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Vai a teatro perché in cartello c’è il Riccardo III di Shakespeare e sei felice: la sapienza del bardo, la sua scrittura, i dialoghi, i suoi intrecci, la sua intelligenza morale diviene una garanzia, un  caposaldo di bellezza che nessuna traduzione o regia può violare.

Ed invece RIII – Riccardo Terzo lavorato da Gassmann figlio e tradotto, adattato (bistrattato?) da Trevisan diviene un qualcosa d’altro, una narcisistica personalissima interpretazione condita fra l’altro con gag da cabaret e qualche “cazzo” qui e là, che se fan ridere il pubblico, fan disperare chi vede in simili “giochetti” solo un modo – il più volgare – per strizzare l’occhio agli spettatori.

Son stato colto dall’imbarazzo nel vedere una regia, che ragiona, pensa e fa del cinema in teatro, che costruisce una scena inventando un omicidio attraverso una radio gettata in una vasca, con effetti speciali alla Frankestein; che mette musica – spesso è solo un basso continuo che anziché dare atmosfera diviene noia  – ovunque per riempire il silenzio e distrarre dalla parola; che sfruttando ologrammi e proiezioni da vita a candele e a un focolare senza motivo, ma che soprattutto proiettano il volo di un uccello nel bosco: a teatro per mostrare ad un pubblico il volo di un uccello, non lo si deve proiettare: basta il suo verso dalle quinte, basta uno sguardo che attraversi la scena!

Gassmann è figlio d’arte ed è soprattutto per questo che reputo imperdonabile una interpretazione di Shakespeare, che si disinteressa di quella grammatica che rende il linguaggio teatrale, diverso da tutti gli altri linguaggi. Mi ha infastidito poi essere ingannato dal finto incedere del suo personaggio con uno zoppicare che passava dalla gamba destra alla gamba sinistra. E dal fastidio si è passati poi all’imbarazzo nell’udire nella sua interpretazione, allorquando compiva uno sforzo, l’emissione di un verso gutturale alla Hulk…Riccardo III è un altro tipo di mostro!!!

Al solito, quando nel cast o alla regia di uno spettacolo teatrale c’è un nome televisivo, c’è sempre il rischio di vivere quel dispiacere che sa di tradimento verso il teatro e di disonestà verso il pubblico. Dispiacere che è giusto ripagare senza applausi e abbandonando la sala quando lo si ritiene più opportuno: per me, subito dopo l’intervallo.

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