Camera 352
“Te la senti di camminare? Hai voglia di muovere qualche passo?”
Lei non risponde, ma prende il suo braccio rendendolo leva e si alza…

In simili presepi, inevitabilmente, rinasce il valore figurativo quanto reale di ogni “passo” e del loro concatenarsi: l’equilibrio continuamente s’infrange per sempre ricomporsi, in una ritualità che solo le spiagge del mare conoscono. Passo come unità base, lettera che diviene parola, poi frase, discorso e libro, con il quale scrivere storie, anche minuscole ed invisibili perché personali, anche preziose poiché fragili.

I primi passi

Abbiamo bisogno, quanto più spesso, di percepire la nostra essenza/presenza – sfidando paure e spaventi, sbagli o imprevisti, vento, fulmini o chissà quali prove o dolori – per sentirci forti fino in fondo e liberi, liberi anche di sbagliare e padroni del destino; o per dirlo in altre parole, per gustarci la saporita pietanza che qualcuno ha chiamato la carne dell’orso. Eppure, sfido chiunque a non ritrovarla sul proprio palato o sentirsene già sazio.

Proveniamo dalle onde di un mondo che è pancia e nasciamo già con la forza per attraversare una cascata che separa il buio dalla luce. Minuscole pinne ci vengono immediatamente rinnegate al contatto dell’aria, in uno scambio che forse equo non è, ma tramite il quale veniamo deposti da un regno, per subito esserne incoronati in un altro. Reame quest’ultimo che ha bisogno di mesi, per insegnarci il valore di ciò che ci circonda, dove il cadere ed il rialzarsi non sono altro che sinonimi, letti solo dal basso verso l’alto o viceversa. La madre da una parte che trattiene, domandando un braccio, dall’altra il padre che risponde chiedendo una mano e nel mezzo, prima dei metri e dei sorrisi, montagne di bernoccoli e paludi di lividi. E poi è solo questione di matematica e di operazioni infinite! Una moltiplicazione dei passi per se stessi, elevandoli talvolta a potenza, consentendogli infine di divenire espressione: parentesi aperta per strade o direzioni… Fino al momento in cui il viaggio finisce – momento in cui “lui” incontra “lei” – per puntare tutto, ogni giorno, ogni risorsa, sull’altra persona, seguendola sempre, su strade in salita o coperte di ghiaccio, ritrovandosi in fine a dividersi, per contarsi in tre, quattro, cinque…

Dove lui incontra lei

Sono assolutamente convito che conserviamo e custodiamo già il gusto di numerosi bocconi d’orso, tanto che forse, ogni forchettata in più, rischia di divenirci (oltre che fatale) indigesta ed insapore: ci abituiamo ad ogni cosa e tutto – fra fiducia ed ostinazione, possibile od impossibile – si confonde. Siamo troppo brevi, siamo la storia delle foglie d’autunno eppure viviamo senza coscienza profonda: lasciamo vita dietro di noi, come i bambini con i giocattoli, appena chiamati a merenda. Quanto spesso accade che assuefatti al pensiero di una mancanza, perdiamo di vista concrete presenze?

Sono passati pochi giorni dall’operazione: mamma ha appena ripreso a camminare; mio padre invece, più volte al giorno, la raggiunge da un piccolo albergo, dove si è trasferito, per starle più vicino. Ed è qui, in questo loro momentaneo recinto – la camera 352 per l’appunto – che li osservo, senza farmi scorgere, immaginando un “passo” mai fatto, da condividere insieme.

L’idea è arrivata ieri sera, ripercorrendo o sfogliando, la strada o le fotografie, sin qui vissute con loro: l’immagine frontale mi ritrae bambino, su una spiaggia, con un mare invisibile ed un accappatoio a strisce bianche rosse.

Al mare

Li porterò al mare.

Scenderemo dalla macchina e mano nella mano, ci muoveremo in quell’equilibrio, che esiste fra l’essere ancora figlio, ma non ancora genitore, sulla giostra del malinconico entusiasmo che per portarci avanti chiede il biglietto dei ricordi, di un tempo che non c’è più.

Questa storia partecipa al Blogger Contest 2017″

 

 

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