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Cosa speri, meglio, non dall’anno nuovo ma nell’anno nuovo? Cioè: chi stai aspettando domani perché ti ha già conquistato oggi?
«Ma la televisione ha detto che il nuovo anno/ porterà una trasformazione/ e tutti quanti stiamo già aspettando»: così Lucio Dalla nella celebre L’anno che verrà. Alla fine di un anno difficile, come il 1978 di quella canzone o il nostro 2013, l’unica alternativa sembra sognare la «trasformazione» delle circostanze. Addirittura «sarà tre volte Natale e festa tutto il giorno»: sarebbe bello, e non è nemmeno necessario andare in Venezuela, dove il presidente Maduro ha anticipato, appunto, la festa del Natale in nome della «Suprema felicità del popolo» a cui ha intitolato perfino un ministero: per fare «festa tutto il giorno» si possono guardare tante giornate di queste due settimane vacanziere, che per molti adolescenti (anche cresciuti) scorrono senza pretese, tra risvegli al fuso orario thailandese e trascinamenti fra tavoli di pandoro e tavoli di carte.

Intanto la televisione azzarda, nei versi di Dalla, anche una via d’uscita dalla crisi economica: «Ci sarà da mangiare e luce tutto l’anno». Il miracolo non finisce qui: «anche i muti potranno parlare». Soprattutto «si farà l’amore ognuno come gli va», e finanche la Chiesa sarà come piace al mondo: «anche i preti potranno sposarsi». Insomma, il potere mette sul piatto le sue (piccole e poche) lusinghe e mette nella bocca della gente, in maniera sempre più persuasiva, le messianiche parole d’ordine del cambiamento: “Cosa si aspetta, signora, dal nuovo anno?”. E la signora, addestrata dagli oroscopi, snocciola la sua sapienza su salute, denaro, fortuna, serenità eccetera.

«Vedi caro amico cosa si deve inventare per poterci ridere sopra, per continuare a sperare?». Ma sì, ridiamoci sopra, almeno. Lo sappiamo: non sono che sogni a occhi aperti, effimere evasioni dall’amarezza del reale, un po’ di fantasia che sdrammatizza. Ma come mai – mi chiedo – è inesorabile, giusto o sbagliato che sia, inventarsi qualcosa «per continuare a sperare»?

Un secolo e mezzo prima di Dalla, Leopardi immaginava il Dialogo di un venditore d’almanacchi e di un passeggere. Alla domanda «Credete che sarà felice quest’anno nuovo?» il venditore, pur di rifilargli un almanacco, ostenta una sicurezza direi televisiva, sostenendo che lo sarà «più più assai» dell’anno vecchio. Ma quest’ottimismo gratuito viene messo in crisi dall’incalzare del viandante: «Non vi piacerebb’egli che l’anno nuovo fosse come qualcuno di questi anni ultimi?». «Signor no, non mi piacerebbe»: la speranza del venditore non si fonda su qualcosa di concreto ma su un futuro vaghissimo, perché non ha nessuna vera risposta all’altra domanda del passeggere: «Non vi ricordate di nessun anno in particolare, che vi paresse felice?».

Domanda bruciante, nella precisione di quel «particolare»: perché il particolare è il banco di prova della felicità, e – di rovescio – l’equivalenza dei particolari, la filosofia del “va tutto bene, ma niente di particolare” (né un momento né un incontro né un giorno né un amico che salti alla mente prima ancora di doverci pensare) annacqua anche il totale.

Infatti il venditore, dapprima spacciatore di speranze a buon mercato, deve ammettere infine che non vorrebbe mai «rifare la vita che avete fatta né più né meno, con tutti i piaceri e i dispiaceri che avete passati»: eh no, qualcosa andrebbe cambiata, certamente: «ciascuno è d’opinione che sia stato più o di più peso il male che gli è toccato, che il bene». Sicché, ambiguamente, la speranza appare come una sorta di resa a non si sa cosa: «quella vita ch’è una cosa bella, non è la vita che si conosce, ma quella che non si conosce; non la vita passata, ma la futura. Coll’anno nuovo, il caso incomincerà a trattar bene voi e me e tutti gli altri, e si principierà la vita felice. Non è vero?». «Speriamo», risponde ancora il venditore.

È strano questo filo sottile che separa l’insensatezza (cioè l’immotivazione) di una speranza dalla sua sensatezza proprio perché inestirpabile. Sempre Leopardi scriveva nello Zibaldone che «la speranza, cioè una scintilla, una goccia di lei, non abbandona l’uomo, neppur dopo accadutagli la disgrazia la più diametralmente contraria ad essa speranza, e la più decisiva» (18 ottobre 1820), e che addirittura «la disperazione medesima contiene la speranza» (22 agosto 1821): chi è disperato in fondo spera, appunto disperandosi, di stare meglio.

