Roald Dahl alla sua scrivania nel 1990, ultimo anno della sua vita.

Roald Dahl alla sua scrivania nel 1990, ultimo anno della sua vita.

Durante tutto il primo trimestre al St Peter’s ebbi nostalgia di casa. La nostalgia è un po’ come il mal di mare. Non puoi immaginarti come sia spaventoso finché non ne soffri e, quando ti prende, ti arriva come un pugno nello stomaco e vorresti morire. La sola consolazione è che entrambi questi mali si risolvono di colpo. La nostalgia di casa sparisce appena abbandoni i confini della scuola e il mal di mare appena la nave entra in porto.
Durante le prime due settimane ero così disperatamente malato di nostlagia che decisi di tentare un trucco per farmi rimandare a casa, non fosse che per qualche giorno. La mia idea era di simulare un fulminante attacco di appendicite.
Probabilmente giudicherete idiota che un bambino di nove anni si creda capace di sostenere una commedia del genere, ma io avevo le mie buone ragioni per pensarlo.

Soltanto un mese prima la mia sorellastra, che aveva dodici anni più di me, si era effettivamente ammalata di appendicite e per molti giorni prima dell’operazione avevo potuto osservare da vicino il suo comportamento. Avevo notato che si lamentava soprattutto di un forte dolore al ventre, in basso a destra. Poi vomitava, si rifiutava di mangiare e aveva la febbre.
Forse vi interesserà comunque sapere che a mia sorella l’appendice non venne tolta nella sala operatoria di un bell’ospedale dalle luci splendenti e dalle infermiere in camice bianco, ma sulla tavola della nostra stanza dei giochi dal medico di famiglia e dal suo anestesista. A quei tempi era normale veder arrivare il dottore a casa vostra con la sua borsa di strumenti, ricoprire la tavola più adatta con un telo sterile e emettersi al lavoro. Mi ricordo che spiavo dal corridoio nella stanza, durante l’operazione, in compagnia delle mie sorelle; stavamo lì affascinati, ascoltando il sommesso mormorio dei medici dietro la porta chiusa a chiave e immaginando che la paziente avesse la pancia aperta nel mezzo, come un bue squartato. Potevamo anche fiutare l’odore nauseabondo dell’etere che filtrava da sotto la porta.
Il giorno dopo ci permisero di ammirare l’appendice in un vaso di vetro. Sembrava un verme nerastro, piuttosto lungo, e io chiesi: «Anch’io ne ho uno cosi in pancia, Tata?».
«Tutti ce l’hanno» rispose la Tata.
«E a cosa serve?».
«Le vie del Signore sono un mistero» sentenziò lei: era la formula d’uso, quando non sapeva cosa rispondere.
«E cos’è che lo fa ammalare? »
«I peli dello spazzolino da denti» rispose, stavolta senza la minima esitazione.
«I peli dello spazzolino da denti?» esclamai. «Ma come può un pelo far ammalare un’appendice? »
La Tata, che ai miei occhi era depositaria di una saggezza superiore a quella di Salomone, rispose.
«Quando un pelo si stacca dallo spazzolino e tu lo inghiotti, s’infilza nella tua appendice e la fa marcire. Durante la guerra» continuò, «le spie tedesche riuscirono a introdurre nei nostri magazzini intere casse di spazzolini con i peli che venivano via, e milioni di nostri soldati si ammalarono d’appendicite».
«Davvero, Tata?» esclamai. «E’ proprio vero?».
«Io non dico mia bugie, lo sai» rispose lei. «Che ti serva da lezione: non usare mai spazzolini da denti consumati».
Motivo per cui, continuai ad angosciarmi per molti anni ogniqualvolta mi rimaneva un pelo di spazzolino sulla lingua.

