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36Perché è cosi straordinaria la scalata di Walter Bonatti sul Cervino? Perché in tutto il mondo è stato un coro di ammirazione? Il motivo è questo: poche altre, forse nessun’altra impresa ai mondo, richiedono all’uomo tanto vigore fisico, resistenza ai disagi, esperienza, abilità tecnica, intelligenza, energia nervosa e, soprattutto, forza morale. Certo, in tutte le grandi prove sportive oltre i muscoli occorre anche la volontà. Le doti morali necessarie in scalate come questa sono però di gran lunga più alte di quelle che entrano in azione in una partita di calcio o in un incontro dì pugilato. L’uomo, insomma, qui si rivela nella sua forma più completa e più degna.

Che cosa avrebbe fatto Bonatti se fosse vissuto ai tempi di Omero? Probabilmente alpinista non sarebbe stato, perché l’alpinismo a quei tempi non esisteva. Ma è molto probabile che, per qualche sua eroica gesta, il suo nome sarebbe arrivato fino a noi, nei versi di un grande poema.Ora guardiamo come è fatto il Cervino e in particolare la parete nord, per dove Bonatti è salito.

Il Cervino è una delle montagne più belle e famose del mondo. La sua forma è eccezionalmente ardita e armoniosa, una piramide regolare quasi come le piramidi ma di gran lunga più aguzza e gigantesca. Ma non tutte le sue facce e creste sono uguali né presentano uguali difficoltà di salita. La più ardua di tute è appunto la parete nord.

La difficoltà di questa parete sono veramente speciali. Il Cervino ha infatti una bruttissima roccia. Gaston Rébuffat, celebre guida francese, l’ha definito un «meraviglioso mucchio di sassi»; tutto sembra star su per un miracolo d’equilibrio, come pile vertiginose di scaglie tenute insieme soltanto dal ghiaccio e che basta un niente a far precipitare. Nulla a che fare con le architetture perfette e indistruttibili di granito del Monte Bianco.

Chi scrive, su quella parete non c’è mai stato, ma se ne è potuto rendere ben conto nel film Stelle e tempeste, appunto girato dalla guida Rébuffat. La pendenza è paurosa, ma non basterebbe certo a preoccupare, oggi che i bravi alpinisti vivono intere giornate in pieno strapiombo; quello che fa soprattutto impressione è il senso appunto di instabilità, di fragilità, di insicurezza, come se uno si arrampicasse su per un pinnacolo fatto di piani e di vasi di porcellana. E non è soltanto una sensazione. La parete nord del Cervino è addirittura un reggimento di artiglieria pesante, tanto frequenti e terribili sono le valanghe di sassi e di ghiaccio e di neve che scaraventa in basso.

Ora l’inverno, su una rupe di questa fatta, ha il vantaggio di impedire, anche nelle ore più calde, lo scioglimento del ghiaccio e della neve. Ghiaccio e neve «tengono», e le cadute di sassi, in confronto ai pomeriggi estivi, sono ridotte quasi a zero. Per questo, l’azzardo, nei mesi freddi, è decisamente minore.

Molto più grandi, in compenso, sono le difficolta fisiche per le spaventose temperature che imperversano lassù di questa stagione.

In quanto al problema tecnico, l’inverno rende decisamente più impraticabili le pareti di roccia perché le ricopre di una viscida crosta di ghiaccio (il «verglas» o vetrato), spesso invece agevola la scalata dei tratti di ghiaccio e di neve, che risultano rassodati e più sicuri.

