Un uomo annega mentre sta nuotando lungo la riviera di Barcola, a Trieste. Portato a riva, viene soccorso da due medici che si trovano lì per caso a prendere il sole e a bagnarsi nel mare, ma muore. In attesa di essere portato via, il cadavere viene adagiato sulla riva e coperto da un telo. Una fotografia, pubblicata dal “Piccolo” di Trieste e riprodotta sul “Corriere”, mostra quel corpo senza vita in mezzo ai bagnanti che, vicinissimi, come accade su un’affollata spiaggia d’estate, non si scompongono minimamente e continuano a tuffarsi, a prendere la tintarella, stendere il materassino, ungersi flaccide adiposità’, leggere il giornale o forse anche un libro che parla, con emozione e poesia, della vita e della morte.

Il morto, che dovrebbe essere almeno per cinque minuti protagonista d’una tragedia, il centro dell’attenzione e dello sgomento, è un’infima comparsa marginale, irrilevante in quell’immagine di un’estate; quei corpi intorno a lui vogliono godere il sole e il mare: e il suo, che non può più’ godere e amare, è’ messo da parte come un rifiuto. Il telo che lo copre sembra non tanto un rispetto per lui e per l’inviolabile, universale mistero che gli è accaduto e in cui egli è entrato, quanto un riguardo verso i bagnanti, perchè non siano turbati dall’intollerabilità’ e dall’impudenza della morte. Solo un bambino guarda incuriosito quella sagoma a terra, forse senza capire bene cosa sia successo, come un cane che fiuti qualcosa di ignoto.

Quell’istantanea di una crudele e assoluta indifferenza dinanzi all’evento fondamentale e più scandaloso che si possa immaginare, la morte di un uomo, ha provocato ovviamente sdegnate proteste, lettere e telefonate al quotidiano triestino, amari commenti. Quei bagnanti, che si trovano lì per caso, c’entrano poco con questa epifania del – la miseria umana; come quasi tutti noi in molti atti della nostra vita, sono casuali attori che obbediscono a un copione stereotipo e a un regista spietato, si muovono automaticamente, come la regia ha previsto che si muovessero in quella mattina d’estate al mare. Assomigliamo quasi tutti (visto che quasi tutti siamo non uomini, ma, come direbbe Sciascia, quaquaraqua’) a quelle figure che, allo scoccare delle ore, escono dalla torre dell’orologio di alcuni municipi medievali e sfilano in tondo, mentre di sotto la gente, nella piazza, li sta a guardare.

Non so cosa avrei fatto se mi fossi trovato là in quel momento, cosa tutt’altro che inverosimile, visto che ogni giorno d’estate vado a tuffarmi in mare da quella riva. Avrei certo cercato di soccorrerlo mentre annegava, ma è molto più facile aiutare un vivo che tributare veramente rispetto a un morto, perché dinanzi alla morte (che, se è fissata veramente in faccia, scardina la nostra vita ben educata e perbene) siamo quasi sempre impacciati e repressi puritani che non osano fare i conti con la gloria, la fragilità e la vergogna della carne.

Mi chiedo, guardando quella fotografia, che cosa avrebbero potuto fare quei bagnanti: alzarsi, andare a casa, spostarsi di qualche centinaio di metri? Non a caso i riti esistono per aiutare a comportarsi in situazioni in cui, come in questo caso, quasi ognuno, da solo, è impotente e interdetto. Non sottovaluto l’insolenza di quella promiscuità, perché le forme hanno sempre un’autentica sostanza e non è la stessa cosa ridere a un metro o a cinquecento metri di distanza da un uomo che muore o è morto. Ma sarebbe bastato spostarsi, andar via?

Certo, si poteva, per esempio, pregare. Ma pregare in pubblico è difficile: quasi nessuno, a meno che non faccia professione di devoto e sia conosciuto come tale, lo osa. Anche la preghiera, come la carne, da’ scandalo: non si ha coraggio di pregare, come non si ha coraggio, a un pranzo, di rifiutare di ingozzarsi anche se non se ne ha voglia. Pure se non l’ascolta nessuno, una preghiera può dire un’esigenza di redenzione del dolore, esigenza che resta viva anche se si ritiene che quella redenzione non c’è’ o non ci sarà.

In un’umanità fraterna e libera, quella fotografia potrebbe anche essere un’immagine buona, l’immagine di una solidarietà fra i vivi e i morti, di una capacità di stare accanto ai morti senza averne paura o ripulsa, accogliendoli con carità e semplicità, integrando la morte nella vita, come fa l’Eros, che non teme la morte, perché sa abbracciarla e stringerla e continuare ad amare e a desiderare chi si ama anche oltre la morte.

Ma su quella riva nessuno abbraccia il morto, bensì’ cerca di non vederlo, e così quella fotografia è il ritratto verace dell’indifferenza della vita e del trionfo della morte, del deficit dell’universo, del buio insensato che lo risucchia anche nei giorni d’estate quando si cerca di ignorarlo facendosi abbagliare dalla luce, del caso accidentale e fortuito che governa l’esistenza e colpisce senza significato e senza pietà. Bisogna continuare a vivere, si dice dopo ogni morte: e Bernanos si chiedeva se non fosse proprio questo l’orribile. A quel nostro fratello sotto quel telo, noi, presenti più o meno tutti in quella fotografia, possiamo soltanto chiedere perdono.

Articolo scritto nell’agosto del 1997

UTOPIA E DISINCANTO, Storie speranze illusioni del moderno, Claudio Magris

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