Quando salii a bussare alla porta scura della sorvegliante, non avevo nemmeno più paura.
«Avanti! » tuonò la sua voce.
Avanzai con una mano contratta sulla parte destra dello stomaco, barcollando pateticamente.
«Che ti succede?» urlò la Sorvegliante e la stessa potenza della sua voce le fece tremare il petto come un enorme budino gelatinoso.
«Mi fa male, signora Sorvegliante» gemetti. «Tanto male! Proprio qui!».
«Avrai mangiato troppo» abbaiò lei. «Cosa vi aspettate dopo aver ingurgitato dolci per tutto il giorno!».
«Sono giorni che non mangio» mentii. «Non potevo mandar giù niente, proprio niente!»
«Stenditi sul letto e calati i calzoni» ordinò.

Mi stesi e lei cominciò a tastarmi con malgarbo la pancia con le dita.
Io spiavo i suoi gesti e, quando premette dove supponevo ci fosse l’appendice, cacciai un urlo da far tremare i vetri. «Ohi ohi ohi» gridai. «No, lì no, signora Sorvegliante!». Poi giocai la mia carta decisiva. «Ho vomitato per tutta la mattina» gemetti, «e ora non ho più niente da rimettere. Ma mi sento sempre così male!».

Avevo colpito il segno. La vidi esitare. «Resta dove sei» disse e uscì rapidamente dalla stanza. Poteva anche essere una donna brutale e crudele, ma aveva fatto i suoi bravi corsi da infermiera e non voleva ritrovarsi con un caso di peritonite tra le mani.
Il dottore arrivò circa un’ora dopo e a sua volta premette e tastò e io strillavo quando credevo che fosse il caso. Poi mi mise il termometro in bocca.
«Mmm» fece: «temperatura normale. Fammi dare un’altra occhiata alla tua pancia».
«Ahia!» urlai, quando sfiorò il punto cruciale.
Il dottore uscì seguito dalla Sorvegliante. Questa tornò mezz’ora dopo annunciando: «Il Direttore ha telefonato a tua madre. Verrà a prenderti nel pomeriggio». Non feci commenti. Restai rannicchiato sforzandomi di sembrare il più ammalato possibile, ma il mio cuore cantava di gioia.

Tornai a casa attraverso il canale di Bristol sul battello a pale, così felice di andarmene lontano dall’odiata scuola che per un pelo non mi dimenticai che mi credevano malato. Nel pomeriggio fui visitato dal dottor Dunbar nel suo ambulatorio in Cathedral Road, a Cardiff, e cercai dì recitare nuovamente la stessa commedia. Ma il dottor Dunbar era assai più perspicace e competente della Sorvegliante o del medico scolastico. Dopo avermi palpato la pancia e avermi sentito strillare come da copione, mi disse: «Rivestiti e siediti qui».
Anche lui andò a sedersi dietro la scrivania e mi fissò con uno sguardo penetrante, ma non malevolo.
«Fai la commedia, eh?» chiese.
«Come lo sa?» sbottai.
«Perché la tua pancia è morbida e perfettamente normale. Se ci avessi un’infiammazione, lo stomaco sarebbe duro e contratto. Semplice».

Rimasi zitto.

«Si tratta di nostalgia, vero?» chiese.
Annuii, malinconicamente.
«Da principio succede a tutti» disse. «Ma devi tener duro. E non avercela con tua madre per averti mandato in collegio. Anzi, lei sosteneva che eri troppo piccolo, ma io l’ho persuasa che era la cosa migliore da fare. La vita è dura, e più presto impari a cavartela, meglio sarà per te».
«E lei cosa dirà alla scuola?» chiesi tremando.
«Dirò che hai avuto una grave infezione intestinale per cui ti ho dato delle pillole» disse sorridendo.
«Questo significa che potrai rimanere a casa ancora per tre giorni. Ma promettimi che non userai più questi trucchi. Tua madre ha già abbastanza problemi senza doversi precipitare a venirti a prendere a scuola».
«Prometto» dissi. «Non lo farò mai più».

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