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Non si può fare a meno di un’esperienza di selvatichezza. È un passaggio obbligato per la crescita e non può essere obbligato da nessuno. Il bambino stesso sceglie i suoi tempi e la natura è lì, pronta ad offrire la sua ricchezza all’immaginazione, alla fisicità, al pensiero.

Non è utopia. È forza istintiva e profonda, oggi coperta da chili di condizionamenti: siamo selvatici e abbiamo profondo bisogno di dialogare con la Natura, per prendercene realmente cura e per prenderci cura di noi che le apparteniamo. Selvatichezza, fuga inebriante, richiamo a un sé sconosciuto…

Molti personaggi letterari rispondono a questo profondo desiderio che ne caratterizza la metamorfosi. Pinocchio scappa dalle mani di Geppetto, appena ha le gambe, Tom molla il pennello e sceglie di vagabondare, Giamburrasca prende un treno caliginoso… Ma anche, nella narrativa contemporanea, Calpurnia, Piccolo albero, Prue di Wildwood indicano il desiderio di relazione con un mondo che ormai ci è quasi totalmente estraneo.

Vita tranquilla-sbilanciamento-avventura e di nuovo forse vita tranquilla, perché molti dei personaggi di questi capisaldi della letteratura, conquistato il loro nuovo io, ritornano alle regole sociali del loro tempo, le accettano, si adattano. E forse non potrebbe che essere così, pensiamo con una certa malinconia, ricordando la bellissima canzone di Piovani su Pinocchio, per Canti di scena. Una traccia però rimane, a dar sostegno alla vitalità, nei tempi bui.

Non si può fare a meno di un’esperienza di selvatichezza. Non si può fare a meno di una fuga. È un passaggio obbligato per la crescita e non può essere obbligato da nessuno. Il bambino stesso sceglie i suoi tempi e la natura è lì, pronta ad offrire la sua ricchezza all’immaginazione, alla fisicità, al pensiero. Un bebé gattona tra l’erba, annusando, sentendo i pizzicori, gli sfioramenti, i rumori del prato. Un piacere osservarlo! Ma si ha paura che gli possa accadere qualcosa, che venga punto, graffiato, colpito. La Natura è mamma e matrigna. In nome della sicurezza assoluta, gli mettiamo un guinzaglio, gli impediamo di essere l’esploratore che è e che è necessario che sia.

Eppure la Natura offre al bambino un sillabario di esperienze irrinunciabili, rutilanti, travolgenti, durante le quali ci si confronta unicamente con se stessi e non con convenzioni sociali: un percorso indispensabile, perché cresca una generazione consapevole di appoggiare i piedi su una Terra con confini precisi e unica per noi, suoi ospiti e non suoi proprietari. Un percorso necessario per lo sviluppo psicofisico, se speriamo che i bambini crescano sapendo che la forza si può calibrare e usare a seconda delle situazioni, che una prova si può superare facendo attenzione ai propri limiti, che la collaborazione vince, che la varietà è bellezza. Ciò che insegna la natura convince per l’evidenza dei fatti, non con parole o regole, che il bambino ritiene spesso illogiche. Affascina per emozioni continue e sempre diverse, non per emozioni virtuali.

Non si può però pretendere che di colpo un bambino già grande si appassioni alla natura, anche se può succedere. Il conformismo e i monitor hanno una forza schiacciante. Come per tutte le esperienze, dalla poppata alla lettura, la parola chiave è “piacere condiviso”. Nessuna esperienza estrema. Piccoli passi graduali: il cibo, per esempio, per sua natura, ci connette alla Natura attraverso un vaso di fragole, la raccolta del basilico, la presa in carico di un piccolo pezzo di terra, che sia un orto o un balcone. Bene hanno seminato nei nidi e nelle scuole dell’infanzia Pia Pera e Nadia Nicoletti con gli Orti di pace! (ortidipace.org)

Emozionanti sono le prime manipolazioni in cucina, con la pastafrolla, la farina, l’uovo… Natura che entra in casa e non richiede atti di spavalderia o grandi rischi. Il timore degli adulti che succeda qualche incidente, che il bambino si faccia male con coltelli, forchette, pentolini, imbriglia il bambino nell’impotenza. La catena del “fare insieme”, si spezza. Si delega la scuola ma spesso i delegati non desiderano un ulteriore carico di responsabilità: nessuna possibilità di manipolare cibo, tappeti di gomma sotto gli scivoli, alberi avvolti con materassi, cartelli con divieti… Tutto l’opposto rispetto a costruire consapevolezza e attenzione verso l’ambiente e verso il proprio corpo, le sue capacità, i suoi limiti.

Nei parchi cittadini è vietato arrampicarsi sugli alberi. È vietato mettere i piedi nei laghetti. È vietato quasi tutto: i parchi cittadini e di quartiere sono parchi da plastico, per dichiarare al pubblico che l’amministrazione ha riservato al verde una piccola quota dello spazio urbano. Nessuno desidera i guai ma senza piccoli guai non si impara ad evitare quelli grandi e le esperienze predigerite come quelle di alcuni parchi-gioco, non insegnano una prudente consapevolezza.

