Secondo una stima dell’Istat, la capacità di generare reddito di ogni italiano – tenuto conto dell’età, del genere, della possibilità di partecipare al mercato del lavoro e di tutte le altre possibili condizioni di realtà – equivarrebbe a 342mila euro annui: una cifra otto volte superiore a quella effettiva. Si può concludere rilevando la scarsa efficacia del nostro sistema produttivo, ed è del resto in questo senso e per questo fine che simili indici sono stati elaborati. Tuttavia è opportuno rilevare come simili analisi possano avere un senso solo all’interno del contesto nel quale sono state chiamate ad operare e non ne hanno alcuno al di fuori di questo. Nella ricerca di soluzioni alla crisi occupazionale, vale la pena ricordare come il problema della scarsa efficienza del nostro sistema produttivo non sia solo quello di recuperare maggiore efficienza, ma anche quello di riappropriarsi di altri tempi, altrettanto indispensabili.

Ci sono infatti delle attività che non danno reddito ma quote di umanità, cioè restituiscono una dimensione dell’umano che fa crescere chi ci si impegna ed aumenta la soddisfazione di quanti gli stanno intorno. Ci sono tempi che, benché impiegati in qualcosa di diverso dalla produzione di reddito, consentono di conseguire risultati molto più rilevanti per lo sviluppo della persona intesa come soggetto in relazione. Sono cioè dei risultati che consentono di far crescere il livello di coesione umana, che consiste tanto nella solidarietà sociale quanto nell’attenzione all’universo circostante.

Il tempo per ascoltare qualcuno, per accoglierlo, per commuoversi è molto più prezioso del tempo per produrre reddito. Il tempo per fermarsi a pensare, meditare, riflettere e, per i molti che credono, pregare, è molto più importante del tempo impiegato ad agire. Tutti questi usi del tempo costituiscono altrettante forme di utilizzo non produttivo che segnano il respiro dell’anima, scandiscono il nostro rapporto con gli altri, ci fanno uomini e donne in relazione e ci sottraggono alla contemplazione egocentrica, all’introversione, sviluppando relazioni significative che fanno crescere.

Ma non si tratta solo dei tempi dedicati allo sviluppo delle relazioni con gli altri; i tempi non produttivi sono destinabili anche ad un processo di appropriazione valorizzante di quanto ci circonda. Il tempo di contemplare uno scenario naturale o un’opera d’arte, il tempo per ascoltare un brano musicale o concentrarsi nella lettura di una poesia costituiscono altrettante funzioni indispensabili all’edificazione del nostro edificio culturale. Ciò non è affatto casuale ma è dovuto alla nostra struttura antropologica.

La natura non è il nostro codice, non dice affatto tutto ciò che noi siamo. Accanto al patrimonio naturale esiste un patrimonio culturale del quale siamo eredi. Si tratta di percorsi di civilizzazione, opere realizzate e scelte compiute, ciascuna delle quali ci ha portato ad essere ciò che siamo.

Un tale patrimonio può essere ignorato, irriso o anche semplicemente squalificato. Possiamo illuderci di poter fare a meno di una tale eredità, attivando il gigantesco processo di riduzione culturale e di immiserimento del pensiero riflesso che è sotto i nostri occhi. Porre tutta la cultura non immediatamente utilizzabile in una parentesi, collocandola in uno spazio da destinare a pochi, è possibile ma non auspicabile: scendere dalle spalle dei giganti credendo di poterne fare a meno ci riporta ad essere dei nani. Un tale processo non può essere realizzato automaticamente. Il patrimonio ereditato richiede di essere frequentato, acquisito e quindi meritato attraverso un percorso di formazione che richiede tempo.

Se i poeti non avessero gettato un ponte tra finito ed infinito; se gli altri artisti non ci avessero insegnato a guardare, la realtà ci troverebbe indifferenti, ci passerebbe accanto senza nessun significato e senza lasciare traccia. Se non ci riappropriassimo costantemente e senza sosta delle eredità di cui siamo strutturati saremmo tutti più poveri e forse anche più smarriti. Tutto si svolgerebbe come se il pastore errante cantato da Leopardi, anziché guardare la luna, si fosse occupato solo delle pecore.

Il sussidiario, 26 febbraio 2014

 
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