Non volevo salire su questo treno. Quando ho visto i vagoni strapieni ho proposto a papà di prendere quello dopo. Lui ha fatto spallucce e mi ha spinto in avanti. Altri passeggeri sono riusciti a infilarsi assieme a noi e a incastrati fra gli altri viaggiatori che erano già stipati come sardine.

Sono stretto fra un rockettaro di periferia, con i pantaloni e la giacca di cuoio, e una suora che sa di caramelle all’anice. Soffoco. Ho l’impressione di essere tagliato a pezzi: braccia, gambe, testa, torace, niente si tiene più insieme.

Alla stazione successiva il rockettaro, per uscire, si incunea nella massa di corpi aggrovigliati che lo imprigionano. Il mio maglione si è impigliato in un chiodo della sua cintura e devo lottare per evitare che mi trascini con sé. Degli altri passeggeri si riversano nel vagone e sento i polmoni svuotarsi come un pallone stretto fra le mani. Ora mi trovo con il volto schiacciato contro una schiena anonima e non vedo più niente.

Dopo un po’ sento la voce di mio padre che dice:
«Preparati, scendiamo alla prossima. »

Cerco di liberarmi, ma non trovo più le mie membra. Impossibile disincastrare un braccio, muovere una gamba, appoggiarsi su un piede. Riesco solo a girare la testa, a riconoscere il parka verde di mio padre che si fa strada fra la folla, a vederlo allontanarsi sul binario senza girarsi, senza assicurarsi che lo stia seguendo. Cerco di chiamarlo, ma una nuova onda umana mi sommerge, mi respinge nel buio e nel silenzio.

Non so quanto tempo è durato il tragitto.

Quasi subito smetto di contare le stazioni, quasi subito perdo la speranza di uscire da quella mischia. Poi sento allentarsi la pressione intorno a me, sento l’aria circolare liberamente, e capisco che ci stiamo avvicinando al capolinea. Infatti l’altoparlante annuncia:

«Prossima fermata Bisceglie, capolinea. Tutti i passeggeri sono pregati di scendere.»

Scendere? Sì, ma come? Mi sembra di fluttuare, di essere diventato così leggero da non poter mettere mai più piede a terra. Mi concentro disperatamente, ci metto tutta la mia volontà, ma non riesco a muovermi, a compiere il più piccolo movimento.

Poi sento dei passi. Penso: «Deve essere un agente della sicurezza venuto a controllare che le carrozze siano vuote. Mi aiuterà ad uscire». La porta si apre. Una voce dichiara: «Nessuno».

La porta si richiude.

In quel momento capisco che non esisto più.

Annunci