Il Natale non è solo la festa di quel Gesù che nasceva duemila anni fa, ma è la festa di ogni nascita, di ogni bambino – riproposizione di umano e divino insieme – che è creazione e promessa di ulteriore creazioni: parole, sorrisi, fiori seminati o raccolti, gesti… Fare che nel cercare meraviglia, tanto somiglia a quello di un artista.

E non c’è da stupirsi quindi, se – come già intuiva Oscar Wilde – c’è un legame intimo e immediato tra la vera vita di Cristo e la vera vita dell’artista: la vera arte diviene spunto per un nuovo sguardo, una via per raggiungere il cielo più alto, un’occasione per ritornare al cuore dell’uomo.

Arte e Natale, visti entrambi simbolicamente, come invito a prestare il proprio personale colore ad una più grande luce che non ci appartiene, ma alla quale apparteniamo.

Questo, io sento del Natale.

Questo, il mio autentico augurio per voi.

E se cercate una strada sulla quale incamminarvi per trovare una via, un senso, una direzione in più a questo discorso, regalatevi queste parole nate da un purissimo cuore intelligente: Emmanuel Gallot–Lavallée e tratte da “Una vita da clown”.

Izis Bidermanas, L’uomo con le bolle 1952

 

 

Quale significato ha oggi l’arte? La cultura si trova in una posizione cosi dimessa…

Prima l’arte significava l’apprendimento del “bello” e favoriva nel suo sviluppo le classi agiate. L’arte rimaneva ed è rimasta per secoli semplice oggetto. Un oggetto bello era un oggetto complicato da realizzare, complesso, difficile da imitare. Era costoso e obbediva a canoni precisi. II suo valore principale era ornamentale, questo era il suo limite.

Il significato del bello oggi è da ricreare: l’arte ha uno scopo quasi energetico di elevamento – penso alle pitture del Duecento nei monasteri, le rappresentazioni della fede che trasportavano i fedeli verso la vetta della religione e alleggerivano il peso del corpo.

Ma tutto ciò si è perso.

L’arte ha una funzione particolare, di trasfigurazione; è la pioggia che lava gli occhi.

Non esiste in questo senso un oggetto artistico: è una contraddizione in termini; nessuno può possedere “qualcosa” di artistico, sarebbe come attuare una riduzione a una forma mercantile e svuotare l’oggetto del suo contenuto, trasformare l’oro in polvere. Se Van Gogh non mi aiuta a guardare l’albero di pesco nel giardino, a cosa serve un Van Gogh? Non parlo dunque della bellezza di un “campo di grano” in sé; è la relazione che crea l’arte. Di per sé un’opera non ha valore se non annuncia qualcosa di trascendentale. Guardo le ninfee di Monet e ogni lago mi pare diverso. Gli artisti seguono una via meravigliosa che nasce sulla punta del pennello, prosegue lungo l’arco delle sopracciglia dell’artista e sprofonda nell’anima dello spettatore. Ogni qualvolta uno spettatore ammira un’opera d’arte si trova ispirato dall’enfasi creativa, ne è assorto per uscire dal museo profondamente cambiato. Quello spettatore rileggerà con occhi diversi ciò che, circonda la sua realtà e magari, scendendo nella metro, vedrà nei tunnel della stazione di Austerlitz un grande campo di grano al posto dei corridoi! Tutto cambia. Gli artisti sono angeli che mostrano con la loro arte, con il pennello, con la musica, con la parola o con la scultura, un modo più completo di esistere.

L’università ha fatto dell’arte un oggetto di studio ma è una via fuorviante e dì poco conto. Ripeto, non c’è oggetto e niente da guardare. Si può imparare ad ammirare? E chi può arrischiarsi a insegnare l’arte di amare? Si ama o non si ama e basta. Il pensiero è ciò che lascia un fuoco ormai spento. La bellezza richiede un tuffo vorticoso nel guardare…

Dopo aver visto a Milano L’ultima cena di Leonardo, il pubblico è posto davanti a un dilemma: dire «che meraviglia», e poi proseguire indifferente il corso della propria vita, come se niente fosse; oppure non dire niente, assolutamente nulla. E semplicemente…cambiare specie. Realizzare in quell’istante il presupposto per cui è stata creata l’arte: aiutare l’uomo a diventare un uomo – veramente uomo – e non una caricatura di se stesso.

