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L’estate finiva. Si cominciavano a vedere contadine per i campi, e le scalette contro i tronchi dei frutteti. Adesso con Dino non uscivamo dal prato: c’eran le pere, c’era l’uva, c’era il campo di meliga. Venne la nuova dello sbarco in Calabria. La notte, discussioni accanite. Il fatto grosso, irreparabile, accadeva. Dunque proprio nessuno tentava nulla? Dovevamo finire cosí?
L’otto settembre ci sorprese che con Gregorio abbacchiavamo le noci. Prima passò sulla strada un autocarro militare, che ululava alle curve e levò un polverone. Veniva da Torino. Dopo un attimo, altro schianto e altro fragore: un secondo autocarro. Ne passarono cinque. La polvere giunse fin tra le piante, nell’aria limpida della sera. Ci guardammo in faccia. Dino corse in cortile.
Sull’imbrunire giunse Cate. — Non sapete? — gridò dalla strada. — L’Italia ha chiesto oggi la pace.
Alla radio la voce monotona, rauca, incredibile, ripeteva macchinalmente ogni cinque minuti la notizia. Cessava e riprendeva, ogni volta con uno schianto di minaccia. Non mutava, non cadeva, non aggiungeva mai nulla. C’era dentro l’ostinazione di un vecchio, di un bambino che sa la lezione. Nessuno di noi disse nulla lí per lí, tranne Dino che batté le mani. Restammo sconcertati, come prima al passaggio dei cinque autocarri.
Cate ci disse che a Torino nei caffè e per le strade radio‑Londra sbraitava e grandi crocchi applaudivano. C’era stato uno sbarco a Salerno. Si combatteva dappertutto. — A Salerno? non a Genova? — C’eran cortei, dimostrazioni.
— Non si capisce cosa facciano i tedeschi, — disse Cate. — Se ne andranno, si o no?
— Non sperarci, — le dissi, — neanche volendo non potrebbero.
— Tocca ai nostri soldati, — disse la vecchia, — tocca a loro adesso.
Il vecchio Gregorio taceva, senza perdermi di vista. Era anche lui come un bambino stupefatto. Mi lampeggiò la buffa idea che anche il vecchio maresciallo che quella sera ci buttava allo sbaraglio, anche i suoi generali, ne sapessero quanto Gregorio e stasera pendessero smarriti dalla radio come me e come lui.
— Ma a Roma, — dissi, — a Roma che cosa succede?
Nessuna radio ce lo disse. Cate aveva sentito in città che a quest’ora gli inglesi l’avevano occupata, che bastava un migliaio di paracadutisti per congiungersi coi nostri e far fronte ai tedeschi. — Saranno scemi, quei ministri, ma alla pelle ci tengono. L’hanno previsto, sta’ sicuro, — disse Cate.
— E Nando e Fonso, — chiesi a un tratto, — non arrivano? È questo che han sempre voluto. Saranno contenti.
— Non li ho veduti, — disse Cate. — Sono corsa a parlarvi.
Nando e Fonso non vennero quella sera. Venne Giulia ansimante. Disse che in fabbrica c’era stato comizio per raccogliere armi, che Fonso aveva fatto un discorso, che si parlava di occupare le caserme. In periferia s’eran sentite fucilate. Si sapeva che bande di borsari neri avevano saccheggiato un magazzino militare, che i tedeschi vendevano le divise ai fascisti e scappavano travestiti.
— Torno a Torino, — disse Giulia. — Arrivederci.
— Di’ a quelle altre che vengano su, — gridò la vecchia. — Dillo a Fonso, a quei matti. Vanno a succedere dei brutti giorni.
— Non è niente, — disse Cate esaltata. — Questa volta finisce davvero. Basta resistere pochi giorni.
— Non ci saranno piú incursioni, — dissi brusco.
Quando fui per andarmene a cena, Dino ci fece rider tutti. — È finita la guerra? — domandò con un filo di voce.
L’indomani ero in piedi all’alba. Di Roma, nessuna notizia. La nostra radio trasmetteva canzonette. Dall’estero, i soliti bollettini di guerra. Lo sbarco a Salerno, lo specchio d’acqua brulicante di trasporti: l’operazione era tuttora in corso. L’Elvira ascoltò accanto a me, tesa e pallida. Facevamo gruppo, davanti alla radio. Dissi a un tratto: — Non so quando torno, — e me ne andai.
