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Il “Don Giovanni” come accezione e sinonimo al corteggiatore non certo onesto, è un soggetto che non ha bisogno di essere contestualizzato o di introduzioni: non traendo spunto da fatti reali, ma nascendo come personaggio letterario, si presta infatti a divenire semplicemente uno spunto – che a propria discrezione può limitarsi a pensieri più o meno “alti” – per affrontare quell’istintualità che la natura ha regalato al genere umano.

V’è invece la necessità ed il desiderio di investire tempo e parole per scrivere di questa metafora che è il “Don Giovanni” relativamente ad una riproposizione teatrale e quindi anch’essa di natura metaforica, messa in atto da un gruppo di giovani – a dire il vero giovanissimi: età media sotto i 20 anni – tramite un allestimento che in maniera azzeccata e felicemente ironica porta il titolo de “Il Don Giovannino”.

Perché tralasciare l’oggettività dell’archetipo, per affrontare argomentazioni più soggettive e legate al singolo allestimento?

Perché ritengo sia doveroso e fondante, prestare attenzione a chi ha il coraggio (o forse l’incoscienza) di affrontare una simile vicenda per incarnarla dentro la propria giovane natura.

Perché ciò a cui ho assistito ha rivelato così tante abilità e talenti da rendere ininfluenti ed inconsistenti quelle piccole debolezze attoriali talvolta avvertite e che, in un simile contesto, divengono addirittura apprezzabili. Apprezzabili poiché sinonimo di una genuinità, possibile solo alla spontaneità dei giovani o alla ricercata purezza dei clown.

Perché “Il Don Giovannino” al quale ho assistito era nel cartellone di una rassegna completamente gratuita di teatro giovanile e perché la prossima replica diverrà occasione per sostenere una Onlus. E che ne siamo coscienti o meno, ogni volta che assistiamo a gesti completamente gratuiti o animati da un simili proposito, siamo destinatari di un invisibile privilegio per il quale dovremmo essere semplicemente grati.

Perché è indubbiamente ammirevole la scrittura e la regia di questo soggetto così stereotipabile e sdrucciolevole, foriero d’inciampi didascalici e di cadute banalizzanti: malgrado le apparenze e la presenza di molte scene divertenti, non si intuiscono mai contesti ovvi e banali.

Perché il linguaggio teatrale che sottostà alle vicende rappresentate sul palco, possiede senza ombra di dubbio quella grammatica differente ed unica che rende il palco, così similmente diverso dalla realtà e da quanto si vede al cinema.

Tutti questi motivi fanno quindi de “Il Don Giovannino” una produzione che non saprei definire se non – e quasi in antitesi con la personalità del suo protagonista – “teneramente preziosa”.

Il Don Giovanni protagonista di questo lavoro non è infatti solo desiderio morboso di femminilità e di sfida, di corteggiamenti e di gesti volti a consumare l’atto sessuale. Certamente è anche questo, ma parlando per similitudini il suo istinto è solo la punta di un iceberg, sotto la quale si nascondono invece paure, fragilità e timori. Debolezze incarnate perfettamente nella prima scena: rappresentazione attualizzata ed inequivocabile dei concetti di “dipendenza” e “sottomissione”.

Le dinamiche e i ritmi del testo, lo sviluppo dei temi e delle emozioni è sempre coerente e non vive mai di finzione. Molto apprezzabile un sostanzioso retroscena di parti ironiche e divertenti, che raggiungono anche il non-sense grazie anche a diversissimi temi musicali (che vanno da Celentano a Rossini, passando per i Queen e Baglioni) in grado di alleggerire le atmosfere e permettere quella distensione e quell’apertura grazie alle quali le battute più crude, ragionate e pensate possono senza resistenza toccarci fin dentro, colpendoci nella coscienza.

A tal proposito, non mancate di prestare molta attenzione all’uso della parola “chemioterapia” e a mantenere un atteggiamento di centratura ed attenzione, perché anche quando domina il regno del sorriso, le frasi ed i periodi che puntano a scolpire la coscienza sono dietro l’angolo: “Il Don Giovannino” non ci vuole solo intrattenere e questo è fondamentale sottolinearlo!