È gratificante scoprire che un bambino di sei mesi “nuota” in piscina. L’acqua è un ambiente felice. In una pozza c’è da scoprire un mondo. Imparando ad arrampicarsi su una roccia o su un albero, il bambino misura le sue capacità, scopre quando e in che modo può affinarle, impara a chiedere aiuto se non ce la fa. Sentendo il piacere di mettere le mani nella terra, come nella farina, di giocare con i sassi, di percepirne la durezza, di accostarli ai legnetti, confrontando le densità dei materiali, mettendoli in fila, sovrapponendoli, contemplandoli… Il bambino non li tirerà per colpire persone o animali. I sensi si aprono, la logica si sviluppa. I bambini che condividono con i grandi l’esplorazione di un bosco, che toccano un insetto, osservano una volpe, superano piccole paure con un piccolo coraggio, imparano a rispettare gli altri esseri, a distinguere il pericolo dalla possibilità, si riconoscono ospiti di quel bosco tanto quanto l’uccello che vola sulla loro testa o la formica che seguono fino al formicaio. Osservare i segni delle stagioni dà il ritmo del tempo. Adottare o curare una pianta dà il senso di responsabilità. Conoscere e avere cura sono due stati affini. La creatività viene dalla cura e dalla conoscenza. Un cielo di notte in una zona realmente lontana da inquinamento luminoso è esperienza di magia. Accendere e governare il fuoco è esperienza di avventura. Il disegno in aria con i bastoncini infuocati ha appassionato Picasso, grande che ha saputo tenere vivo dentro di sé il bambino che era. Imparare il rispetto per il fuoco significa conoscerne potenzialità e pericolo. Credo che nessun piromane nasca da un’esperienza gioiosa con il fuoco. Un bambino piccolissimo non si pone “perché” e “come”. Semplicemente fa, prova, esercita tutti i suoi sensi. Registra ogni piccola relazione tra le cose. Sperimenta e guarda l’adulto per sapere se approva, se lascia fare. Come farebbe un gattino con la gatta. La gatta interviene solo se c’è un reale pericolo. Una saggezza che dovremmo imitare.

All’estero cresce la sensibilità verso le esperienze di selvatichezza e di scuola-natura. In America diversi siti mettono in rete genitori che desiderano condividere con altre famiglie esperienze di selvatichezza (wild-zone.net e childrenandnature.org).  Le scuole-natura sono apprezzate e diffuse in molti paesi. Dalla Francia (la-ferme-des-enfants.com) al Regno Unito; l’espressione soddisfatta del bambino che si è sporcato le mani col fango, nel video del sito  Secret garden è straordinaria! (secretgardenoutdoor-nursery.co.uk). E in Italia? La pedagogista Marina Cinieri, Hamelin, Gianfranco Zavalloni (scuolacreativa.it) hanno proposto il tema all’attenzione degli educatori. A Sestri Levante Alfredo Gioventù e Daniela Mangini ceramisti sapienti, portano i bambini del nido a cercare i tesori di mare: legni levigati, pietre striate, galleggianti consumati… e li lasciano poi liberi di comporre questi oggetti in uno spazio di sabbia. Il gesso che viene versato all’interno di questo spazio fissa le opere dei bambini trasformandole in sculture sorprendenti. Lo stupore con cui alcuni bambini prendono coscienza di esserne stati gli autori è la prova di un percorso mentale che dall’esperienza porta all’estetica. Sempre in Liguria, Libereso Guglielmi, giardiniere, affascina bambini di tutte le età facendo  gustare foglie, sfiorare spine, osservare semi e raccontando di piante e  insetti: un mondo intrecciato che consente all’umanità di esistere. In Emilia Paolo Tasini, anche lui giardiniere, con una ricchissima serie di fotografie, tra cui quelle che accompagnano questi pensieri, ha documentato la crescita “selvatica” dei due figli e dei loro amici, portati a scoprire le cavità dei castagni di Poranceto, le liane dei boschi intorno a Bologna, le pozze e le querce dell’Ogliastra (attraversogiardini.it). Sempre Paolo Tasini con Alberto Rabitti, allievo di Gianfranco Zavalloni, ha proposto a nidi e scuole dell’infanzia i parchi gioco naturali. Dopo il nido L’Atelier dei Piccoli, ora sono sempre più numerose le scuole che sostituiscono il classico parchetto con scivolo – castelletto – sabbiera con tunnel di bambù vivo, arbusti con i rami bassi, faggi penduli-casetta e piante con frutti commestibili, sonori, profumati o di forme strane. I giochi verdi cambiano aspetto nel corso delle stagioni. Per educatori e bambini è l’occasione di molte emozioni, di chiacchierate, laboratori e riflessioni anche filosofiche (attraversogiardini.it e passileggerisullaterra.it). Frank Zappa sosteneva che senza eversione, senza deviazione dal conformismo, nessun progresso è possibile. Oggi la deviazione dal conformismo è riscoprire Gaia, la Terra. Tanto dimenticata nel nostro vivere quotidiano che Editoriale Scienza ha sentito il bisogno di pubblicare Basta un bastone, un libro sui molti modi di giocare con un bastone. Giochi che i bambini selvatici scoprono da soli.

Andersen, 301 – Aprile 2013

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