Jean Baudrillard ha dedicato all’evento dell’ 11 settembre due brevi scritti, Lo spirito del terrorismo e Power inferno; vi enuncia la sua tesi: durante gli anni Novanta c’è stato lo sciopero degli eventi. Con questa metafora egli traduce quella che sarebbe stata la stagnazione euforica di quel decennio, come se nulla fosse accaduto. Baudrillard è un apocalittico allegro che sembra a proprio agio solo nel bel mezzo di eventi catastrofici. In fondo, scrive, noi tutti abbiamo desiderato inconsapevolmente che la storia si disincagliasse, che uscisse dalla sua condizione di «fine» e riprendesse il suo viaggio procelloso: abbiamo desiderato la fine di una potenza che era diventata tanto egemonica da rendere inaccettabile la sua forza e unicità. La stessa produzione filmica degli ultimi decenni sembrava invocare la catastrofe: L’inferno di cristallo, 1997. Fuga da New York, Independence Day, evidenziavano il fantasma del crollo e della distruzione.

Le Torri hanno reagito al suicidio dei terroristi con il suicidio della loro stessa architettura. La tesi di fondo di Baudrillard è metafisica e insieme morale: il Bene e il Male «sono irriducibili l’uno all’altro e il loro rapporto è inestricabile»; crescono insieme, contemporaneamente, secondo un medesimo movimento. L’irruzione della morte sulla scena mondiale «è più che reale: simbolica e sacrificale – l’evento assoluto e senza appello».

I terroristi hanno dunque spostato, la sfida nella sfera simbolica, dove la regola è sempre quella del rilancio: «Una lotta tale che alla morte si possa rispondere solo con una morte uguale o superiore. Sfidare il sistema con un dono al quale esso non può rispondere se non attraverso la propria morte e il proprio crollo». È la logica del dono, del potlach, descritto dagli antropologi Bronislav Malinowski e Marcel Mauss, poi teorizzato da Georges Bataille: al dono si deve rispondere con un altro dono, superiore a quello ricevuto, fino a che l’oscillazione di doni e contro-doni conduce alla dépense totale; il dono segue una logica rovesciata, eccessiva, rispetto allo scambio, che è invece simmetrico ed equilibrato.

Il suicidio dei terroristi lanciati a morte contro le Torri non è un gesto di eroismo individuale, ma va letto come un atto sacrificale «suggellato da un’esigenza ideale». E’ religioso e arcaico. La domanda che Baudrillard si pone è perciò: nel crollo del WTC la realtà ha superato la finzione? La sua risposta è positiva: la realtà «ne ha assorbito l’energia divenendo essa stessa finzione». Egli arriva a sostenere che la realtà è gelosa della finzione: il reale è geloso dell’immagine e conduce con essa una specie di duello «a chi sarà il più inimmaginabile». Il film catastrofico di Manhattan che abbiamo visto sui nostri televisori unirebbe i due punti più alti della fascinazione di massa del xx secolo: la magia bianca del cinema e la magia nera del terrorismo.

L’idea che Jean Baudrillard sviluppa è quella di un’assenza di realtà: tutto quello che accade è una ripetizione, come la guerra in Afganistan e quella in Iraq sono eventi che ripetono eventi già accaduti, sono déjà-vu, e perciò non-eventi, accadimenti che non hanno veramente luogo. In questo modo, si può concludere – anche se poi Baudrillard non lo fa – che lo sciopero degli eventi si è trasformato in una serie di non-eventi, e dunque tutto procede come prima: il reale è messo fuori gioco.

Marco Belpoliti, Crolli, Einaudi

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