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Il giorno del bombardamento allo stabilimento della Dalmine avevo sei anni. Io e i miei cugini in quel mattino del 6 luglio 1944, eravamo nel cortile a giocare quando abbiamo visto il cielo oscurarsi e sentito un rumore assordante provenire da Dalmine. Nel momento in cui abbiamo sentito sganciare le prime bombe siamo saliti in solaio per vedere meglio.

I piloti sganciarono gli ordigni presumendo che lo stabilimento fosse deserto ed infatti nel momento in cui notarono il fuggi fuggi degli operai che scappavano, conclusero l’operazione militare, scaricando il resto delle bombe verso il fiume Brembo.

Solo allora cominciarono a suonare le sirene d’allarme e fu questo ritardo, causato volontariamente dalla dirigenza dell’azienda che non voleva interrompere la produzione filo-nazista, che fece passare alla storia l’episodio del 6 luglio 1944: statisticamente verrà ricordato per il maggiore numero di maestranze decedute, nel corso di una singola azione di bombardamento, sul territorio Italiano.

Il giorno dopo con mia mamma ed in bicicletta, andammo a vedere lo stabilimento in località “Bagina”. Dall’esterno si notavano buche profonde create dalle bombe e capannoni distrutti. In questo contesto gli operai scampati si erano messi a recuperare le vittime, per raccoglierle poi nella chiesetta di San Giorgio: oltre 270 i corpi, senza considerare i tanti mutilati e feriti.

Solo in seguito i poveri operai deceduti vennero portati dalla chiesa al loro paese d’origine e ricordo bene la scena riguardante le vittime di Osio Sopra. In piazza arrivò un camion, sul cui pianale erano distesi i cadaveri dal quale ogni familiare prendeva poi il proprio caro. Fra di loro ricordo gli amici di mio papà – a quel tempo prigioniero in Africa degli americani – Pinotti Isaia e Brugali Teodoro.

(Da Memorie di Giancarlo Pelicioli)

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