Se è doveroso dire che i costumi e l’impianto complessivo, abbiano tratto spunto da un analogo allestimento di un grande del teatro contemporaneo, è altrettanto necessario dire che questo istradarsi su una via già aperta, non rappresenta assolutamente un fattore di demerito di questa produzione. Nell’arte e meno che meno nel teatro, non ha senso parlare di “copiare”, poiché la riproduzione identica è oggettivamente impossibile: più consono è quindi parlare di una personale variazione che fra l’altro si accosta benissimo ai modi dei musicisti, fra i quali anche quel Mozart, autore probabilmente della versione più nota del Don Giovanni. Variazione che in questo caso, incorpora nella sua spontaneità senza malizia anche una sorta di riconoscimento e di tributo nei confronti di chi ha avuto l’idea originale divenuta poi oggetto di studio e di riproposizione.

Il gruppo di attori è omogeneo quanto la recitazione, solo in poche situazioni ho letto e respirato l’aria di una certa finzione, di una fisicità che non conteneva le parole dette, fattore ampiamente compensato da alcuni ruoli recitati con una padronanza ed una naturalezza che in più d’un occasione mi ha impedito di comprendere se stessi assistendo ad una recitazione o ad una improvvisazione.

Nel dettaglio le fatiche del Don Giovanni, quasi sempre in scena, paiono non intaccare mai la lucidità di Federico Baldi, sempre supportato-sopportato dal fedele ed invaghito servo Leporello (Federico Ferrari) e che di volta in volta si ritrova a che fare con l’asfissiante Donna Elvira (Francesca Carminati) oppure con la volgare coppia contadina di Zerlina (Giulia Sole Curatola) e Masetto (Alessandro Scrignoli), così come con il viziatissimo Ottavio” (interpretato sempre da Alessandro Scrignoli che ad un certo punto, sui modi della commedia dell’arte, si “ribellerà” al suo doppio ruolo), ma anche da una Donna Anna (Martina Ghezzi) oscillante fra vittimismo e sadismo ed il commendatore (Filippo Baldi), dalla strampalata ed esilarante parlata.

Scenografia e luci invece sono essenziali. Simbolica la prima e molto semplice la seconda ma di certo entrambe coerenti con il senso (il budget) e la natura di questa compagnia.

Quanto propone “Il Don Giovannino” è pertanto a mio avviso, vero teatro e come tale, non è certo un esercizio facile, poiché richiede fatica, impegno e tanta passione. Vedere che un gruppo di giovani le sa incarnare con questi risultati, mi permette di spontaneamente sentire un senso di fiducia e speranza: se questo è l’inizio, chissà cosa serba il loro-nostro futuro! Intuizione di potenzialità quindi, ma anche una concreta gratitudine, nei confronti di tutti loro che si sono messi in gioco per costruire attraverso parole rivestite d’emozioni questo castello di personaggi e gesti.

E per concludere, un suggerimento ed un invito.

Suggerimento rivolto a questi ragazzi: continuate con questa purezza d’intenti e con la forza che avete dimostrato, perché non è vero che siamo tutti uguali – in tal senso sarebbe più corretto dire “siamo tutti equivalenti” – e non tutti si ritrovano fra le mani un talento ed il desiderio di farlo fiorire. Chiunque però ne è beneficiato dal destino, sappia che deve metterlo a disposizione degli altri: non per vanto o piacere, ma semplicemente per dovere e gratitudine verso il cielo.

Invito invece rivolto a tutti gli altri affinché rivolgano un po’ del proprio tempo e tutta la propria attenzione a favore della creatura generosa, pensante e sensibile creata da questi ragazzi. Non v’è contesto migliore del teatro per esercitare quell’ascolto e quell’interesse concreto nei confronti dell’ “altro”, grazie al quale innescare domande e risposte capaci di divenire infine dialogo. Dialogo grazie al quale – indipendentemente dall’età e dalla razza – ritrovarci a ragionare sul senso di ogni nostro desiderio, prima di metterci alla sua affannosa, psicotica ricerca ed alla quale è inevitabilmente condannato il bulimico Don Giovanni e la sua, contemporanea, folta stirpe.

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