EDWARD HOPPER, Sera a Cape Cod, 1939Noi è il tempo

Nel cuore della domanda su quanto le scene di Hopper siano influenzate da un imprigionamento, o almeno da una limitazione, resta oscuro il problema dei nostri rapporti con il tempo: cosa ce ne facciamo del tempo e cosa fa il tempo a noi? Nei quadri di Hopper ad accadere sono le cose che hanno a che fare con l’attesa. Le persone di Hopper paiono non avere occupazioni di sorta. Sono come personaggi abbandonati dai loro copioni che ora, intrappolati nello spazio della propria attesa, devono farsi compagnia da sé, senza una chiara destinazione, senza futuro.

Tristi rifugi del desiderio

Nei quadri di Hopper possiamo guardare le scene più familiari e sentire che sono essenzialmente remote, addirittura sconosciute. I personaggi guardano nel vuoto. Paiono essere altrove, persi in una segretezza che i dipinti non possono svelare e che noi possiamo solo cercare di indovinare. E’ come se fossimo spettatori di un evento cui non siamo in grado di dare un nome. Sentiamo la presenza di ciò che è nascosto, di ciò che senza dubbio esiste ma non viene rivelato. Formalizzando l’intimità, fornendole uno spazio in cui può venire osservata senza essere violata, il potere di Hopper viene esercitato nei nostri confronti con estremo tatto. Congiungiamo la reticenza dei suoi dipinti con la nostra, e la nostra simpatia aumenta. Le stanze di Hopper diventano tristi rifugi del desiderio. Vogliamo saperne di più di ciò che accade al loro interno ma, ovviamente, non è possibile. Il silenzio che accompagna il nostro guardare sembra accrescersi. Ci turba. Vogliamo andare oltre. E qualcosa ci spinge a farlo, nell’attimo stesso in cui qualcos’altro ci costringe a restare fermi. Ci pesa addosso come solitudine. La distanza tra noi e ogni altra cosa cresce.

Toni e lacune

I quadri di Hopper sono brevi attimi isolati di descrizione che suggeriscono il tono di ciò che li seguirà proprio mentre portano in primo piano il tono di ciò che li ha preceduti. Il tono ma non il contenuto. Le implicazioni, ma non i segni evidenti. Sono saturi di suggestioni. Più sono teatrali, simili a messe in scena, più ci spingono a immaginare cosa succederà poi; più sono fedeli alla vita, più ci spingono a costruire la narrazione di ciò che ha avuto luogo in precedenza. Ci attraggono quando un’idea di transizione non può essere troppo discosta dalla mente: dopo tutto, ci stiamo avvicinando oppure allontanando dal quadro. Il tempo che trascorriamo insieme al dipinto deve comprendere – se abbiamo coscienza di noi stessi – ciò che il quadro rivela sulla natura della continuità. I quadri di Hopper non sono lacune in un fertile continuum. Sono tutto ciò che si può racimolare da una lacuna ombreggiata non tanto dagli eventi di una vita vissuta quanto piuttosto dal tempo prima della vita e dal tempo susseguente. Su queste lacune è sospesa l’ombra della tenebra che fa sembrare sentimentale e incongrua qualsiasi narrazione noi costruiamo intorno a loro.

Mark Strand, EDWARD HOPPER, Un poeta legge un pittore

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