«Buonanotte, Nick,» disse Daisy.

Il suo sguardo mi abbandonò per mirare verso la parte più alta ed illuminata dei gradini dove la musica di “Three o’Clock in the Morning”, un piccolo valzer di quell’anno, grazioso e triste, giungeva attraverso la porta aperta. Dopo tutto, nella grande apatia delle feste di Gatsby, c’erano dei momenti romantici che erano completamente ignoti al suo mondo. Cosa c’era in quella musica che sembrava la richiamasse indietro? Cosa sarebbe accaduto ora, in quelle ore confuse ed imprevedibili? Forse sarebbe arrivata un’ospite incredibile, un personaggio rarissimo di cui stupirsi, una fanciulla autenticamente radiosa che con la freschezza di uno sguardo a Gatsby, nell’istante di un magico incontro, avrebbe annullato quei cinque anni di devozione assoluta.

Rimasi fino a notte fonda. Gatsby mi chiese di restare finché  non fosse stato più libero ed io mi attardai in giardino finché l’inevitabile gruppetto della nuotata notturna non rientrò di corsa, infreddolito ed euforico, dalla spiaggia scura e si spensero le luci nelle stanze degli ospiti al piano di sopra. Quando scese i gradini, alla fine, la pelle abbronzata del suo viso era insolitamente tesa; aveva gli occhi lucidi e stanchi.

«Non le è piaciuto», disse quasi subito.

«Al contrario.»

«Non le è piaciuto», insisté lui. «Non s’è divertita.»

Era silenzioso ed io facevo congetture sulla sua impalpabile depressione.

«Mi sento molto lontano da lei,» disse. «È difficile farle capire.»

«Intendi il ballo?»

«Il ballo?» Scartò tutti i balli che aveva dato con uno schiocco di dita. «Vecchio mio, i balli non sono importanti.»

Pretendeva che Daisy andasse da Tom e gli dicesse nientemeno: “Non ti ho mai amato.” Dopo aver cancellato tre anni con questa frase, avrebbero potuto decidere quali fossero le misure più pratiche da prendersi. Una delle quali sarebbe stata che, quando lei fosse tornata libera, loro sarebbero rientrati a Louisville per sposarsi nella sua casa – proprio come cinque anni prima.

«E lei non capisce», disse. «Prima mi seguiva. Passavamo ore e ore…»

Troncò e cominciò a passeggiare su e giù per un sentiero desolato, di bucce di frutta, carte e fiori calpestati.

«Non le chiederei troppo», rischiai. «Non si può ripetere il passato.»

«Non si può ripetere il passato?» gridò incredulo. «Perché? Certo che si può!»

Si guardò attorno come un selvaggio, quasi che il passato fosse lì in agguato, nell’ombra della sua casa, appena fuori dalla portata delle sue mani.

«Sistemerò tutto proprio com’era prima,» disse scuotendo il capo con determinazione. «Lei vedrà.»

Parlò a lungo del passato ed io immaginai che volesse recuperare qualcosa, qualche idea di se stesso forse, che si riallacciava all’amore per Daisy. La sua vita era stata confusa e disordinata da allora, ma se avesse potuto tornare al punto di partenza e ricominciare lentamente daccapo, avrebbe potuto capire cos’era…

…Una notte d’autunno, cinque anni prima, passeggiavano lungo una strada mentre cadevano le foglie ed erano giunti in un luogo dove non c’erano alberi e il marciapiede era bianco come il chiaro di luna. D’un tratto s’erano fermati e voltandosi l’uno verso l’altra, avevano preso a guardarsi. Era una notte fresca, con quella misteriosa eccitazione che si sviluppa nei due cambi di stagione dell’anno. Le luci fioche nelle case ronzavano nell’oscurità e tra le stelle c’era un vago fruscio e un bisbiglio. Con la coda dell’occhio Gatsby vide che i mattoni del marciapiede formavano, in realtà, una scala che saliva verso un luogo segreto al di sopra degli alberi; avrebbe potuto seguirla se fosse stato solo e, una volta giunto lì, succhiare il capezzolo della vita per bere con voluttà l’incomparabile latte della meraviglia.

Il suo cuore batteva sempre più forte mentre il viso candido di Daisy si avvicinava al suo. Sapeva che quando l’avrebbe baciata, unendo per sempre le sue ineffabili visioni al respiro delicato di lei, la sua mente non avrebbe più giocato come quella di Dio. Così aspettò, ascoltando per un lungo istante il perfetto diapason suonato su una stella. Poi la baciò. Al tocco delle sue labbra lei sbocciò come un fiore e l’incarnazione fu completa.

Tutto ciò che disse, anche col suo scioccante sentimentalismo, mi fece tornare in mente qualcosa: un ritmo sfuggente, un frammento di parole perdute, che avevo ascoltato, da qualche parte, molto tempo prima. Per un momento una frase tentò di prender forma nella mia bocca e le labbra si schiusero come quelle di un muto, quasi fossero impegnate in una dura lotta, trattenute da un filo di allarme nell’aria. Ma non emisero suono e ciò che avevo quasi ricordato restò inespresso per sempre.

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