Sabato mattina (28 marzo 1942), le dieci

(…)

E la cosa principale? Era pur sempre che i rami dell’albero davanti alla mia finestra fossero stati recisi.

Solo la notte prima le stelle pendevano ancora come luminosi frutti dai suoi rami scuri, e la notte seguente si arrampicavano, incerte, lungo lo spoglio tronco devastato. Già, quelle stelle: per alcune notti, forse un paio, sole e perdute, graffiavano ancora la superficie deserta, ampia del cielo. Un’immagine memorabile: «stelle graffianti»! Ma non c’è niente da fare; stavolta doveva essere detto.

Per un momento ho corso il rischio di diventare sentimentale, quando i rami venivano recisi; mi sono rattristata profondamente. Poi, però, mi è parso subito chiaro: amerò il nuovo paesaggio che ne nascerà, quale che sia. E adesso due alberi si innalzano là, dietro la mia finestra, come due asceti emaciati e imponenti. Ieri sera svettavano nel cielo limpido fendendolo come pugnali.

E giovedì sera c’era di nuovo la guerra dietro la mia finestra, e io la osservavo dal letto. Nella stanza accanto, Bernard stava ascoltando Bach; e quella voce suonava dapprima tanto energica e luminosa, e poi improvvisamente aeroplani, colpi antiaereo, spari, bombe, più fragorosi di quanto non accadesse da molto tempo. Sembrava che tutto si svolgesse vicino a casa. E d’un tratto ho acquisito la chiarissima consapevolezza di quante case, in tutto il mondo, ogni giorno crollano sulle persone. E Bach proseguiva coraggiosamente, ma era ormai una vocina molto debole. E io, sdraiata sul letto, mi sentivo in uno stato d’animo strano. Lievi luci di esplosioni lungo il tronco spoglio e minaccioso davanti alla mia finestra. Scalpitio. Ho pensato: a ogni istante una scheggia di granata può attraversare questa finestra. É possibile. Ed è anche possibile che si debba patire molto dolore. E tuttavia mi sentivo in uno stato d’animo pacifico e grato, là nel mio letto. E accettavo, con una sensazione di maturità e rassegnazione, tutte le catastrofi e le sofferenze che ancora mi aspettavano. E credevo fermamente che avrei comunque continuato a ritenere la vita bella, sempre, nonostante tutto. Tutte le catastrofi vengono da noi stessi. Perché c’è la guerra? Forse perché ogni tanto ho l’inclinazione a trattare in malo modo il prossimo. Perché io e il mio vicino e noi tutti non abbiamo abbastanza amore nel profondo, eppure possiamo sconfiggere la guerra e persino tutte le sue escrescenze interiori, ogni giorno, ogni istante, sprigionando l’amore che abbiamo dentro, in modo da concedergli una chance di vivere. E credo che non sarò mai capace di odiare qualcuno per via di quella che viene chiamata la sua «cattiveria», mi odierei per questo, anche se «odio» è una parola troppo grossa qui. Non si può mai essere abbastanza elastici in quello che si esige dagli altri né abbastanza intransigenti nelle richieste che si fanno a se stessi. E credo che sia per questo motivo che oggi io non ho paura, perché tutto quello che mi succede mi è così vicino, perché nasce – per quanto mostruose siano le dimensioni che esso prende a volte – dagli uomini ed è sempre da ricondurre a qualcosa di umano. É questa la ragione per cui molti eventi non mi spaventano, perché io continuo a pensare che originino dall’uomo, da ogni individuo, da me stessa, il che rende tutto comprensibile; quegli eventi non degenerano mai in misfatti isolati, totalmente avulsi dagli individui.

Già, quegli alberi: a volte, di notte, i loro rami si abbassavano sotto il peso dei frutti delle stelle, mentre ora sono minacciosi pugnali eretti contro il cielo chiaro di primavera. E nella loro nuova forma, nel nuovo paesaggio, sono di nuovo indicibilmente belli.

Mi ricordo una sera lungo un canale di Amsterdam, una sera da sogno d’estate, ormai molto tempo fa. Visioni: città rase al suolo; città che affondavano e nuove città che sorgevano, e pensavo tra me e me: bombardate pure fino alla fine queste nostre città, ma noi costruiremo un mondo nuovo e anche quello svanirà e tuttavia la vita è bella, sempre nuovamente bella. Era una sorta di visione: città che collassavano in abissi e altre che si ergevano e così avanti nei secoli, e la vita che è così bella.

E anche il paesaggio di Rotterdam violata: ecco un nuovo paesaggio, bizzarro, con il suo proprio fascino, di cui ci si potrebbe innamorare un’altra volta. Noi, esseri umani, causiamo situazioni spaventose, ma dato che esse nascono da noi stessi riusciamo di volta in volta a riadattarci. Appena cambieremo e non potremo più adattarci alla nuova situazione, quando non potremo più sopportare interiormente tutte le diverse circostanze, solo allora le tragedie finiranno. Aeroplani che atterrano in fiamme hanno ancora un certo potere sensazionale per noi sono scene altamente godibili persino da un punto di vista estetico -, eppure noi sappiamo, nel profondo del nostro essere, che nel frattempo persone muoiono bruciate vive e finché sarà ancora così, finché non tutto in noi stessi si ribellerà e riusciremo ancora a trovare forme di adattamento, fino ad allora tutti gli orrori andranno avanti.

Questo significa che io non sono mai addolorata, non mi ribello mai, accetto tutto e amo sempre la vita in qualunque circostanza? No, non è così. Credo di vivere tutte le sciagure e le ribellioni che un essere umano può sperimentare e di conoscerle, ma non vi rimango ancorata, non prolungo momenti simili. Essi mi attraversano, come la vita stessa, in forma di un ampio flusso secolare: quei momenti si sciolgono nel flusso, e la vita va avanti. E così tutte le energie rimangono in me, completamente a disposizione: io non ancoro le mie energie a una singola tristezza passeggera o a una ribellione.

E infine: alla tristezza del mondo non bisognerebbe offrire, di tanto in tanto, un piccolo rifugio? E un bel giorno dirò forse a Use Blumenthal: “Sì, la vita è bella, la lodo alla fine di ogni giorno, eppure so che figli di madri, e lei è una madre, sono trucidati nei campi di concentramento. E il dolore di tutto ciò bisogna saperlo sopportare; anche se te ne lasci devastare, dovrai rialzarti un giorno, perché un essere umano è tanto forte, perché il dolore deve diventare una parte di te, una parte del tuo corpo e della tua anima, non devi fuggirlo ma sopportarlo come una persona adulta. Non sfogare i tuoi rancori in un odio che vuole vendetta su tutte le madri tedesche, che adesso, in questo istante, hanno lo stesso tuo dolore da sopportare per i loro figli caduti e massacrati. Devi lasciare a questo dolore tutto lo spazio possibile in te stessa e concedere a esso l’asilo che gli è destinato, e forse, così facendo, il dolore nel mondo diminuirà, se tutti sopportiamo, onestamente e lealmente e in maniera responsabile, ciò che ci viene assegnato. Se invece non dai un opportuno ricovero al dolore, ma concedi maggior spazio all’odio e ai piani di vendetta – da cui nascerà ulteriore dolore per altri -, be’, allora il dolore non finirà mai in questo mondo ma crescerà soltanto. Quando avrai concesso al dolore il posto e lo spazio che le sue nobili origini richiedono, allora sì che potrai dire: la vita è tanto bella e ricca. Lo è al punto che potresti credere in Dio.”

Etty Hillesum, Diario – Edizione Integrale – Adelphi Ebook

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