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11009470_606941676074105_1196431341_oTalvolta accade che uno spettacolo teatrale giovanile, abbia la profondità inaspettata delle cose preziose: li ascolti, rispondi con applausi, pensi loro ed in fine ti viene voglia di scrivergli. Cosa? Questo. 

La meraviglia del teatro sta nel suo essere ospitale regno di gioco e di magia: chi ha il privilegio di calcare un palco, sa perfettamente che il legno delle pedane è impregnato di quella sacralità che permette a chiunque di diventare creatore di mondi e di situazioni. Questo perché il teatro si basa sul tacito accordo fra chi recita e chi vi assiste, secondo il quale tutto – l’uomo, la parola, il tempo, la morte, il gesto, l’oggetto, la luce, il silenzio – trascende la propria oggettività per assumere un valore simbolico. Simbolismo che si amplifica ulteriormente, nel momento in cui questo fare teatro nasce da aspirazioni e talenti giovanili ed ha come tema centrale il sogno.

Perché è importante questa premessa e comprendere il valore di questi tre soggetti – teatro, giovani, sogno – innestati uno dentro l’altro, elevandosi rispettivamente a potenza? Perché? Perché altrimenti, rischieremmo di parlare di quanto visto con un approccio distorto, con quella leggerezza indiscriminata che definisce arte ed artista, una miriade di manifestazioni.

E’ come se andando a ragionare su usignoli e pettirossi, ci limitassimo ad uniformarli in una sola specie, considerandoli con gli stessi parametri: finiremmo per fare confronti ingiustificati ed insostenibili, dove le due singolarità scompaiono in nome dei rispettivi difetti, poiché se questo canta meglio, quest’altro ha delle piume colorate.

Ed è proprio alla luce di questa unicità che non ha metri di paragone, che l’eco delle parole recitate non può esaurirsi a sipario chiuso, andando ben al di là di un copione riempito di idee.

Va oltre, perché in quei 100 minuti di spettacolo, tutti i protagonisti si sono sforzati fino a riuscirci a creare quel legame – che anche l’etimologia del termine “simbolo” sostiene – fra le fratture più significative dell’uomo e del mondo: fra sogno e realtà, fra giovani e meno giovani, fra speranze e paure, fra disabilità e normalità, fra l’essere soli o in coppia, fra l’essere al sicuro sopra una barca o l’essere impauriti nell’acqua… Fratture importantissime perché nel momento in cui riusciremo a sanarle, finalmente ci riveleranno in pienezza nella nostra natura più alta e completa.

Ed ho trovato questi loro modi di un romanticismo e di una generosità rarissima, poiché inaspettata, poiché non richiesta, poiché gratuita, poiché affrontata con il massimo impegno ed esclusivamente con i propri talenti… Purezza d’intenzioni che nell’arte – non posticcia ed esibizionistica – ha il dovere di essere il primo e più importante parametro di giudizio, rispetto a tutte le altre considerazione tecniche e stilistiche.

Considerazioni di questo tipo, infatti, pur avendo la loro importanza devono sempre passare in secondo piano: ciò che il teatro esige è innanzitutto unire attori e pubblico, nella liturgia del condividere e del sentire insieme. Quando avviene questa alchimia? Quando si può dire che il teatro è vero? Credo che nessuno sia in grado di spiegarlo, semplicemente perché è questione delegata al vedere e al sentire ed infatti vi riusciremo solo quando avremo parole in grado di descrivere un tramonto e i suoi colori.

Alchimia che durante la serata io ho sentito in maniera forte e costante. Ogni gesto che animava quel palco, conteneva una sorta di preghiera bisbigliata e promessa, che continuamente ripeteva: “Fidatevi di noi… Fidatevi! Non vi tradiremo con sciocchezze, scorciatoie o disonestà!”. Ed è per questa assoluta lealtà, per il valore dei contenuti e per il fine benefico della serata, che tutte le imperfezioni devono restare nell’ingiudicato, in quel limbo dove tutto è davvero perdonabile… Imperdonabile sarebbe stato offrire il tempo, per ritrovarsi in cambio un testo vigliacco, attori disonesti e recitazioni senza anima.

Certo, a livello drammaturgico e registico, lo spettacolo – come ogni spettacolo – ha mostrato alcune ingenuità e scelte discutibili, decisioni che però a ben vedere, arrivano a costituire quella personalità, amabile o criticabile, tipica di ogni forma d’espressione. Ed infatti, se mi chiedessero a tal proposito se valga la pena sacrificare queste “debolezze”, ritoccando l’essenzialità e la linearità della trama, la pulizia dei dialoghi e dei gesti, il disegno luci – non saprei davvero cosa rispondere. Probabilmente mi limiterei solo a fare domande, per chiedere, per capire…

Il copione pur soffrendo di alti e bassi, così come di alcune parti un po’ ridondanti e didascaliche, ha comunque il grande pregio di non volere mai compiacere ed essere facile (anche nell’innesto di Gaber; se ve n’erano altri, non li ho scovati!) e di insistere moltissimo sul monologo, il cui valore sulla spinta del binomio giovane-sogno, ha le proporzioni di un intimo sfogo liberatorio che è poi un invito a darsi da fare, perché i sogni – come vien detto – non sono fatti per restare nei cassetti.

