Dopo la solitudine invernale, la casetta de La Spacca si riaprì alla vita più vecchia di un anno (come del resto tutte le altre case) nella primavera 1926 .

Tornarono Benvenuto e i suoi compagni, tornarono le giornate di sole e di giochi ai piedi dei giganteschi abeti, al cospetto di grandiose folle di uccelli rosicanti.

«Vedrete come è cambiato Benvenuto, non lo riconoscerete neppure» aveva detto Matteo agli abeti, per il gusto di farsi vedere bene informato .

Invece gli abeti lo riconobbero subito: era il ragazzo dell’anno prima, lo stesso, assolutamente. Forse un po’ più alto ecco, ma ugualmente pallido e gracile nel portamento. Dopo l’incidente dell’anno prima con Berto, egli per lo più preferiva starsene in disparte a guardare gli altri giocare, sedeva sull’orlo della Valle Secca con aria meditabonda. Berto tuttavia non lo trattava più come una volta, non gli diceva più fa questo fa quello, non lo sbeffeggiava più per la sua debolezza.

Alle volte, senza che i compagni se ne avvedessero, Benvenuto si addentrava nella foresta. Un giorno incontrò il Bernardi. Si salutarono.

«Sei un buon figliolo» gli disse il Bernardi, mettendogli la destra su di una spalla; «peccato che anche tu te n’andrai e non ci potremo più vedere.»,

«Andrò dove ? Mi vogliono mandar via?»

«No, non è questo. Ma anche tu un bel giorno non ti farai più vedere e anche se tornerai, non sarà più la stessa cosa.»

«Oh, io ci tornerò sempre al mio bosco, puoi stare sicuro.»

«Si, può anche darsi che tu venga spesso qua dentro, anche per tutta la vita. Eppure verrà un giorno, non so quando precisamente, forse fra qualche mese, forse l’anno prossimo, forse anche fra due anni, verrà un giorno, ricordatelo, mi par già di vederti, ne ho visti troppi ormai di uomini… Ecco, tu verrai al bosco, girerai tra le piante, ti siederai con le mani in tasca, continuerai a guardarti attorno, poi te ne andrai via annoiato.»

«Ma come vuoi sapere quello che io farò?» fece Benvenuto .

«Lo so perché ne ho visti molti altri come te. Tutti uguali, così vuole la vostra vita. Anche gli altri venivano a giocare a La Spacca, anche gli altri fuggivano di notte per venire alle nostre feste, anche gli altri parlavano con i geni e cantavano insieme col vento, anche gli altri qui con noi passavano giornate, non c’è che dire, felici.

«Poi un giorno sono tornati, di primavera, per riprendere la solita vita. Ma qualche cosa non s’è più ingranato. Come se il bosco sembrasse loro diverso. Intendiamoci, vedevano bene che gli alberi erano sempre uguali, con l’identica statura, gli identici rami, le stesse ombre, o pressappoco. Eppure non si poteva più intenderci.

«Noi si era là, come al solito, dietro ai tronchi, e si facevano segni di saluto. Loro ci passavano vicini senza darci neppure un’occhiata. Noi li chiamavamo per nome. Nessuno che si voltasse. Non riuscivano più a vederci, ecco la ragione, non udivano più le nostre voci. I venti, vecchi loro amici di giochi, passavano sopra di loro, fischiavano tra i rami, dando loro il benvenuto. “C’è vento” dicevano i ragazzi con aria seccata “quasi quasi conviene tornare .Viene su un temporale”.

«Anche gli uccelli si mettevano a cantare: “Buongiorno, felici di rivedervi; se Dio vuole adesso rimarrete un po’ tra noi”. Come se avessero parlato a un muro i ragazzi continuavano a discorrere impassibili, tutt’al più qualcuno domandava: “Non sai mica se è riserva di caccia qui?”.

«Così rimasero poco più di mezz’ora. “Ti ricordi” disse uno, “quella volta che abbiamo bastonata la lince?” E tutti gli altri si misero a ridere, come se fosse stata una cosa antichissima, dei tempi trapassati. Bastonata la lince? Li avevo trovati tremanti di paura attorno a un tronco mentre la bestia si avvicinava con aria cattiva… Ero appena arrivato in tempo e l’avevo colpita con un ramo secco sulla schiena facendola fuggire. Li avevo dunque salvati io, questa la verità, niente di speciale davvero, ma poi doverli sentire – “abbiam bastonata”! Dimenticati si erano, completamente dimenticati. Dimenticati di noi geni, dimenticati della voce del vento, del linguaggio degli uccelli. Pochi mesi erano bastati .

«Poveretti anche loro» – continuò il Bernardi «non ne avevano colpa. Avevano finito di essere bambini, non se l’immaginavano neppure. Il tempo, c’è poco da dire, era passato anche sopra di loro e non se n’erano affatto accorti. A quell’età è naturale. A quell’età si guarda avanti, non si pensa a quello che è stato. Ridevano spensieratamente come se nulla fosse successo, come se tutto un mondo non si fosse chiuso dietro a loro.

«Rimasero qui poco più di mezz’ora. Chiacchieravano tra loro senza badare per nulla al bosco. Poi uno disse: “Cosa stiamo a fare ancora? C’è un umido d’inferno”. Se n’andarono come erano venuti. Prima di uscire all’aperto uno di essi gettò a terra una sigaretta quasi finita, ancora accesa. Un mio compagno, irritato per il loro contegno, fece per metterci il piede sopra.

Lascia stare” gli dissi “questa è la regola della loro vita.” E rimanemmo in silenzio a guardare la sottile striscia di fumo, fino a che fu finita.

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