David Mamet , I TRE USI DEL COLTELLO

Pensate ai nostri amici politici. Il politico che pronuncia le parti «riverenti» di un discorso «in torno riverente», le parti «aggressive» «con decisione», quelle «commoventi» «in tono commosso» è un imbroglione, e niente di quello che vorrebbe farci credere è vero. Come facciamo a sapere che non possiamo fidarci di lui? Lo sappiamo perché ci sta mentendo. Il suo stesso modo di parlare è una menzogna. Ha finto dei sentimenti per manipolarci.

Le cose a cui teniamo veramente non le abbelliamo.

Proprio come il polito, l’attore che fa le Voci è un imbroglione. Può anche, lo ammetto, avere «una buona idea» sul testo; ma il pubblico non vuole una persona che abbia «una buona idea» sul testo. Vuole una persona che sappia recitare- che sia in grado di dare al testo qualcosa che non avrebbe potuto capire o immaginare se lo avesse letto in biblioteca. Il pubblico vuole spontaneità, individualità, forza. E non troverà tutto questo nella vostra stanca e trita capacità interpretativa.

Questo è quanto ho imparato in una vita passata a scrivere pil teatro: non ha importanza come dici le battute. Quello che conta è che cosa vuoi dire. Quello che viene dal cuore arriva al cuore. Tutto il resto sono voci.

David Mamet, I TRE USI DEL COLTELLO

Perché il monologo è essenzialmente una confessione. In questo elemento il drammaturgo/protagonista confessa la sua impotenza di fronte agli dei/ai percorsi del teatro/dell’esistenza. (…) Perché il monologo/confessione/professione – equivalente al momento in cui il protagonista parla con Dio – si è istinto? Forse con l’inizio dell’alfabetizzazione diffusa, si è scisso dal teatro, così come il teatro si è scisso dalla celebrazione religiosa, e sopravvive nelle più distese forma epiche, come il romanzo.

Eugène Ionesco

Il teatro che alcuni di noi hanno fatto dal 1950 si distingue radicalmente dal teatro leggero. Si trova addirittura all’opposto. Contrariamente al teatro leggero, che per noi è divertimento, nonostante l’umorismo di alcuni di noi, nonostante il nostro sghignazzare, il nostro teatro è un teatro che mette in causa la totalità del destino dell’uomo, che mette in causa la nostra condizione esistenziale. Il teatro leggero è senza problemi, senza domande. Contribuisce ad assopire ancor più la coscienza della gente. Non rende inquieti, non rassicura. Ci è stato detto che non va bene creare preoccupazioni e che ce n’è già abbastanza nel mondo e che si ha voglia di non aver problemi, per alcuni istanti, almeno. Ma questi istanti passano veloci e ci troviamo di fronte a noi stessi e alla nostra angoscia. A me, il teatro leggero alla fine dà angoscia ancor più dell’angoscia. Mi è insopportabile, tanto mi sembra vuoto, inutile. Ma noi non vogliamo cacciare via l’angoscia. Noi cerchiamo di renderla familiare per sopraffarla. li mondo può

Anton Milenin

La gioventù è pericolosa, in gioventù le persone pensano alle idee, in gioventù si pensa all’amore, e l’amore è una cosa pericolosa di per se.

Ma voglio aggiungere: senza un maestro non riuscirete ad ottenere molto. Non riuscirete mai a comprendere ciò che è autentico senza un maestro. Il problema è come trovare un autentico maestro, è difficile come trovare un amore autentico. E quindi rifuggite da tutto e cercate un maestro autentico. Ve lo dico a nome di Meierchold. E a nome di Stanislavskij vi dico: rifuggite da tutto e cercate un amore autentico.

Eduardo De Filippo

…perché quella del teatro è un’arte labile, che si consuma tutta nello spazio di una sera. Noi attori è come se scrivessimo le nostre storie, belle o brutte che siano, sulla sabbia.

Anton Cechov, IL GABBIANO

SORIN: Ti sei immaginato che la tua commedia non piacerà a tua madre e sei già tutto agitato. Calmati, tua madre ti adora.

TREPLEV: (strappando i petali da un fiore) : M’ama, non m’ama – m’ama, non m’ama – m’ama, non m’ama. (Ride). Vedi, mia madre non mi ama. Altro che! Le piace vivere, amare, portare camicette chiare, e io ho già venticinque anni e non faccio che ricordarle che non è più giovane. Quando io non ci sono lei non ha che trentadue anni, se arrivo io diventano quarantatré, e per questo mi odia. Sa anche che io non accetto il teatro. Lei il teatro lo ama, le sembra di compiere un servizio per l’umanità, per la sacra arte; per me invece il teatro contemporaneo è una routine, un pregiudizio. Quando si alza il sipario e, alla luce della sera, in quella camera con tre pareti questi grandiosi talenti, questi sacerdoti della sacra arte rappresentano gli uomini intenti a mangiare, bere, amare, camminare, a portare la propria giacca; quando da quadri e frasi grossolane si sforzano di trarre una morale, una morale meschina, comprensibile a tutti, utile agli usi quotidiani; quando in mille varianti mi ripropongono la stessa cosa, la stessa, la stessa; allora io scappo, scappo come Maupassant scappava dalla torre Eiffel, che gli offuscava il cervello con la sua volgarità.

SORIN: Senza teatro non si può vivere.

TREPLEV: Sono necessarie forme nuove. Nuove forme sono necessarie, e se queste mancano, allora è meglio che niente sia necessario. (Guarda l’orologio).Io amo mia madre, profondamente; ma lei fuma, beve, convive agli occhi di tutti con quel letterato, i giornali tirano sempre in ballo il suo nome, e questo mi disturba. Talvolta in me è solo l’egoismo di un comune mortale che parla; mi dispiace che mia madre sia un’attrice famosa e mi pare che se fosse, una donna comune, io sarei più felice. Zio, cosa c’è di più disperato e stupido della mia situazione: per esempio, aveva ospiti, tutti illustrissimi, artisti e scrittori, e in mezzo a quelli l’unica nullità ero io, e mi sopportavano solo perché ero suo figlio. Chi sono? Che cosa sono? Ho lasciato l’università al terzo anno, per circostanze, come si suol dire, indipendente dalla redazione. Non ho talento, né denaro, neanche un centesimo, ma dal passaporto risulto un borghese di Kiev. Mio padre si, era un borghese di Kiev, per quanto fosse anche un attore famoso. E quando nel salotto di mia madre quegli artisti e scrittori mi degnavano della loro magnanima attenzione, a me sembrava che con i loro sguardi misurassero la mia pochezza, e indovinavo i loro pensieri e soffrivo per l’umiliazione…

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