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Scarponi e ramponi usati da Bonatti nella nord invernale del Cervino

Scarponi e ramponi usati da Bonatti nella nord invernale del Cervino

«Il vento strappò la tendina di plastica, gli aghi del nevischio mi trafiggevano il volto, ma non potevo muovermi, il minimo movimento e sarei precipitato. Rimasi così tutta la notte. Credo ci fossero venticinque gradi sotto zero.»

Lo fa apposta? Sicuro che lo fa apposta, lui ha deciso di essere la nostra coscienza ascetica. Aspetta che ci sediamo in poltrona con un sigaro in bocca e la tazzina di caffè sul tavolino, tutti belli nutriti, ingrassati, riscaldati, confortati, profumati, già sul punto di far ron ron e poi ci compare dinanzi, da un foglio di giornale, con quel suo viso bruciato dal sole e dal freddo, Walter Bonatti, il puritano nevrastenico appena scampato alla Nord del Cervino.

«Ho impiegato sette ore a percorrere gli ultimi trenta metri. Non potevo forzare con la mano sinistra, una pietra mi aveva schiacciato un dito. Ero rimasto senza chiodi, non c’erano appigli. Intanto la tormenta…»

E va bene saremo dei vecchi rottami, rimbambiti dal cibo e dall’alcol, pieni di reumi, tachicardie, soffi, bronchiti croniche, capaci, al massimo, di una passeggiatina al parco Lambro o di un massaggio al Milan sporting club, ma il Bonatti, come rimprovero vivente, adesso esagera. Non gli bastano più le ascensioni estive in cordata, le esige solitarie e invernali. Possibilmente arricchite da slavine, cadute di pietre, tormenta.

Sicuro, lo fa apposta. Sa che i giornali sono tutto un appello al comfort, zeppi di inviti pubblicitari ad evitare ogni fatica, rischio, pena, ansia, zeppi di proposte edonistiche curative, «il sole delle Bermuda vi attende», «le acque di Castrocaro vi attendono» e improvvisamente ci mette in mezzo la sua faccia bruciata dal sole e dal freddo, le sue mani deformate dalla roccia e il suo sguardo da masochista celeste, felice di patire, di rischiare, di faticare.

Questa periodica provocatoria réclame dello sconforto, questa ricerca di autopunizioni strazianti, di cilici insopportabili poi raccontati con il candore apostolico che sembra voler dire: «Perché non provi anche tu? Credimi, sbagli a non provare. Su, almeno un bivacco sulla Nord delle Grandes Jorasses».

Il provocatore Walter Bonatti. Ogni anno, quando arriva l’inverno, mi dico: «Stavolta non mi frega, stavolta se va a cacciarsi nei guai affari suoi, volto pagina e tanti saluti». Lui nei guai si caccia: «Bonatti ha attaccato la Nord…», E volto pagina. L’indomani: «Bonatti in difficoltà». E il sottoscritto è capace di fare un gestaccio e amen. Il terzo giorno: «Bonatti lotta disperatamente». E via, solo un’occhiata al titolo, ho deciso di ignorarlo e lo ignoro, non gliela do sta soddisfazione di leggere quante slavine lo hanno sfiorato e quante pietre lo hanno ferito. Che se poi il quarto giorno «Bonatti rinuncia» la risatina incredula me la faccio; «sì figuriamoci se quello rinuncia, dagli tempo tre o quattro giorni e ricomincia».

Difatti al quarto giorno, massimo al quinto, apri il giornale ed eccola la mosca nera sulla grande parete striata di bianco, eccolo il grande solitario che sta bene solo quando alcuni milioni di italiani, svizzeri, austriaci, tedeschi e francesi gli stanno attorno con le loro ansie. Lo hanno visto da Zermatt con il cannocchiale, no, si sono sbagliati, era una pietra, no era proprio lui, hanno visto di notte i segnali con la lampadina, no, nessuno ha sue notizie, no. L’ha rivisto il pilota di un elicottero… E non c’è niente da fare, viene il giorno in cui ci si ricade. Si sta in poltrona con il sigaro in bocca e il caffè a portata di mano tutti belli riscaldati e confortati, eppure bisogna ascoltarlo mentre racconta dal giornale: «Dopo il settimo bivacco non potei più mangiare, il sacchetto dei viveri mi era sfuggito dalle dita congelate. Per dissetarmi succhiai un po’ di ghiaccio, ma mi si gonfiarono le labbra».

E avanti, di cilicio in cilicio, di sofferenza in sofferenza, seguendo il masochista celeste fino al godimento più alto: quello per aver trovato, dopo otto giorni di scalata, il rifugio privo di legna da bruciare, di provviste, di vetri alle finestre e di coperte.

Giorgio Bocca

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