«Chi ha fatto il turno di notte per impedire l’arresto del cuore del mondo? Noi, i poeti».

Nell’assedio più lungo del 1900, nella Sarajevo degli anni Novanta, i cittadini andavano alle serate di poesia nel buio di una città senza corrente elettrica. Sperimentavano che in una guerra solo i versi sono capaci di correggere a forza di sillabe miracolose il tempo sincopato dei singhiozzi, il ragtime delle granate, l’occhio di un mirino addosso. I versi portano la responsabilità della parola ammutolita. I poeti leggevano o dicevano a memoria il loro canto da una città assediata. Agli italiani che lo raggiungevano nell’accerchiamento Sarajlic dava il «Benvenuti nel più grande carcere d’Europa». I poeti facevano il turno di notte in Sarajevo per impedire l’arresto del cuore del mondo.

La biblioteca, manufatto magnifico dell’arte islamica in Europa, era in frantumi e in cenere. L’artiglieria degli assedianti centrava monumenti, cimiteri, moschee, per cancellare dal suolo ombra e radice della parte avversa. Le parole erano emigrate dai libri bombardati, giravano alla cieca le pagine invisibili, mentre dalle colline si accendevano le fiammelle degli spari dei cecchini. I poeti facevano il turno di notte.

Izet Sarajlic è stato visitato a domicilio due volte da due guerre. Quella mondiale gli portò via il fratello maggiore Eso, l’adorato, fucilato nel ’43 dalle camicie nere italiane. A chi gli rimproverava il suo amore per la lingua italiana assieme a quella russa, rispondeva che suo fratello era stato fucilato dalle camicie nere del mondo. Perché suo fratello Eso era un combattente che poteva cadere a Stalingrado, nella difesa di Madrid, nel ghetto di Varsavia, ovunque fosse in campo l’urto tra libertà e oppressione.

Amava l’Italia e ci veniva spesso dopo la guerra. L’Italia era per lui il martello rosso che sta nelle vetture pubbliche, da usare per rompere il vetro in caso d’incendio: la Bosnia era l’autobus in fiamme e l’Italia il martelletto rosso che apriva l’uscita di emergenza. Ha amato tra i poeti Alfonso Gatto e Nazim Hikmet, beveva vodka e grappa come io bevo vino e dopo si alzava dalla tavola più dritto di prima e il bianco dei capelli risplendeva di più. Di noi due diceva che eravamo i fratelli Grimm: nel secolo più scosso e imbizzarrito della storia umana, noi scrivevamo favole.

In una notte di granate che esplodevano a casaccio sulla sua collina, scriveva con tutta la sua volontà di contraddizione della distruzione: «In una notte come questa, malgrado tutto, pensi a quante notti d’amore ti sono rimaste». Non ha saputo odiare, non ha saputo maledire neanche quelli che da un mirino di fucile tiravano al bersaglio di un bambino in strada. Ha voluto ribadire il verbo amare, che i suoi contemporanei, poeti e non, avevano pudore di battere a macchina. Gli piaceva la parola ammore che in napoletano si raddoppia al centro.

Durante gli anni di assedio ha scritto “Il Libro degli addii”. Salutava così gli amici partiti verso qualche esilio oppure accompagnati al cimitero di notte, perché di giorno i cortei funebri erano un bersaglio facile. Di notte si scavavano le fosse: «A Sarajevo siamo stati tutti becchini».

In una poesia salutava una strada svuotata dalle granate, in un’altra salutava un tram che non passava più. In una guerra un poeta è una specie di Noè, fa salire sulla sua barca di carta un raccolto di persone e luoghi, li conserva al riparo dal diluvio e li fa sbarcare all’asciutto di un dopoguerra. «Io non vedo l’ora di poter tornare a scrivere per la seconda volta in vita mia le mie poesie di secondo dopoguerra».

E ci è arrivato, allo sbarco nella terraferma della tregua. Aveva perduto però due sorelle in quella dannazione, rimasto figlio unico. «Ma io non posso non essere fratello», scriveva, pure a me, cercando intorno di applicare il suo bisogno di fraternità.

Eppure credo che un poeta paghi i suoi versi con la vita svolta. In un poeta cerco, esigo che la sua vita sia all’altezza della sua pagina. Di uno scrittore in prosa me ne infischio se sia un cialtrone o un santo. Da un poeta invece non possono uscire buone righe se la sua esistenza non è stata strigliata al fiume da una spazzola di ferro. Perciò il 1900 è stato secolo da poeti.

Perciò Izet Sarajlic doveva essere maestro di lealtà civile restando a Sarajevo fino all’ultimo giorno di malora. Con i suoi versi si erano dati voce gli innamorati di due generazioni. Chi è stato responsabile della felicità, lo è pure dell’infelicità. Perciò rimase nella fila indiana, rasente i muri, davanti a un forno che aveva ricevuto la farina, davanti a una fontana che ricominciava. Qual è il compito di un intellettuale, di uno che ha un piccolo diritto di pubblico ascolto? Stare, condividere il guasto che tocca al suo popolo. La sua presenza in città era il migliore conforto per i concittadini.

È stato anche maestro di fedeltà amorosa, amando la donna della sua giovinezza fino all’ultimo giorno della loro alleanza sottobraccio. Lei morì, lasciandolo più che dimezzato, un giorno di febbraio del ’97, a guerra finita da poco. Lui nelle stanze mancanti di lei era un soldato che rientrava dal fronte e non trovava nessuno. Senza di lei era esilio. Lui che non aveva voluto lasciare Sarajevo, senza di lei era senza patria e città. Allora si andava a inzuppare di pioggia al cimitero per condividere con lei la stessa acqua. E fino al termine dei suoi giorni è stato un marinaio finito su una spiaggia che aspetta di partire dalla terraferma.

«Chi ha fatto il turno di notte per impedire l’arresto del cuore del mondo? Noi, i poeti». A loro spetta di togliere alla morte il diritto all’ultima parola.

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