sette fratelli cervi

A voi tutti, dico: rifate come ho fatto io la storia della vostra famiglia, e vedrete che dicono tutte la stessa cosa. Perché la natura grida forte che cosa bisogna fare, la società pure, ma gli uomini ancora tutti non capiscono e si fanno il male con le mani loro. Se tutte le storie delle famiglie italiane viventi di lavoro dicono la stessa cosa, pure qui c’è una legge, che se non l’ascoltate tutto va a ramengo. E la legge dice che questo sistema non dà più frutto che fa marcire l’uomo e ingrassa il prepotente e ladro. Per questo siamo venuti sulla terra? Io l’ho detto al Presidente: bisogna cambiare, è il sistema che non va, e io riunirei la Camera poi metterei insieme le buone proposte di tutte le parti come si è fatto per la Costituzione e chiamerei tutti gli italiani a stare uniti per salvare lo Stato e la nazione. Dicono, sarebbe bello, ma la politica estera, c’è l’America che dopo ci abbandona. Io non so parlare di politica estera, Aldo avrebbe potuto spiegare più chiaro, ma so una cosa che vale più dei discorsi.

A casa mia ho raccolto più di ottanta prigionieri, per lo più inglesi e americani, venivano stracciati e con i pidocchi, certi in mutandine, e ritornavano via puliti, vestiti, ingrassati. Le nostre donne lavoravano fino all’una di notte per preparargli i vestiti e le camicie, compravano perfino i polli per dare la carne fina ai feriti e agli ammalati, quando c’erano rimaste solo le galline da uova. Sette figli hanno pagato per queste opere di bene, e la madre se ne è andata con loro per crepacuore.

E qual è stata la riconoscenza? Che fino ad oggi gli americani sono stati dalla parte di quelli che ci hanno bruciato cinque volte la casa e hanno distrutto la famiglia. Sono stati loro a dirgli bravi, ai persecutori dei comunisti, del partito dei figli miei. Alla larga, da questi amici! Ti fanno morire e alla memoria dei morti e a quelli che restano dicono crepa. E non vi illudete, voi che state al governo di avere più riconoscenza se volete continuare a dividere gli italiani. Si servono di voi e poi vi buttano via, perché non stanno mai ai patti e sono amici solo del loro capitale. Hanno fatto così con l’Italia dopo il ’15-’18, uguale dopo questa guerra, e ci rubano sempre col sangue. Dicono che gli italiani sono furbi e sanno scegliere sempre il più forte. Io dico che sono minchioni se continuano a stare col prepotente e ladro, che adesso ci accarezza perché vuole gli aeroporti per metterci le bombe atomiche. Io dico agli italiani, non fatevi bruciare la casa come hanno fatto a me, salvate i vostri figli, le vostre spose, scacciate quelli che si presentano con le caramelle e portano morte e disgrazia nelle famiglie.

Quando mi dissero della morte dei figli, risposi: dopo un raccolto ne viene un altro. Ma il raccolto non viene da sé, bisogna coltivare e faticare, perché non vada a male. Avevo cresciuto sette figli, adesso bisognava tirar su undici nipoti. Dovevano prendere ognuno il posto dei padri, e bisognava insegnare tutto da capo.

(…)

Ottant’anni, e il cielo non si è ancora tutto schiarito. Torna il militare per i nipoti, e Maria, la figlia di Antenore, va sempre a fare conferenze contro la guerra e il fascismo, come faceva Aldo. Ma adesso sono milioni di persone che ci ascoltano, che sanno dei sette figli miei, e si avvicina il giorno, come diceva Aldo, che il destino di morire sarà sciolto e l’umanità penserà solo a vivere, a migliorare i campi, a fabbricare trattori, a studiare il mondo, come volevano i figli miei.

Perché non ci fermeranno più. C’è bisogno di prova? Guardate la mia famiglia: avevo sette figli, e ora ho undici nipoti. Avevamo 4 mucche, e adesso sono 54 capi di bestiame, con la produzione del grano che è salita a cinque volte quella del ’35. Eravamo mezzadri, pieni di debiti, e adesso abbiamo ancora debiti da scontare per trent’anni, ma il fondo è dei nipoti e delle nuore. Non faranno più San Martino. E quando c’è da ascoltare il padrone per fare qualche miglioria, si riunisce il consiglio di famiglia e quello che decide è ben fatto. In più, abbiamo dato sette vite alla patria.

Se c’è bisogno di dare ancora la vita, i Cervi sono pronti, e qualcuno pure sopravviverà, e rimetterà tutto in piedi, meglio di prima. Ecco perché non ci fermeranno più.

Ma cercate di capirmi, io vorrei averli vivi, i figli, ché stessero ancora vicino a me. E ogni padre di famiglia vuole la salvezza dei figli suoi. Per questa salvezza non c’è che un mezzo, che gli italiani si riconoscano fratelli, che non si facciano dividere dalle bugie e dagli odi, che nasca finalmente l’unità d’Italia, ma l’unità degli animi, l’unità dei cuori patriottici.

Queste cose non le dico ora per politica, le ho sempre pensate e se avete letto tutto il libro sapete che sono la storia della famiglia mia. Perché se fosse vero che cattolici, comunisti e socialisti non possono andare d’accordo, allora è distrutta la storia della mia famiglia, che se ha fatto qualcosa di buona, l’ha fatto perché aveva questa forza delle due fedi. Se voi dite che non si può andare d’accordo, allora la madre, che è rimasta cattolica fino alla morte, non andava d’accordo con i figli suoi, e io stesso gli ero contro, e rinnegate tutta la fede di gioventù dei figli miei, che era cristiana, e di questa presero il seme migliore e lo unirono alla grande idea comunista. Se voi dividete queste cose, allora sì i figli miei sono morti davvero e il sacrificio della mia famiglia non è mai esistito.

Io vorrei farvi sentire che cos’è avere ottant’anni, aspettarsi la morte da un momento all’altro, e pensare che forse tanto sacrificio non è valso a niente, se ancora odio viene acceso tra gli italiani.

Che il cielo si schiarisca, che sull’Italia torni la pace e la concordia, che i nostri morti ispirino i vivi, che il loro sacrificio scavi profondo nel cuore della terra e degli uomini.

Allora sì, mi sarò guadagnato la mia morte, e potrò dire alla madre dolce e affettuosa, alla sposa mia adorata: la terra non è più come quando tu c’eri, sulla terra si può vivere, e non solo morire di crepacuore. E ai figli, dirò: l’Italia vostra è salva, riposate in pace, figli miei.

 

Da I miei sette figli, Alcide Cervi – 1955

Testo completo a questo link.

 

 

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