Una sceneggiatura semplice, scontata e ripetuta, che fermenta con una crudezza agrodolce per via di quella poesia, dettata dalla fotografia e dagli sguardi del protagonista, e per i toni quasi divertiti e indifferenti di chi racconta le nefandezze più atroci.

“The look of silence” è una pellicola che inquieta e colpisce piano, non come un pugno, ma come una mano sulla bocca che toglie fiato: verrebbe voglia che il film finisse subito dopo pochi minuti, che la mano si levasse dalla bocca ed invece, avanza ed inanella racconti di violenze ed orgoglio, indifferenza e insensatezza.

E’ sempre e solo il silenzio ed il tempo a ricucire strazianti ferite, ma solo il perdono può arrivare a sublimarle a dargli quel germoglio – levigata cicatrice – che è la possibilità di dimenticare e lasciarsi concretamente alle spalle il passato.

Eppure, “il tempo che passa” non dovrebbe essere considerato come una sorta di alibi o di scusa? Il tempo che passa, in effetti, più che ad una soluzione, ci condanna a una “scadenza”, per via di un corpo, destinato ad una corruzione che diviene infermità e cecità. Cecità, che prima che divenga totale e definitiva – momento in cui ci verrà però concessa la capacità di percepire in altra maniera – ci permette sempre delle occasioni per rileggere senza menzogna, senza comodità, ma con uno sguardo nuovo, la storia, la vita, le relazioni…

Sguardo questo, che può nascere da un’onestà che non può essere altro che una umile accusa verso se stessi e verso le proprie colpe: esercizio d’equilibrismo difficile per chiunque, ancor più per per chi nella povertà di coscienza è sempre stato solo istinti e sottomissione.

Ma per fortuna, v’è ancora chi – sebbene attonito, sconfitto, tradito e ferito dalla propria famiglia, vera o comunitaria che sia – ha il desiderio, di mettersi in gioco, di sfidare le proprie paure e con infinito coraggio, di porsi dinanzi a creature mostruose armato solo di un paio di occhiali, numerose lenti, un ricordo straziante e tanta speranza.

Dotazione originale e unica questa – degna pertanto di un vero eroe – che solo grazie a uno di quei mirabili atti di prestigio che la vita insegna coi ciliegi e le orchidee in primavera, permette a un piccolo uomo, di compiere una insperata magia: concedere a chi ne ha bisogno, una vista infinita, capace di scorgere là in fondo, alla propria coscienza, un metaforico unicorno, una creatura irriconoscibile perché creduta estinta. Il perdono chiesto ed il perdono ottenuto.

The look of silence, un film di Joshua Oppenheimer – 2014

Il film ripercorre, attraverso una serie di interviste e di documentari, quanto vissuto in Indonesia, tra il 1965 e il 1966, quando il Suharto prendendo il potere, diede vita ad una delle più sanguinose epurazioni della Storia. Oltre un milione di persone, tra comunisti, minoranze etniche e oppositori politici vennero barbaramente uccisi: fra di essi un giovane uomo di nome Ramli, il cui fratello Adi – protagonista della pellicola – cerca 40 anni dopo quei fatti, di scoprire chi v’era dietro quelle violenze, ricercando quella verità impossibile, a tutti, tranne che ai vinti.
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