disegni_da_colorare_macchinina_per_bimbi_20140418_1058719634In un piccolo paese c’era un uomo che tutti chiamavano Antico. Lo chiamavano così non perché aveva tanti anni e i capelli bianchi ma perché conservava le antiche usanze.

Dietro la sua casa aveva un campo dove coltivava erba e grano. Col grano faceva la farina e con la farina faceva il pane, la pasta, i biscotti e le ciambelle che cuoceva in casa nel forno.

L’erba era per tre capre e una mucca che gli davano il latte, e col latte faceva il burro, il formaggio e la buona ricotta dolce.

Nel campo teneva anche un filare di viti per fare il vino e cinque ulivi per l’olio. Si faceva da sé anche il sapone e altre cose che gli servivano per vivere.

In quella casa Antico era rimasto solo e viveva come si faceva un tempo, facendosi tutto da sé.

A lui piaceva molto conservare le cose antiche, anche quelle che non gli servivano più̀, come lo scaldaletto, l’arcolaio e i vasi di terracotta. Li conservava con cura, li spolverava, li lucidava.

Aveva una piccola macchina, una delle prime automobili, e le era affezionato anche se spesso faceva fatica a partire e qualche volta si fermava lungo la strada perché il motore bolliva.

Ma Antico la curava con amore; le dava l’olio, le cambiava l’acqua, la spolverava ogni volta che rientrava da un giro. E la macchinina era contenta: quando andava su e giù per le colline intorno al paese, cantava a modo suo, col motore, e la sentivano tutti da lontano. Dicevano: “è la macchinina di Antico, ce la farà̀?”

La macchinina cantava e arrivava in cima alla collina e poi si lasciava andare per la discesa sospirando. Era bello.

Antico sapeva dalla Tv che nel mondo si viveva in modo diverso: tutto si faceva con le macchine, i ragazzi avevano il motorino e portavano il casco per non rompersi la testa, gli impiegati usavano il computer, i bambini a scuola facevano le operazioni con le piccole calcolatrici invece di usare la mente, la gente mangiava male: cibi in scatola o conservati. E cambiava spesso la macchina, chissà̀ perché́.

Lui, la sua macchinina non l’avrebbe cambiata mai, per nessuna altra. La sua macchina aveva più̀ di cinquant’anni, aveva le lamiere arrugginite e rosicchiate, ma lui la curava, riparava ogni guasto, la puliva e la riverniciava. Sembrava sempre nuova.

Antico sapeva fare di tutto: il meccanico, il falegname, il muratore, il contadino. Ma un giorno si ammalò, lo ricoverarono all’ospedale e morì.

Il mondo della sua casa si fermò e tutto a poco a poco si coprì di polvere. Macchinina era diventata triste e sola: nessuno più̀ la spolverava, le dava olio, provava il suo motore. Le pareva di essere morta anche lei. Ma un giorno le venne voglia di vivere ancora e sognò di fare un viaggio a vedere cosa c’era nel mondo oltre la collina.

Fece tutto da sola: avviò il motore, infilò la strada bianca della cascina, passò davanti a prati fioriti, salutò i grandi alberi in fila lungo il fosso che sventolavano le cime in segno di amicizia, e arrivò alla strada statale che portava alla grande città. Li c’erano tante altre macchine di tanti colori e di tante forme, camion e furgoni, e tutti sfrecciavano via come uccelli e la lasciavano li, nella corsia dei veicoli lenti, avvolta nel fumo dei tubi di scarico dei camion che la facevano tossire.

In città ancora peggio: claxon, cartelli, palazzi, incroci, semafori, gas e rumori da ogni parte. E gente che la guardava con meraviglia, la scherzava, la mortificava, le gridava: «Lumaca, spicciati». Anche i ragazzi in bicicletta la sorpassavano e ridevano di lei, così lenta e cosi strana perché́ diversa.

Si fermò a riposare davanti a un cimitero delle macchine e pensò: «Meglio andare avanti, se qualcuno mi vede qui ferma, mi prende e mi butta insieme a quelle!».

Andò avanti e vide una rimessa abbandonata e vi entrò. Di notte uscì a fare un po’ di rifornimento: beveva un po’ di benzina rimasta nelle pompe incustodite, e si nutriva di scarti di lattine di olio «Cuore». Era diventata proprio una vagabonda.

Ma un mattino, sul muro davanti alla vecchia rimessa, c’era un manifesto che avevano messo durante la notte. Il manifesto annunciava un concorso con ricchi premi a chi presentava la macchina più̀ antica.

«Vuoi vedere che è venuto il mio momento?» pensò. E ci andò̀.

Vinse il primo premio. Fu pulita da meccanici in tuta azzurra, oliata, verniciata ed esposta in un salone di cristallo della grande città.

Da ogni parte del mondo venivano visitatori ad ammirarla, a fare fotografie, anche a toccarla. Non le mancava nulla. Ma doveva restare lì, immobile nella bella vetrina, a farsi guardare e basta.

Che vita era quella? Cominciò a sentirsi inutile e triste. C’era qualcosa, nella sua fortuna, che non le piaceva: tutta quella pubblicità̀ intorno a sé, quegli occhi curiosi che la frugavano in ogni particolare, le davano fastidio.

E il suo pensiero volò alla cascina dove era sempre vissuta insieme al suo amico Antico che le voleva bene, circondata dagli animali e dagli attrezzi, dal canto dei galli e dal rumore del vento tra gli alberi. Le venne un gran desiderio di fuggire da quel salone e di tornare ad essere quello che era sempre stata. Non voleva diventare un oggetto da museo. Era ancora viva, lei.

E si svegliò.

Intorno a lei c’erano i vecchi attrezzi abbandonati. I vetri erano coperti di polvere e tra il volante e la maniglia un ragno aveva tirato i suoi fili e stava costruendo una magnifica trappola per insetti.

Sotto il sedile un topo rosicchiava la stoffa ma in quel momento sul cofano apparve il gatto con i suoi grandi occhi e i lunghi baffi. E il topo scappò. Nel cortile raspavano le galline. Una coppia di tortore erano già̀ entrate due volte a curiosare, forse per trovare un posto per fare il nido. Sarebbe stato bello se l’avessero fatto. Sarebbe diventata come un piccolo rifugio dentro al mondo che Antico aveva lasciato per sempre.

Un mondo vivo e utile, più̀ della vetrina del salone o di un posto al museo.

Da “Bambini e cannoni”, Mario Lodi.

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