L’artista guarda sopra la linea dell’orizzonte, le sue braccia si allargano a formare le ali di un bianco gabbiano per meglio raccogliere in alto, sempre più in alto, i raggi di sole; la sua mente si apre all’infinito poiché la creazione consiste in un lungo e breve viaggio insieme, da dove riporterà sulla terra briciole d’oro di una visione divina del mondo.

Ma… finché l’oggetto d’arte rimane oggetto, allora sarà sempre privato del suo reale valore e solo un povero banchiere potrà portarselo via (ma portarsi via cosa, se non la propria avidità?) dopo averlo pagato caro e aver speso soldi invano. Comprare o vendere Van Gogh è scivolare su una buccia dì banana. Il museo del Louvre mi pare un luogo riduttivo, assomiglia a una modesta épicerie fine riempita di oggetti meravigliosi, certo, ma anche meravigliosamente inutili! Barattoli di sugo al pomodoro vicino a barattoli di Picasso. Oggetti dunque. Non provocazioni né indicazioni metafisiche per qualche grande avventura. Mirò non è un oggetto da guardare per “arricchirsi”; due secondi possono bastare. Saranno sempre troppi. L’artista propone un’altra visione, una possibilità – altamente pericolosa – di concepire il colore e i confini della propria esistenza. I colori… Dopo aver visto Gauguin…quei colori, sono entrati o no nella pelle dell’amante dell’arte? Finché avremo degli zoccoli al posto delle scarpe avremo difficoltà a “leggere” le opere d’arte. «Se un uomo tratta la vita artisticamente il suo cervello è nel cuore», diceva Wilde. Lì, dunque, risiede il passaggio verso il sole. Oggi l’uomo si crede al centro del mondo, mentre sta girando intorno al proprio ombelico. Non sarà sempre così e i miracoli accadono…

A proposito, raccontami ciò che hai visto ieri!

Ieri? Ieri ho visto un uomo uscire dal Musée d’Orsay…

Poi?

Poi… Si è diretto risolutamente verso un albero di fronte al museo. E dopo esservi salito sopra con grazia, quell’uomo è rimasto lì per un po’… Aspettava credo, mentre le zanzare gironzolavano intorno a lui. Che ci fa un uomo su un albero?, mi sono chiesto incuriosito. Mi sono avvicinato. Quando il sole ha cominciato a calare – erano le sei, se ricordo bene – l’uomo ha guardato un fringuello, ha sorriso e ha deciso di seguirlo, agitando le braccia come fossero ali. Mentre passava sopra di me, mi ha fatto un grande saluto alzando il suo cappello. In quell’istante ho pensato che si era semplicemente scordato dì cadere per terra, sono cose che d’altronde possono capitare a tutti – anche a me: ieri mi sono scordato dove avevo lasciato la bicicletta. Ma lui non aveva dimenticato niente, o per meglio dire, si era scordato di tutto. Aveva dimenticato – con naturalezza- tutto ciò che

aveva imparato prima. Naturalmente, ripeto. Dopo aver guardato un’opera d’arte si era messo a volare perché questo chiedeva l’opera d’arte.

L’arte può dunque ritrovare il suo ruolo?

Forse… Sicuramente, nel senso che è l’unica possibilità che rimane. L’unica possibilità è tornare al grande big-bang iniziale, la prima risata del clown, la luce del primo stupore. To be or not to be, ad

ogni istante! Parlo dunque di un ritorno a un comportamento non più selvatico ma aperto, totalmente; non con larghe finestre e grandi porte spalancate. Porte finestre talmente spalancate che si spalancano pure le mura. Tutto si spalanca, si sbilancia, si spalanca…

Semplicemente senza porte e senza finestre. Senza mura, soprattutto. Pavese diceva: “È bellò vivere perché vivere è cominciare, sempre; ad ogni istante». Ecco tutto! Ma non si tratta di un lasciare andare… Di un necessario e intenso viaggio verso il cuore delle cose; il ritorno verso l’arte è un ritorno al cuore dell’uomo. Oggi il mondo è un buco nero per se stesso, dove gli esseri divorano la pallida luce emessa dalla gioia. Ultimi raggi…

 

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