Per riempire la vuota mattina presi la strada di Torino. Incontrai qualche raro passante, un ciclista che saliva affaticato. Tra i versanti, in fondo, Torino fumava tranquilla. Dov’era la guerra? Le notti di fuoco parevano una cosa remota, già incredibile. Tesi l’orecchio se si sentivano autocarri.
A Torino i giornali portavano in grossi titoli la resa. Ma la gente aveva l’aria di pensare ai fatti suoi. Negozi aperti, le guardie civiche ai crocicchi, i tram correvano. Nessuno parlava di pace. All’angolo della stazione un gruppetto di tedeschi disarmati caricava mobilio su un camion: sfaccendati assistevano al trasloco. “Non si vedono i nostri, — pensai. — Sono tutti consegnati in caserma per lo stato d’assedio”.
Tendevo l’orecchio e sbirciavo negli occhi i passanti. Tutti andavano chiusi, scansandosi. “Forse è stata smentita la notizia di ieri e nessuno vuoi ammettere di averci creduto”. Ma due giovanotti sotto il portico del Cristallo gridavano in mezzo a un crocchio e accendevano un giornale spiegato che un cameriere voleva riprendergli. Qualcuno rideva.
— Sono fascisti, — disse un altro, sull’angolo, tranquillo.
— Picchiateli, ammazzateli, — urlava una donna.
Le notizie le seppi sulla porta del bar. I tedeschi occupavano le città. Acqui, Alessandria, Casale erano prese. — Chi lo dice? — I viaggiatori in arrivo.
— Se fosse vero, non andrebbero i treni, — dissi.
— Non conosce i tedeschi.
— E a Torino?
— Verranno, — disse un altro ghignando, — a suo tempo. Fanno tutto con metodo. Non vogliono disordini inutili. I massacri li faranno con calma.
— Ma nessuno resiste? — dissi.
Sotto il portico crebbero gli urli e il tumulto. Uscimmo fuori. Uno dei due, in piedi su un tavolino, arringava la gente, che assisteva beffarda o scantonava. Due si picchiavano contro un pilastro, e la donna strillando insolenze cercava d’intromettersi. — Il governo della vergogna, — gridava l’oratore, — del tradimento e della disfatta, vi chiede di consumare l’assassinio della patria — Il tavolino traballava; dalla folla si levarono invettive.
— Venduto ai tedeschi, — gridavano.
C’erano dei vecchi, delle serve, dei ragazzi, un soldato. Pensavo a Tono e a quel che avrebbe detto lui. Urlai qualcosa all’oratore anch’io, e in quel momento la folla ondeggiò e si scompose, qualcuno gridava: — Fate largo o vi ammazzo —. Rintronarono due colpi, fragorosi sotto il portico; la gente cadde, si squagliò; tintinnarono i vetri in frantumi; e lontano, in mezzo alla piazza, vidi ancora quei due che si davano calci, e la donna assalirli.
Quei due spari mi cantarono a lungo nel cervello. Mi allontanai per non farmi sorprendere ma adesso sapevo perché la gente non parlava e scantonava. Andai alla mia scuola, nella via tranquilla e vuota. Speravo di trovarci qualcuno, visi noti. “Fra un mese ci saranno gli esami”, pensavo. Il vecchio Domenico mise fuori la testa.
— Novità, professore? Ci portate la pace?
— La pace è un uccello. È già venuta e ripartita.
Domenico scosse la testa. Batté la mano sul giornale — Non basta dirle certe cose.
Dei tedeschi non aveva sentito dir nulla. — Ci sanno fare, — disse subito, — ci sanno. Ma neh, professore, che tempi quando c’era quell’altro —. Abbassò la testa e la voce. — Avete sentito cosa dicono? Che deve tornare.
Mi allontanai con quella nuova spina in corpo. C’era un’intesa tra me e Cate, che ogni giorno lei scendeva dal tram e si guardava intorno, se per caso fossi sceso a Torino. Mi misi sull’angolo e attesi. Passò l’ora e non venne. Sentii invece altri discorsi, e confermavano la voce che i tedeschi occupavano i centri e disarmavano i nostri. — Ma resistono i nostri? — Chi sa. A Novi c’è stata battaglia. — Si capisce. Sono a Settimo. Un’intera divisione corazzata che avanza.
— Ma cosa fa il nostro Comando?