Ma adesso solo per un istante immaginate di trovarvi soli, completamente soli, nel cuore di questo sinistro e repellente muraglione alto milleduecento metri. Quando ero bambino mi ricordo che avevo una certa paura a percorrere da solo il corridoio della nostra casa di campagna. Anche voi. probabilmente, in certi casi, avrete provato simili sensazioni. Moltiplicatele per cento, per mille e avrete forse una pallida idea di ciò che avviene nella selvaggia solitudine dell’alta montagna, resa ancor più inospitale dall’inverno. E non si tratta soltanto di superare questa paura; bisogna trovare il coraggio, lo slancio, l’entusiasmo per andare sempre più su, senza sapere che cosa ci aspetta di sopra; potrebbe anche darsi che si incontrino delle difficoltà insuperabili e che si debba tornare indietro. E il freddo che morde atrocemente, e il vento che fa penetrare nei più ermetici indumenti gli aghi della tormenta, e il pesantissimo sacco che bisogna portar su con lente spossanti manovre perché la perdita del sacco, con i chiodi, gli attrezzi, i viveri, il fornelletto, il sacco da bivacco, significherebbe la morte.

La parete nord venne scalata per la prima volta nell’agosto 1931 da due giovanissimi fratelli di Monaco, Franz e Toni Schmid. Essi indovinarono uno dei rari giorni di grazia in cui la parete non scarica pietre, e, dopo una notte di bivacco, arrivarono in vetta, fra lo sbalordimento del mondo alpinistico.

Da allora, proprio per la sua costituzione franosa, nonostante la sua fama, la muraglia nord del Cervino è stata frequentata relativamente poco. Credo in tutto una quindicina di ripetizioni. D’inverno, per la prima volta fu superata d due svizzeri, Von allmen ed Etter, tre anni fa. Bene, Walter Bonatti l’ha vinta da solo e per di più in pieno inverno, ma non basta: egli ha tracciato sulla parete una via nuova, la «direttissima» che senza deviazioni segue in senso opposto il percorso di una pietra che precipitasse in linea retta dalla cima alla base della montagna; una via quindi presumibilmente molto più difficile che quella classica dei fratelli Schmid.

Come ha fatto a resistere e lottare per quattro giorni e quattro lunghissime notti in tanta orrida e precipitosa solitudine? È difficile rispondere. Questo è proprio il grande segreto di Bonatti, che lui stesso non riuscirà mai a spiegare fino in fondo. Più che di risorse muscolari e di bravura tecnica, si impongono, in così folli avventure, la forza di carattere e le risorse morali. Certo, Bonatti ha il privilegio di un fisico assolutamente eccezionale che gli permette di sopportare impunemente temperature che in pochi minuti ridurrebbero uno come me, povero comune mortale, in una statua di ghiaccio. Non per niente, egli è uno del soli tre uomini che, nella storia dell’alpinismo, ha passato una notte oltre gli ottomila metri senza sacco da bivacco. Ciò gli accadde nel 1954, presso l’ultimo campo del K2 nel Karakorum, la seconda vetta del mondo conquistata dagli italiani. Gli altri due sono l’hunza Mahdi, suo compagno nella notte himalayana, che dovette poi subire varie amputazioni alle dita delle mani e dei piedi; e il famosissimo Hermann Buhl, che, dopo la conquista solitaria nel Nanga Parbat, dovette passare la notte su quegli spalti, ma anche lui ebbe un grave congelamento ai piedi. Bonatti invece superò la terribile esperienza completamente indenne.

A trentacinque anni, Walter Bonatti ha dietro di sé un bilancio di imprese alpinistiche addirittura favoloso. Lo si può veramente definire il più forte alpinista del mondo. Con questa scalata invernale sul Cervino egli intende chiudere il ciclo delle sue grandi imprese. E il proponimento è segno di saggezza, perché Bonatti, pur «osando l’inosabile», ha sempre avuto la testa sul collo. A un amico, anzi, egli avrebbe confidato l’intenzione di lasciare per sempre l’alpinismo.

Se veramente ha detto questo, io mi permetto di non credergli. Magari cambierà mestiere, riponendo il distintivo di guida alpina nel cassetto dei ricordi. Magari da Courmayeur, dove abita, si trasferirà in una città della pianura. Magari rinuncerà d’ora in poi ad avventurarsi in imprese estreme. Ma la montagna non la potrà mai abbandonare. Chi ha dato tanto alla montagna, chi per la montagna ha rischiato con tanto accanimento la vita, a questo amore resterà legato per sempre.

Dino Buzzati

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