Una vigna che sale sul dorso di un colle fino a incidersi nel cielo, è una vista familiare,
eppure le cortine dei filari semplici e profonde appaiono una porta magica. Sotto le viti è
terra rossa dissodata, le foglie nascondono tesori, e di là dalle foglie sta il cielo. È un cielo
sempre tenero e maturo, dove non mancano – tesoro e vigna anch’esse – le nubi sode di
settembre. Tutto ciò è familiare e remoto – infantile, a dirla breve, ma scuote ogni volta,
quasi fosse un mondo.

La visione s’accompagna al sospetto che queste non siano se non le quinte di una scena
favolosa in attesa di un evento che né il ricordo né la fantasia conoscono. Qualcosa
d’inaudito è accaduto o accadrà su questo teatro. Basta pensare alle ore della notte, o del
crepuscolo, in cui la vigna non cade sotto gli occhi e si sa che si distende sotto il cielo,
sempre uguale e raccolta. Si direbbe che nessuno vi ha mai camminato, eppure c’è chi la
lavora a tralcio a tralcio e alla vendemmia è tutta gaia di voci e di passi. Ma poi se ne
vanno, ed è come una stanza in cui da tempo non entra nessuno e la finestra è aperta al
cielo. Il giorno e la notte vi regnano; a volte vi fa fresco e coperto – è la pioggia -, nulla
muta nella stanza, e il tempo non passa. Neanche sulla vigna il tempo passa; la sua
stagione è settembre e torna sempre, e appare eterna. Solamente un ragazzo la conosce
davvero; sono passati gli anni, ma davanti alla vigna l’uomo adulto contemplandola ritrova
il ragazzo. Il sospetto di ciò che deve – che è dovuto – accadere, la mantiene la stessa e
risuscita nel ricordo l’infanzia. Ma nulla è veramente accaduto e il ragazzo non sapeva di
attendere ciò che adesso sfugge anche al ricordo. E ciò che non accadde al principio non
può accadere mai più.

Se non forse sia stata proprio quest’immobilità a incantare la vigna. Un sentiero
l’attraversa all’insù, dimezzando i filari e tagliando una porta sul ciclo vicino. Il ragazzo
saliva per questi sentieri, vi saliva e non pensava a ricordare; non sapeva che l’attimo
sarebbe durato come un germe e che un’ansia di afferrarlo e conoscerlo a fondo l’avrebbe
in avvenire dilatato oltre il tempo. Forse quest’attimo era fatto di nulla, ma stava proprio in
questo il suo avvenire. Un semplice e profondo nulla, non ricordato perché non ne valeva
la pena, disteso nei giorni e poi perduto, riaffiora davanti al sentiero, alla vigna, e si scopre
infantile, di là dalle cose e dal tempo, com’era allora che il tempo per il ragazzo non
esisteva. E allora qualcosa è davvero accaduto. È accaduto un istante fa, è l’istante
stesso: l’uomo e il ragazzo s’incontrano e sanno e si dicono che il tempo è sfumato.
L’uomo sa queste cose contemplando la vigna. E tutto l’accumulo, la lenta ricchezza di
ricordi d’ogni sorta, non è nulla di fronte alla certezza di quest’estasi immemoriale. Ci sono
cieli e piante, e stagioni e ritorni, ritrovamenti e dolcezze, ma questo è soltanto passato
che la vita riplasma come giochi di nubi. La vigna è fatta anche di questo, un miele
dell’anima, e qualcosa nel suo orizzonte apre plausibili vedute di nostalgia e di speranza.
Insoliti eventi vi possono accadere che la sola fantasia suscita, ma non l’evento che
soggiace a tutti quanti e tutti abolisce: la scomparsa del tempo. Questo non accade, è;
anzi è la vigna stessa.

Davanti al sentiero che sale all’orizzonte, l’uomo non ritorna ragazzo: è ragazzo. Per un
attimo, in cui giunge a far tacere ogni ricordo, si trova entro gli occhi la vigna immobile,
istintiva, immutabile, quale ha sempre saputo di avere nel cuore. E non accade nulla,
perché nulla può accadere che sia più vasto di questa presenza. Non occorre nemmeno
fermarsi davanti alla vigna e riconoscerne i tratti familiari e inauditi. Basta l’attimo
dell’incontro e già il ragazzo e l’uomo adulto han cominciato il loro dialogo che, ricco di
giorni, dall’inizio non muta.

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