo insonne e illuminato dai bagliori di mille schermi, la gente oggi pare particolarmente terrorizzata all’idea di restare sola con se stessa. Per questo sfugge alle responsabilità e alle opportunità della propria solitude e si getta nel mercato delle connessioni, del brusio perenne, del flusso di dati. Beh, non si torna indietro dalla società della connessione. Ma è comico il modo in cui, così facendo, per sfuggire alla solitude si finisce spesso per gettarsi in pasto alla loneliness. Ed è comico il modo in cui, sempre di più, gli altri diventano nient’altro che un rimbombo del nostro pensiero, mentre leggiamo un messaggio sul telefono o un commento sulla schermata di Facebook.

La società della connessione crea forme effettive di comunione. Ad esempio quando la rete serve, come accade negli ultimi anni, a organizzare manifestazioni facendo convergere insieme sulle strade migliaia di cani sciolti. Molte altre volte, lo sappiamo, la rete non è che un laboratorio di desolazione. Una macchina della banalità, del commento automatico, dello spam furioso, del flusso isterico. Una macchina, appunto. Un giorno chatteremo e scambieremo commenti in rete senza sapere se lo stiamo facendo con una persona o con un software. E tutto sommato non ce ne importerà.

La solitudine di cercare su google qualcosa di introvabile. La solitudine dell’ennesima richiesta di amicizia da parte di qualcuno che non conosci, né mai conoscerai. La solitudine di fingersi amico di tutti. La solitudine di fingersi nemico di tutti. Alla fine chiudi le connessioni. Sei solo, ma in un modo più interessante. Non hai bisogno di far sapere a tutti cosa stai facendo: è un momento glorioso proprio perché appartiene soltanto a te. Apri il programma di scrittura. Sei uno scrittore, è davvero il tuo lavoro.

www.marcomancassola.com

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26 aprile 1937, Guernica – ERRI DE LUCA, Guernica, Napoli, Belgrado

guernica

   Nel cielo di una piccola città basca, alle 16.30 del 26 aprile 1937 si presentarono gli aerei tedeschi della legione Condor. Alle 19.45, poco più di tre ore dopo, era finito il primo atto di terrorismo della storia moderna, la distruzione di Guernica. Era lunedì, giorno di mercato, l’allarme fu dato da una campana cinque minuti prima dell’incursione. Morirono in duemila.
Chiamo terrorismo il bombardamento di una città. Terrorista è chi si pone come obiettivo militare la vita della popolazione civile. Ho avuto nelle orecchie della mia infanzia napoletana di dopoguerra i racconti dei bombardamenti su Napoli, più di cento. Più di cento volte, a qualunque ora, i napoletani furono scaraventati in strada dalla sirena d’allarme. I racconti ascoltati avevano voci di donne. Gli uomini erano al fronte o in prigionia. Le donne, i vecchi, i bambini sopportarono le stragi che piovevano a casaccio.
I vecchi tacquero e i bambini dimenticarono. Restarono le donne a custodire da inesorabili il terrore. Le loro voci salivano su una nota acuta, scendevano in un sospiro, s’inceppavano sotto un ricordo atroce, trovavano lo scappamento di una risata per un episodio comico nella tarantola di una fuga. Risate all’improvviso: servivano a smaltire.
Un bambino in ascolto dietro una porta spalancava le orecchie e s’immedesimava col suo corpo grazie alla modulazione di frequenza delle voci: la polvere dei crolli ardeva in gola e agli occhi, il tanfo dei cadaveri incastrati sotto le macerie, il fumo degli incendi, il fischio di nave e di miniera della sirena di allarme, che s’impennava in alto e teneva sospesa la nota acuta dell’allarme aereo. Era l’annunciazione che spettava alle ragazze, donne della guerra.
Quando scappava dalle voci una risata di risarcimento, il bambino dietro la porta tremava di più, quel ridere faceva venire la pelle di pollo spennato.
Avevano patito il terrore di esplodere, di crollare insieme all’edificio, terrore dello spostamento d’aria di un’esplosione che aveva forza d’urto per uccidere più del crollo e del fuoco. Alzare gli occhi al cielo era terrore di vedere le sagome a croce dei bombardieri. Ne vennero anche senza l’avviso della sirena.

  Sono stato a Belgrado nella primavera dei bombardamenti del 99, arrivando dì notte dall’Ungheria con furgone. Mi assegnavo il compito di disertare dal mio paese che faceva decollare dalle sue piste i bombardamenti aerei. Il 1900 si chiudeva con il suono della sirena d’allarme. La sentii arrivare quella notte, la riconobbi, ascoltata dalle voci delle donne di Napoli. La tonalità, l’estensione, l’acuto: era la stessa. La sirena d’allarme di Belgrado in quella notte di aprile senza una luce accesa imitava le voci delle donne di Napoli, incise in alta fedeltà nei loro incubi. Se la raccontavano per ridurla a episodio. La voce umana è la sola terapia capace di farlo, Guernica non aveva nessuna importanza militare, come non l’aveva Belgrado. La guerra moderna cerca lo sterminio dei civili. Picasso ha reso gigantesca una delle sue stragi. Napoli, Belgrado e le città sorelle di Guernica non hanno avuto dediche di illustri. Allora il loro lutto resta inciso nelle voci delle donne che hanno ripetuto la cantilena della sirena d’allarme.

Erri De Luca, Il più e il meno – Feltrinelli

22 aprile, Earth day – SOARE IN INIMA

Directed, filmed & edited by Mathieu Le Lay

Words by Larisa Oltean

Per pensare a questa terra, con la stessa profondità con la quale lei pensa a noi e a far fiore gli alberi, a far girare notte e giorno, a colorare tutto quanto con tramonti o stelle. Per pensare a questo “gioco” a questa terra ed alla sua giornata di festa, nella quale “la morte, non è il contrario di vita. Opposto al morire c’è il nascere. La vita non ha un contrario.”

For thinking at this earth, with the same depth with the earth think at us and put the trees in flowers, run night and day, color everything with sunsets and stars. For thinking at this “game”, at this land and to this day of celebration, in which “death is not the opposite of life. The opposite of death si birth. Life has no opposite.”