Non è possibile evocarlo se non ricorrendo ai poeti, ai poeti che chiudono nel loro cuore questi ricordi come gli Altari custodiscono le sacre particole nei tabernacoli!

Udii fra il sonno le ciaramelle…

Vi ricordate la poesia del Pascoli?

… ho udito un suono di ninne-nanne…

… Le ciaramelle, la piva, le cornamuse; le care, le dolci musiche di Natale che sentono d’ombra, di muschio, che si circondano dell’aria calda e umida delle stalle… I contadini della nostra Lombardia nei tempi patriarcali ed anche dopo vi passavano le lunghe sere d’inverno. Credo che oggi le abbiano disertate o che – quanto meno – vi ascoltino la radio.

Se la letteratura italiana – lasciatemelo dire così di volo – anziché cibarsi dei classici rosicchiando i fossili, fosse entrata in quelle stalle ad ascoltare le fole delle vecchiette ai nipotini, se si fosse occupata più della gente che dei libri, vivrebbe ora di una vita sua, di una vita vera che purtroppo invece deve accontentarsi di invidiare agli altri.

Così la Natività di Cristo risplende nella tradizione popolare in un’aureola di poesia.

Ecco l’Annunciazione, ecco il momento unico per la Terra. È la promessa dell’Angelo che l’Umanità sarà redenta, che il Figlio di Dio verrà e la farà salva.

E la Terra in quel punto – così vuole la tradizione popolare – fu colta da stupore. La natura tutta cadde in catalessi; «il cielo immobile, l’aere attonito, l’uomo che attendeva alle sue faccende, contro sua voglia, ristette, l’erba cessò di crescere…» Fu un attimo e poi le creature e le cose ripresero i loro movimenti.


Al mistero della Natività si accompagna così un’altra leggenda.


La nostra gente dei campi non si coricava la notte di Natale. Soleva attendere la venuta del Divin Fanciullo alzata, nelle stalle. Allo scoccare della mezzanotte le bestie – come si racconta – riacquistavano la parola, parlavano. Forse l’asino e il bue nella grotta di Bethlem avevano lodato Dio coi pastori e cogli Angeli in un solo, immenso inno di grazia. I semplici contadini, a lato delle loro vacche e dei loro vitelli, aspettavano dunque ansiosamente il miracolo ma sapevano che soltanto l’uomo incolpevole avrebbe potuto intendere le parole delle bestie. Profondità della favola! Solo ai puri di cuore è concesso il privilegio di spiare dalle soglie proibite, di comunicare cogli esseri inferiori, di udire al di là. Tutti gli altri rimangono ciechi e sordi, chiusi nella torre che i loro peccati hanno costruita e che solo la morte schiuderà per un più duro castigo.

Se il Natale in campagna era una festa prevalentemente religiosa ed austera, in città – da Sant’Ambrogio alla Vigilia – si ascendeva in letizia di giorno in giorno fino alla pazza gazzarra della notte del ventiquattro dicembre.

Oggi a Milano chi più si accorge che siam sotto alle Feste? Tutti i giorni si assomigliano ed è un ben triste spettacolo! Ma prima di guerra, avvicinandosi il Natale, circolava veramente un’atmosfera di calda intimità. I nostri bambini sentivano che tutto si faceva per loro, che erano essi il centro di ogni cura.

In un cortiletto coperto di corso Vittorio Emanuele avevano nel «Presepio Meccanico» il loro teatro con una rappresentazione unica – mezzo sacra e mezzo profana – immutata chissà da quanti anni.

La prima parte dello spettacolo era dedicata alle macchiette cittadine. C’era la vecchietta che ragionava sull’uscio di casa:

«Anca vu Filomena ve lamenteeee… del lavorà che va minga nè innanz nè indreeee?»

Passava l’arrotino (el moletta) colla sua carriola e intanto che passava diceva:

«Mulitta… mulitta… mulitta… mulitta…» imitando col suo verso il cigolìo delle ruote.

Poi veniva in scena una donnetta con un secchiello:

Dove la va sciora Caterina

con quella caldarina?


Se la me ven adree
la

ved che voo in del lattee…

Dopo le macchiette c’era la sacra rappresentazione. Si vedeva – con terrore dei bambini – la Strage degli Innocenti. Per la gran scena finale tutto il presepio meccanico era in frenetico movimento! Le madri correvano pazzamente, tenendo i loro bimbi in alto, così, sopra la testa e gli sgherri dietro, colle spade alle reni; urli, strilli e rumore di ferramenta! E finalmente, dalla sua reggia sul monte, erompeva Re Erode, pazzo anche lui perché nella strage gli avevano ammazzato per errore il figliuolo e con un grido selvaggio si trafiggeva, lì, davanti a tutti, e calava la tela!

La Natività è intimamente legata nei miei ricordi con Sant’Alessandro, colla chiesa ove sono stato battezzato.

Ci si andava che era notte ancora per la Messa solen­ne dell’alba detta da Padre Gazzola il Preposto. C’era in chiesa una festa di lumi, un calore d’intimità familiare. Al «Sanctus» brillava improvvisa davanti all’altar maggiore la stella dei Re Magi.

Dopo la Messa la tradizione voleva che s’andasse al Caffè Biffi in Galleria pel caffè e latte colle paste.

Si rincasava a giorno chiaro. Per le strade – mi ricordo – c’erano degli strani gruppetti. Gente vestita bizzarramente. Ballavano e distribuivano foglietti. Erano i Salutisti che sotto il naso dei milanesi esterrefatti festeggiavano il Natale a modo loro cantando canzonette ingenue:

Or sì che siam salvati

salvati dall’amore

Trullalà, trullalà!

Coi loro balletti in mezzo al via-vai cittadino raggiungevano il sublime nel ridicolo:

Or sì che siam salvati

salvati dall’amore

Trullalà, trullalà!

Nelle ore tarde del pomeriggio la città lentamente si spopolava…

Dalle sei alle sei e mezza quando poi scoccava l’ora

de la gran pacciada

per el Santo Natal…

non c’era per le vie che qualche ritardatario lungo i muri che s’affrettava. Si sentiva ormai che tutti avevano una casa, una tavola, una famiglia. Anche quei poveri diavoli costretti a vivere tutto l’anno sull’albergo, la sera di Natale erano ospiti della padrona, lasciavano il loro malinconico tavolino a un coperto per un’allegra cenetta familiare.

E il ricordo del gran giorno durava per qualche tempo nei discorsi della gente.

Così, una sera di Santo Stefano, ho colto per strada da parte di un buon bergamasco, forse ospite di qualche suo parente a Milano, queste parole di lode per il pranzo natalizio:

«Gh’ò majatt la mostarda!»

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