Più di tutto quindi ho apprezzato l’impegno che c’è in questo testo di Luca Andreini, perché parole che non interroghino, che lascino indifferenti, che non tocchino meraviglia o tragedia, sono solo finzione (televisione) o maschera (tradimento): chi, uscendo da un teatro, dopo avervi assistito ad una rappresentazione, si ritrova con lo stesso animo con cui è entrato, ahimè, vuol dire che è stato truffato e che gli hanno rubato non soldi, ma l’unica moneta che non è possibile risparmiare, ma solo investire: il tempo.

Detto questo, mi auguro che permanga per l’intero gruppo la voglia di lavorare ancora su questo copione, senza quella bulimia che spinge a cambiare sempre orizzonte ed obiettivo, impedendo quella profondità che è però vera scoperta.

Augurio che anticipa la mia speranza riposta su tutti i protagonisti affinché abbiano forza, coraggio e fortuna di continuare questa strada, sotto l’occhio e la direzione di quei veri maestri, tanto rari quanto fondamentali.

Speranza, che precede il mio invito ad accettare col sorriso tutte le critiche che verranno – è più facile parlare, che studiarsi a memoria pagine e pagine di battute – e quegli inevitabili momenti di sfioritura che però toccano ogni cosa, anche le rose. Perché chi vuole essere artista e lo fa con serietà, sa perfettamente che dedicare la vita alla creazione, lo accomunerà agli dei, per i quali ogni ambizione suona come una sfida da punire: il rischio sarà una vita da Sisifo, pesante e frustrante ma portatrice, inevitabilmente anche di  tanti insegnamenti e valori.

Bisogna rappresentare la vita non come è,

non come dovrebbe essere,

ma come ci si presenta nei sogni.”

Questa è una delle battute più note di Cechov, sono tratte da “Il gabbiano” e vengono dette da Kostantin Treplev: una delle figure più belle del teatro moderno e una delle più innocenti, per via dei suoi ideali e del suo desiderio di cambiare, per il suo incarnare la fragilità e le potenzialità dell’essere umano, quando è ormai prossimo all’età adulta che spesso non lo considera e lo denigra.

Battuta che mi è tornata alla mente, solo poco prima di iniziare a scrivere questa recensione – che rileggendola mi pare più una sorta di lettera per tutti questi ragazzi e ragazze, fra i quali mia nipote – e che nel suo senso rivela una comunione di intenti e d’approccio fra quanto ipotizzava quel personaggio e quanto hanno dimostrato tutti gli attori di “Sognando vivi”.

Nel testo di Cechov, Kostantin, non viene mai pienamente considerato per quello che semplicemente è: il suo modo di vivere e fare arte viene appellato ridicolo ed incomprensibile, tanto che il suo coraggio – il vero coraggio è solo a vent’anni – viene letteralmente tradito, boicottato e spinto alla distruzione: se solo gli avessero concesso di esprimersi liberamente, di vedersi sostenuto, considerato, accettato, sicuramente il suo destino sarebbe stato diverso da quello che non vi dico, ma che vi invito a scoprire. E se fosse stato diverso, non sarebbe stata differente anche la sorte di chi gli stava vicino? Non possiamo mai sapere la potenza – nel bene e nel male – dei nostri gesti!

E quindi se penso a Kostja – al suo “archetipo” –  per sovrapporlo poi a questi giovani, sono in grado di vedere un’intera generazione che ha voglia di vivere con entusiasmo, quel malandato palco che giorno dopo giorno abbiamo scassato. E malgrado questo passaggio di consegne li costringa ad essere in affanno ancor prima d’iniziare, io li vedo sorridenti e capaci, desiderosi di essere applauditi quanto corretti (ma solo da chi dimostra autorevolezza prima di autorità) sicuramente attenti, così come concretamente hanno fatto in quest’occasione.

Lasciamogli spazio e se dobbiamo pensarli, non facciamolo a seconda dei casi, come se fossero usignoli o pettirossi, o gufi, rondini, merli, gabbiani o aquile, ma facciamolo per quello che innanzitutto e realmente sono: individui vivi capaci di sognare. Esseri con le ali.

 

Questa la pagina Facebook della compagnia I giovani sanno fare arte che ha allestito “Sognando vivi”.

Nella scrittura di questo testo, ho sfogliato diversi testi teatrali. Ricopio e condivido gli spunti ritenuti più interessanti: SUL TEATRO, DEL TEATRO, TEATRO, aa.vv. 

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