Un caffè accanto aprí la radio e dopo molto raschiare si sentí una canzone ballabile. Si formò un crocchio. — Prendi Londra, — gridavano. Venne Londra, in francese; poi altri raschi esasperanti. Una voce italiana, da Tunisi. Lesse eccitata un bollettino, sempre il solito. L’avanzata dei russi, lo sbarco a Salerno; l’operazione era tuttora in corso. — Cosa dicono a Roma? gridammo. — Cosa succede in casa nostra? Vigliacchi.
— A Roma ci sono i fascisti, — strillò una voce.
— Vigliacchi, venduti.
Sentii prendermi il braccio. Era Cate. Sorrideva il suo vecchio sorriso. Uscimmo dal crocchio.
— Te ne sei ricordata, — dissi.
Traversammo la piazza. Cate parlava a voce bassa e sorrideva freddamente.
— La situazione è da matti, — disse. — È la giornata piú tremenda della guerra. Il governo non c’è. Siamo in mano ai tedeschi. Bisogna resistere.
Correvamo oltre Dora. — Cosa vuoi fare? — le dicevo. — È questione di giorni. Interessa agli inglesi far presto. Piú che a noi.
— Hai sentito la radio tedesca? — disse Cate. — Trasmettono gli inni fascisti.
Arrivammo in quel cortile del comizio. Sembrava ieri, era passato piú di un mese. Non c’era nessuno. Cate parlò con le vicine, dal balcone.
Finalmente arrivarono Giulia e la sposa di Nando. — Non sono tornati? — La sposa di Nando s’abbandonò contro la porta. — Sta’ tranquilla, — le dissero. — Vuoi che un uomo torni a casa a far cosa quest’oggi? Era un po’ peggio in Albania.
Lei esclamò: — Sono ragazzi, sono matti.
Riaprimmo la radio. Nessuna notizia.
— Se si fanno arrestare, — gemeva la sposa, — poi i tedeschi li hanno in mano. — Scema, — le gridò Cate, — non li hanno ancora presi.
Mi dissero allora che nella notte un pattuglione aveva rotto un comizio, e che Tono era stato arrestato — Hanno voluto liberarlo, — disse Giulia, — vedrai.
Cate doveva ritornare all’ospedale Mangiammo qualcosa, seduti sul letto.
— Vengo anch’io, — le dissi. Chi non mangiava era la sposa: camminava in su e in giú nella stanza. “E sembrava la piú coraggiosa, — pensai. — Non sono tempi da sposarsi. Meglio Cate che almeno non vuol bene a nessuno”.
Andammo insieme verso il tram. Cate mi disse: — Torni a casa?
Poi guardandosi intorno: — Nessuno si muove. Nemmeno un soldato. Che schifo.
— Noi siamo un campo di battaglia, nient’altro. Non illuderti.
— Tu te ne infischi; — mormorò senza guardarmi, — ma hai ragione. Non hai mai visto far la fame né bruciare casa tua.
— Sono queste le cose che dànno coraggio?
— Te lo diceva anche la nonna. Voialtri non potete capire.
— Voialtri non posso esser io, — tagliai. — Io sono solo. Cerco d’essere il piú solo possibile. Sono tempi che soltanto chi è solo non perde la testa. Guarda la Nanda come stringe.
Cate si rabbuiò fermandosi. — No, tu non sei come la Nanda, — disse. — Non ti scomodi, tu. Ci vediamo stasera.
— Torna presto, — gridai.
Di nuovo la strada, il frutteto, le donne. La collina fresca e tranquilla, i discorsi consueti. — Forse i tedeschi non verranno fin quassù, — dissi all’Elvira. Chiesi dell’Egle, se era sempre ficcanaso.
— Perché?
— Lo sappiamo bene, — dissi.
Con uno sforzo ascoltai radio‑Monaco. I fascisti rialzavano la testa davvero. Voci rabbiose, minacciose. Incitavano il popolo. — Sono ancora in Germania, è buon segno —. Che radio‑Roma non parlasse, mi fece quasi piacere. Vuol dire che i nostri resistono, che i tedeschi non l’hanno ancora presa. La vecchia non diceva parola. Ci guardava spaventata e scontrosa.
Alle Fontane trovai Cate che mi disse di Fonso e di Nando. — Sono tornati, sono sani, — disse. — Ma non hanno potuto far nulla. Tono e gli altri sono chiusi alle Nuove,
Ma c’era anche un’altra notizia — che i nostri soldati scappavano, e nessuno si sognava di resistere. —
Cesare Pavese, La casa in collina CAP XI
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