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A Drohobycz, una piccola città della Galizia Orientale, c’è una vecchia casa dai muri scrostati.

È un freddo giorno del febbraio 2001 quando un regista, Benjamin Geissler, e la sua troupe si introducono nella casa e rimuovono dai muri gli strati d’intonaco più recente, finché sulle pareti di quella che tanti anni prima era la stanza dei bambini spuntano cinque splendidi affreschi. Sono immagini ispirate alle fiabe dei fratelli Grimm, ma i boschi ricordano quelli del circondario e le figure qualcuno che è esistito davvero: la strega ha il volto dell’amante di Felix Landau, un ufficiale delle SS che abitava la casa durante l’occupazione nazista, mentre il cocchiere ha i tratti inconfondibili di Bruno Schulz, scrittore e disegnatore ebreo polacco, lì rinchiuso proprio da Landau con l’ordine di dipingere la camera dei suoi figli.

Prigioniero, in costante pericolo di vita, legato da un filo sottile all’uomo che lo proteggeva e lo schiavizzava, Bruno eseguì l’ordine non rinunciando a prendersi la soddisfazione di lasciare in quelle illustrazioni favolistiche tracce della realtà di quell’autunno del 1942. Drohobycz era occupata dai nazisti e quelli sarebbero stati i suoi ultimi giorni di vita.

Morì in un cosiddetto Giovedì Nero, forse per una ripicca tra gerarchi nazisti (“Ho ucciso il tuo ebreo”, “E io ho ucciso il tuo”, si sarebbero detti due ufficiali, Karl Gùnther e Felix Landau), forse vittima, insieme ad altri bersagli casuali, di uno dei tanti massacri di ebrei. Ma come sottolinea David Grossman “anche se ritenessimo la conversazione tra gli ufficiali pura invenzione, essa ci tocca nel profondo perché, malgrado tutto, è sostanzialmente fedele a una qualche verità tragica e ironica riguardante l’uomo Bruno Schulz, il suo senso di estraneità esistenziale, di impotenza, il suo modo di essere”.

Chi era Bruno Schulz? Un uomo geniale dall’aspetto esile, la testa grossa e l’animo di bambino.

Nei suoi libri racconta il mondo dell’infanzia, un mondo dominato dal padre, un uomo anziano, magro, con una folta barba bianca, che non era difficile scambiare per Dio; un mondo arredato dai tessuti cangianti della bottega di famiglia e da oggetti carichi di simboli e significati; un mondo che trovava l’infinito nella manciata di strade attorno alla via Strysska, traslata nei racconti in via dei Coccodrilli, nel cuore ebraico della cittadina di Drohobycz.

Quella Drohobycz – oggi ucraina, ieri austroungarica poi polacca, quindi sovietica, infine occupata dalle truppe naziste, ma sempre teatro di legislazioni e di pogrom antisemiti – che alla fine della seconda guerra mondiale ha visto decimata la sua comunità ebraica.

Bruno, dunque, scriveva in polacco e in quella lingua tradusse Il processo di Franz Kafka, uno scrittore che amava e al quale viene spesso paragonato. Non solo le loro poetiche si somigliano ma anche, sorprendentemente, le loro biografie: entrambi hanno fatto i conti con una corporatura esile e una salute cagionevole; con un padre ingombrante; con un lavoro non amato che impediva loro di dedicarsi pienamente alla scrittura (Franz impiegato, Bruno insegnante); con un fidanzamento tormentato ed epistolare (la Milena di Bruno si chiamava Józefina ed era una professoressa di lettere).

Qualcuno ha scritto che Schulz è più kafkiano di Kafka e leggendo i suoi scritti, cosi nitidi, paradossali e immaginifici, quest’affermazione non pare priva di senso.

Oggi di lui ci sono rimasti articoli, disegni, saggi, racconti e due romanzi: Le botteghe color cannella e Il sanatorio all’insegna della clessidra. Un terzo, Il messia, definito il suo capolavoro, è andato perduto. Almeno fino a quando qualcuno non avrà un’illuminazione su dove ritrovare il dattiloscritto, come è successo con gli affreschi della casa di Landau, e Bruno ci regalerà una nuova testimonianza della sua stupefacente grandezza. E della sua beffarda ostinazione a non morire mai.

Postfazione di BRUNO, IL BAMBINO CHE IMPARO’ A VOLARE di Nadia Terranova, illustrazioni di Ofra Amit. Ed. Orecchio Acerbo 

 

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