Ed ecco, arriva agosto, mese del parossismo dei rumori nelle città storiche e dell’esodo delle badanti. E l’astinenza da badanti somiglia alle crisi da eroina o da psicofarmaci: finché loro ci sono, vecchiaie e solitudini sono “tenute a bada”. Badano a questo, essenzialmente, a esorcizzare demoni, spettri, ombre paurose, che incombono sulle famiglie in conseguenza dei trionfi della medicina, che allungando implacabilmente l’esistenza materiale regala a tutti i peggiori anni delle nostre vite.

Ma ingegno umano e circostanze storiche hanno prodotto il rimedio: la Badante. Vengono dall’Est (principalmente Romania e Polonia), dal Nordafrica, dal Sudamerica povero (Brasile, Perù, Caraibi…); già prima che l’afflusso si facesse massiccio, l’accaparramento di filippine leggendarie, che si assumevano a vita e badavano a tutto, consolazione di signore facoltose, era in atto in Italia, senza assumere connotazione di fenomeno sociale. Alte quanto una gamba di corazziere, ad una leggera evocazione della padrone, comparivano silenziose, tornavano dopo un quarto d’ora col vassoio del tè pronto, servivano a tavola col rigore e la perfezione di un manuale. Prima del Novanta e passa, la badante nell’accezione odierna, sostantivo che si tinge a poco a poco di professione, non esisteva. È una creazione del connubio tra emigrazioni di massa e decadimento inesorabile di una nazione ipernutrita e invecchiante sempre più nel rimbambimento, nell’inutilità forzata, nelle depressioni e nelle incontinenze.

I nonni , finché servono, faticano da Zio Tom; poi, nei casi fortunati, la badante arriva a scampare i loro interminabili ultimi giorni dalla nequizia della Casa di Riposo. Ricordo la vedova (dal ‘62 mi pare) di Ennio Flaiano, cui i diritti cinematografici del marito consentivano un piccolo appartamento in un residence dorato, in un posto rasserenante, dove le erano serviti pasti esclusivamente da lei ordinati: e nei suoi occhi, povera Rosetta, non brillava nessun sorriso, nessuna gioia… La rallegravano un poco le visite di una giovane amica che le faceva letture: poi ripiombava nella sua affabile e incurabile malinconia. Invece Montale, con la sua Gina che pensava (badava) a tutto, ebbe una vecchiaia da Nobel scettico e sempre lucido; ma non conobbe la sventura degli Ottant’anni inoltrati.

Viene l’agosto e già a luglio è il panico, nelle famiglie. — La Costantina sarà via dal 4 al 31. Lei è unica, la mamma non vuole nessun’altra, mi fa scenate. Saremo inchiodati qui! — I cellulari raccattano sfoghi indicibili. Trovare una badante esperta usa-getta non è facile. Le badanti partono, gli aerei sono pieni di badanti che tornano a casa, le case dei vecchi soli si riempiono di disperazioni. È il male d’agosto: malattia, malessere, disagio di gente che non può più essere libera, che vive della schiavitù di altri. Perché la società si è organizzata, nelle forme ritenute più progredite (dunque le più sorvegliate) in base a catene senza fine di schiavitù, sradicando le autonomie, imponendo i doveri in ogni atomo d’esistenza, perseguitando il sogno, fino a suscitare vocazioni e rivolte criminali.

Per le pressanti richieste che ha, la badante deve ubbidire alla condanna di agosto: o adesso, che tutto stagna e si svuota, o perdere il posto, mancare all’obbligo. Arrivate a casa, è un faticare da Dio di tipo diverso: lavori agricoli, cucine famigliari, assistenza gratis a chi non vede l’ora di sfruttarle per gratitudine del denaro ricevuto. In genere, non sono partenze giubilanti. Può essere in parte disintossicante sfuggire alla penosa cadenza dei loro affidati segnati da Alzheimer, affetti da mali cronici di schiena che richiedono sforzi di sollevamento, con bocche sgarbate, ordini esasperanti, ripulse di scontenti. Se c’è un soffio di amore, o almeno di simpatia umana, perfettamente incongruo in questo brulicare mostruoso di costruzioni, già intravedi una luce, una possibilità di altro, nella ripetizione insignificante di motivi immutabili.

Metto tra le benemerenze ignote delle badanti, la difesa del tutto impensabile della lingua e dell’identità italiana. Eppure è così: il loro italiano, all’inizio elementare ma via via più fluente e arricchito dall’umanità con i loro assistiti (oggetti casalinghi, nomenclatura ortofrutticola, gergo medico, paramedico, farmaceutico, ortopedico, problemi di salute, confidenze immancabilmente ricevute di situazioni famigliari, osservazioni sapide sui governi italiani, sfoghi sulla vita, partecipazione a lutti, qualità eccelse di nipotini, modi di condire spaghetti), il loro italiano, dico, è incontaminato . Se ne togli la barbarie universale dell’OK, l’italiano badantofonico è prodigiosamente libero dalle bestiali locuzioni che ininterrottamente entrano senza più uscirne nell’italiano corrente parlato e scritto, dei colti, dei semicolti, dei parlamentari, dei giornalisti. Quanto a ministri e primi ministri sono ormai fuori dall’identità italiana, che invece arride alle badanti dopo tre mesi di contatti, quell’identità che ha scelto, come estremo rifugio, l’inflessione d’altre contrade e diserta sdegnata gli aliti fetidi dei malparlanti nazionali.

La badante italofona ha una superiorità sul turista arrogante che in quanto di nascita anglofona, o angloparlifero per bilinguismo, viene in Italia e sparpaglia esclusivamente il suo inglese di occupatore linguistico senza conoscere una sola parola di italiano, senza portarsi nella borsa neppure un dizionarietto tascabile dove scoprire che egg si dice uovo e son of a bitch, gustosamente, figlio di puttana . Forse, un giorno, ex badanti sulla cinquantina insegneranno l’italiano, resistendo duramente contro presidi e infami decreti ministeriali che vorrebbero imporre ai gorbetti lezioni in inglese informatico e la versione inglese dell’ Addio monti manzoniano.

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