turchia-bodrum-bambino-siriano-profugo-migrante-morto-spiaggia-ansa-ap

Le fotografie, è vero, non sono argomentazioni dirette alla ragione, sono semplici dichiarazioni di fatto dirette alla vista.

Ma proprio per questa loro semplicità ci possono essere d’aiuto.

Vediamo dunque se, guardando le stesse fotografie, proviamo gli stessi sentimenti. Supponiamo di avere qui sul tavolo davanti a noi delle fotografie. Il Governo spagnolo ce ne invia con paziente ostinazione un paio di volte la settimana.* Non sono piacevoli da guardare; per la maggior parte sono fotografie di cadaveri. Tra quelle arrivate stamani ce n’è una in cui si vede il corpo di un uomo, o forse di una donna, non si capisce bene; è così mutilato che potrebbe benissimo essere anche il corpo di un maiale. Ma non c’è dubbio che quelli laggiù sono corpi di bambini morti, e quella è la sezione di una casa spaccata a metà da una bomba, in quello che doveva essere il salotto sta ancora appesa la gabbia degli uccelli, ma il resto è irriconoscibile: più che a una casa assomiglia a un mazzo di bastoncini di Shangai sospesi a mezz’aria.

No, le fotografie non costituiscono dimostrazioni razionali, sono soltanto grossolane dichiarazioni di fatto dirette ai nostri occhi; ma gli occhi sono collegati con il cervello e il cervello con il sistema nervoso. I messaggi che questo invia attraversano come un lampo tutti i ricordi del passato e tutte le sensazioni del presente. Ed ecco che mentre guardiamo quelle fotografie si forma dentro di noi un contatto, e, per diverse che siano la nostra educazione e le nostre tradizioni, le sensazioni che proviamo sono identiche; sono violente. Lei, Signore, le descrive come “orrore e disgusto”. Anche noi diciamo “orrore e disgusto”. Ci vengono alle labbra parole identiche. La guerra, Lei scrive, è una cosa abominevole, è una barbarie; bisogna impedirla a ogni costo. E noi facciamo eco alle Sue parole. Perché ora, finalmente, il paesaggio che vediamo è identico: gli stessi cadaveri, le stesse macerie.

Rinunciamo dunque, per il momento, a prendere in esame i motivi politici patriottici e psicologici che vi spingono a fare la guerra, nel tentativo di rispondere alla Sua domanda, in che modo possiamo prevenirla. Non dobbiamo sciupare questa emozione con un’analisi metodica. Concentriamoci invece sulle proposte concrete che Lei ci sottopone. Le Sue proposte sono tre. La prima è di sottoscrivere una lettera ai giornali; la seconda è di diventare membri della tale associazione; la terza, di dare un contributo in denaro a quell’associazione. Nulla di più semplice. Scarabocchiare un nome su un foglio di carta è facile; altrettanto facile partecipare a una riunione dove vengono più o meno retoricamente ripetute a un pubblico che ne è già convinto idee pacifiste; e firmare un assegno in favore di quelle stesse idee genericamente accettabili anche se un po’ meno facile è pur sempre un modo a buon mercato per mettersi a posto la coscienza. E tuttavia esitiamo; sulle ragioni della nostra esitazione ci soffermeremo meno superficialmente più avanti. A questo punto accontentiamoci di dire che, benché le tre misure da Lei suggerite sembrino abbastanza ragionevoli, tuttavia si ha l’impressione che, anche se facessimo quanto Lei ci chiede, ancora non si placherebbe l’emozione suscitata da quelle fotografie. Quell’emozione, così precisa, esige qualcosa di più preciso di un nome scritto su un foglio di carta; di un’ora spesa ad ascoltare discorsi; di un assegno per la cifra che riteniamo di poter spendere, diciamo per una ghinea. A noi pare che l’occasione richieda un modo un po’ più energico, un po’ più attivo di esprimere la nostra convinzione che la guerra è una barbarie, che è disumana, che, come scriveva Wilfred Owen, è insopportabile, orribile, bestiale. Ma, lasciando da parte la retorica, quali possibilità di azione ci sono aperte, a voi e a noi?

*si tratta delle fotografie che nel 1936-37 il Governo spagnolo assediato inviava all’estero un paio di volte la settimana.

***

Ascoltando le voci del passato, Signore, è come se avessimo di nuovo sotto gli occhi le fotografie di cadaveri e di macerie che il governo spagnolo ci invia quasi settimanalmente.

