(…)

– Dove son io non è terreno e non è vostro! – proclamò Cosimo, e già gli veniva la tentazione di aggiungere: «E poi io sono il Duca d’Ombrosa e sono il signore di tutto il territorio!» ma si trattenne, perché non gli piaceva di ripetere le cose che diceva sempre suo padre, adesso che era scappato via da tavola in lite con lui; non gli piaceva e non gli pareva giusto, anche perché quelle pretese sul Ducato gli erano sempre parse fissazioni; che c’entrava che ci si mettesse anche lui Cosimo, ora, a millantarsi Duca? Ma non voleva smentirsi e continuò il discorso come gli veniva. – Qui non è vostro, – ripetè, – perché vostro è il suolo, e se ci posassi un piede allora sarei uno che s’intrufola. Ma quassù no, e io vado dappertutto dove mi pare.

– Sì, allora è tuo, lassù…

– Certo! Territorio mio personale, tutto quassù, – e fece un vago gesto verso i rami, le foglie controsole, il cielo. – Sui rami degli alberi è tutto mio territorio. Di’ che vengano a prendermi, se ci riescono!

Adesso, dopo tante rodomontate, s’aspettava che lei lo prendesse in giro chissà come. Invece si mostrò imprevedibilmente interessata. – Ah sì? E fin dove arriva, questo tuo territorio?

– Tutto fin dove si riesce ad arrivare andando sopra gli alberi, di qua, di là, oltre il muro, nell’oliveto, fin sulla collina, dall’altra parte della collina, nel bosco, nelle terre del Vescovo…

– Anche fino in Francia?

– Fino in Polonia e in Sassonia, – disse Cosimo, che di geografia sapeva solo i nomi sentiti da nostra madre quando parlava delle Guerre di Successione. – Ma io non sono egoista come te. Io nel mio territorio ti ci invito -. Ormai erano passati a darsi del tu tutt’e due, ma era lei che aveva cominciato.

– E l’altalena di chi è? – disse lei, e ci si sedette, col ventaglio aperto in mano.

– L’altalena è tua, – stabilì Cosimo, – ma siccome è legata a questo ramo, dipende sempre da me. Quindi, se tu ci stai mentre tocchi terra coi piedi, stai nel tuo, se ti sollevi per aria sei nel mio.

Lei si dette la spinta e volò, le mani strette alle funi. Cosimo dalla magnolia saltò sul grosso ramo che reggeva l’altalena, e di là afferrò le funi e si mise lui a farla dondolare. L’altalena andava sempre più in su.

– Hai paura?

– Io no. Come ti chiami?

– Io Cosimo… E tu?

– Violante ma mi dicono Viola.

– A me mi chiamano Mino, anche, perché Cosimo è un nome da vecchi.

– Non mi piace.

– Cosimo?

– No, Mino.

– Ah… Puoi chiamarmi Cosimo.

– Neanche per idea! Senti, tu, dobbiamo fare patti chiari.

– Come dici? – fece lui, che continuava a restarci male ogni volta.

– Dico: io posso salire nel tuo territorio e sono un’ospite sacra, va bene? Entro ed esco quando voglio. Tu invece sei sacro e inviolabile finché sei sugli alberi, nel tuo territorio, ma appena tocchi il suolo del mio giardino diventi mio schiavo e vieni incatenato.

– No, io non scendo nel tuo giardino e nemmeno nel mio. Per me è tutto territorio nemico ugualmente. Tu verrai su con me, e verranno i tuoi amici che rubano la frutta, forse anche mio fratello Biagio, sebbene sia un po’ vigliacco, e faremo un esercito tutto sugli alberi e ridurremo alla ragione la terra e i suoi abitanti.

– No, no, niente di tutto questo. Lascia che ti spieghi come stanno le cose. Tu hai la signoria degli alberi, va bene?, ma se tocchi una volta terra con un piede, perdi tutto il tuo regno e resti l’ultimo degli schiavi. Hai capito? Anche se ti si spezza un ramo e caschi, tutto perduto!

– Io non sono mai caduto da un albero in vita mia!

– Certo, ma se caschi, se caschi diventi cenere e il vento ti porta via.

– Tutte storie. Io non vado a terra perché non voglio.

– Oh, come sei noioso.

– No, no, giochiamo. Per esempio, sull’altalena potrei starci?

– Se ti riuscisse di sederti sull’altalena senza toccar terra, sì.

Vicino all’altalena di Viola ce n’era un’altra, appesa allo stesso ramo, ma tirata su con un nodo alle funi perché non s’urtassero. Cosimo dal ramo si lasciò scendere giù aggrappato a una delle funi, esercizio in cui era molto bravo perché nostra madre ci faceva fare molte prove di palestra, arrivò al nodo, lo sciolse, si pose in piedi sull’altalena e per darsi lo slancio spostò il peso del corpo piegandosi sulle ginocchia e scattando avanti. Così si spingeva sempre più in su. Le due altalene andavano una in un senso una nell’altro e ormai arrivavano alla stessa altezza, e si passavano vicino a metà percorso.

– Ma se tu provi a sederti e a darti una spinta coi piedi, vai più in alto, – insinuò Viola. Cosimo le fece uno sberleffo.

– Vieni giù a darmi una spinta, sii bravo, – fece lei, sorridendogli, gentile.

– Ma no, io, s’era detto che non devo scendere a nessun costo… – e Cosimo ricominciava a non capire.

– Sii gentile.

– No.

– Ah, ah! Stavi già per cascarci. Se mettevi un piede per terra avevi già perso tutto! – Viola scese dall’altalena e prese a dare delle leggere spinte all’altalena di Cosimo. – Uh! – Aveva afferrato tutt’a un tratto il sedile dell’altalena su cui mio fratello teneva i piedi e l’aveva rovesciato. Fortuna che Cosimo si teneva ben saldo alle corde! Altrimenti sarebbe piombato a terra come un salame!

– Traditrice! – gridò, e s’arrampicò su, stringendosi alle due corde, ma la salita era molto più difficile della discesa, soprattutto con la bambina bionda che era in uno dei suoi momenti maligni e tirava le corde da giù in tutti i sensi.

Finalmente raggiunse il grosso ramo, e ci si mise a cavalcioni. Con la cravatta di pizzo s’asciugò il sudore dal viso. – Ah! ah! Non ce l’hai fatta!

– Per un pelo!

– Ma io ti credevo mia amica!

– Credevi! – e riprese a sventagliarsi.

– Violante! – proruppe in quel momento un’acuta voce femminile. – Con chi stai parlando?

(…)

IL BARONE RAMPANTE, Italo Calvino – Estratto Capitolo II

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