Come mai ci accade – fin dentro la disperazione o la banalità – di «continuare a sperare»? Folgorante l’attacco di un dialogo di Pavese, I due: «perché noi uomini diciamo sempre per farci coraggio: “Ne ho viste di peggio” quando dovremmo dire: “Il peggio verrà”?». Da dove nasce questa naturale tendenza al positivo? La sufficienza cinica con cui tanti guardano la speranza è contronatura in quanto schiuma di una giovinezza estinta: infatti «s’invecchia in due modi: o non sperando più nulla nemmeno da sé (impietramento, rimbecillimento, ecc.), o sperando soltanto da sé (operosità)» (Il mestiere di vivere, 24 novembre 1938).

Qui Pavese apre la grande partita: come fa la speranza a tenere, cioè a non essere campata in aria? e da chi o da che cosa speriamo? I vecchi, evidentemente, hanno chiuso la questione, e magari erano proprio, fino a qualche anno prima, sognatori incalliti: ma il «cinismo» dei «trent’anni» è il «rovescio» dell’«ingenuità» dei «venti» (Il mestiere di vivere, 9 febbraio 1939).

L’ingenuità dell’Anno che verrà o del venditore d’almanacchi o dello spumante di mezzanotte è anche accattivante, ma si strozza, a stretto giro, nella disillusione. Allora diventa urgente: come la speranza può non essere ingenua? Ossia: potrà mai succedere un riderci dentro anziché un riderci sopra? E su chi si può fondare? Davvero su di me, sulla mia «operosità»? 

Forse può aiutarci un verso immenso dell’Inferno, quando Virgilio dice di loro, gli spiriti tristi del limbo: «sanza speme vivemo in disio». Che strazio un desiderio senza speranza! Il desiderio non lo puoi togliere, ma senza speranza che razza di desiderio è? È – direbbe Edgar Lee Masters – «the torture / of restlessness and vague desire»: sì, lo desidero, mi piacerebbe che la vita cambiasse ma… come si fa? non ci spero più. Cosa mancava a uomini pur intelligentissimi? Incontrare qualcosa capace di trasformare il desiderio in speranza: perché – ha scritto il cristiano Péguy – «la speranza non va da sola. Per sperare, bambina mia, bisogna essere felice, bisogna aver ottenuto, aver ricevuto una grande grazia»: bisogna aver visto che il cambiamento che desidero per me succede in qualcuno.

Questo fa sperare davvero: infatti cosa accadrebbe se quello che speri non si realizzasse o addirittura, tornando a Dalla, «se quest’anno poi passasse in un istante»? Il trauma nascosto in tante aspettative ingenue si annida appunto nel fatto che uno spera da quel che fa, anziché in quel che fa. Allora «vedi amico mio come diventa importante che in questo istante ci sia anch’io». Qui sboccia la differenza: esserci «in questo istante». Perché la speranza traspare, in fondo, nell’«istante», è una virtù vertiginosamente presente. È in questo istante «in particolare» che si vede una faccia che spera e una che finge: chi ha ragioni, presenti, di sperare, e chi non ne ha, e allora deve dimenticare sempre il particolare, saltarlo, riderci o berci o ballarci sopra, aggrappandosi a chissà cosa.

Ecco la vera novità, chiude Dalla: «io mi sto preparando». Ognuno, a San Silvestro, ma anche ogni mattina, si prepara a modo suo. Da me non si schioda quell’espressione perfetta del Piccolo principe: «Se tu vieni, per esempio, tutti i pomeriggi alle quattro, dalle tre io comincerò ad essere felice. […] Ma se tu vieni non si sa quando, io non saprò mai a che ora prepararmi il cuore». Spera davvero chi ha un appuntamento preciso con qualcuno; perché la speranza, in fin dei conti, è la risposta a qualcosa o a qualcuno che succede, alla vita che succede. E spera soprattutto chi sa «in particolare» quando, dove, «a che ora», arriva quello a cui rispondere, quello per cui vale la pena prepararsi il cuore.

Chi non ha un appuntamento spera a vuoto, vende i suoi almanacchi (o le sue chiacchiere sul pensare positivo, sul guardare il lato buono delle cose, in un incomprensibile e distratto – disperato – slancio d’ottimismo). Se ci accade quell’involontario inizio di felicità presente mentre ci prepariamo il cuore per qualcuno, solo allora, potremo rispondere facilmente alla domanda: in cosa speri per l’anno nuovo? Cosa speri, meglio, non dall’anno nuovo ma nell’anno nuovo? Cioè: chi stai aspettando domani perché ti ha già conquistato oggi?

 Il sussidiario, 31 dicembre 2013

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