Le cose si ripetono. Immagini e voci sono le stesse oggi come duemila anni fa.

Questa la conclusione cui ci ha portato la nostra analisi della paura, la paura che impedisce la libertà nella casa paterna. Quella paura, così piccola, insignificante, privata, ha a che fare con quell’altra paura, tutt’altro che piccola e insignificante, la paura pubblica che ha spinto Lei a chiederci di aiutarLa a prevenire la guerra. Se così non fosse non avremmo sotto gli occhi di nuovo quella fotografia.

Eppure non si tratta della stessa immagine che all’inizio di questa lettera ci ha fatto provare le medesime emozioni: Lei le ha chiamate “orrore e disgusto”; orrore e disgusto le abbiamo chiamate noi. Via via che la lettera proseguiva accumulando dati di fatto, si è sovrapposta in primo piano un’altra immagine. E’ l’immagine di un uomo; secondo alcuni, anche se altri lo negano, si tratta dell’Uomo per eccellenza, la quintessenza della virilità, l’idea perfetta di cui tutti gli altri sono solo l’ombra imperfetta. Di sicuro si tratta di un uomo. Ha gli occhi vitrei: feroci. Il corpo, irrigidito in una posa innaturale, è inguainato nell’uniforme. Sul petto sono cucite diverse medaglie e altri simboli mistici. La mano poggia sull’elsa della spada. In tedesco e in italiano si chiama Fuhrer o Duce; nella nostra lingua, tiranno o dittatore. Dietro di lui si vedono macerie e cadaveri: uomini, donne, bambini. Non le mostriamo questa fotografia per suscitare una volta di più la sterile emozione dell’odio. Al contrario vogliamo che vengano fuori le altre emozioni, quelle che la figura umana, sia pure in fotografia, suscita in noi che siamo esseri umani. Perché ci suggerisce un collegamento che per noi è molto importante. Ci suggerisce che il mondo pubblico e il mondo privato sono inseparabilmente collegati; che le tirannie e i servilismi dell’uno sono le tirannie e i servilismi dell’altro. Ma la figura umana, anche in fotografia, evoca altre e più complesse emozioni. Ci fa capire che non possiamo dissociarci da quell’immagine, ma siamo noi stessi quell’immagine. Ci fa capire che non siamo spettatori passivi condannati all’ubbidienza, ma possiamo con i nostri pensieri e con i nostri gesti modificare quell’immagine. Ci unisce un interesse comune; è un unico mondo, un’unica vita. E’ indispensabile renderci conto dell’unità che cadaveri e macerie ci dimostrano. Perché cadaveri e macerie saranno il nostro destino se voi, nell’immensità delle vostre astrazioni pubbliche, dimenticherete l’immagine privata, e se noi, nell’intensità delle nostre emozioni private dimenticheremo il mondo pubblico. Entrambe le case, quella pubblica e quella privata, quella materiale e quella spirituale, verranno distrutte, perché sono inseparabilmente collegate. Ma la Sua lettera ci dà motivo di sperare.

Perché, chiedendo il nostro aiuto, voi riconoscete il legame; e leggendo le vostre parole noi riconosciamo altri legami, che stanno sotto la superficie dei fatti. Perfino qui, perfino ora, la Sua lettera ci fa venire la tentazione di tapparci le orecchie, di non ascoltare questi piccoli fatti, questi dettagli triviali, l’abbaiare dei fucili e il gracidare del grammofono; ci fa venire la tentazione di prestare orecchio soltanto alla voce dei poeti, che si rispondono l’un l’altra, confermandoci un’unità che cancella le divisioni come fossero semplici righe tracciate con il gesso; ci viene voglia di discutere con Lei della capacità dello spirito umano di espandersi oltre i confini, e di creare l’unità dalla molteplicità. Ma questo sarebbe sognare, sognare il sogno ricorrente che ha ossessionato la mente umana dall’inizio del tempo; il sogno della pace, il sogno della libertà. Ma, con il rombo dei cannoni negli orecchi, voi non ci avete chiesto di sognare. Non ci avete chiesto di definire cosa sia la pace; ci avete chiesto di aiutarvi a prevenire la guerra. Lasciamo dunque ai poeti di descrivere il sogno: noi fissiamo lo sguardo su quella fotografia: il dato di fatto.

Virginia Woolf, LE TRE GHINEE Giugno 1938 – PDF completo del saggio

Annunci