Che il salotto televisivo di Fabio Fazio sia diventato un punto di riferimento culturale per tutto un mondo che si riconosce nell’attuale centro-sinistra (senza per forza essere radical-chic, il che tuttavia aiuta) ormai è risaputo. L’estrema debolezza con cui il conduttore-demiurgo gestisce le tematiche affrontate – che spesso meriterebbero ben altro approfondimento ed invece restano tristemente in superficie – anche. Di Fazio è stato detto tutto: buonista, timoroso di ogni conflitto, attento a non inimicarsi l’interlocutore anche a costo di farsi mettere i piedi in testa (esemplare l’intervista a Renato Brunetta di qualche settimana fa, quella della querelle sui compensi del Nostro, in cui Brunetta ha di fatto imposto la scaletta dei temi da toccare). Chi scrive ha sempre avuto l’impressione di un programma non all’altezza dei suoi contenuti, dei suoi ospiti (perché portare in tv gente come Gore Vidal, Mario Monicelli, don Andrea Gallo, Dario Fo, Enzo Biagi, Corrado Guzzanti, Marco Paolini o Sandro Luporini è senz’altro un merito, a patto poi di fargli domande, che sarebbe il requisito base di ogni giornalista). Ma del resto Fazio un giornalista non è; è un anchorman che nasce imitatore, diventa conduttore di successo (il suo Quelli che il calcio era un gioiello, anche per la sapienza con cui lui gestiva i contenuti) e a un certo punto della carriera sacrifica ogni altra avventura televisiva per diventare sacerdote di quel rituale che è Che tempo che fa.

Intendiamoci, non è una colpa scegliere il buffetto amichevole invece del cazzotto. È una linea editoriale, che il pubblico sceglie se sposare o meno. Quello che però è forse il difetto più grande di Fazio sta nella sua capacità di “normalizzare”, rendendoli innocui, anche i suoi co-autori, e in generale tutti quelli che collaborano al suo programma. Anche e soprattutto coloro che prima di entrare in quella cattedrale laica avevano unghie ben più affilate. È successo con Roberto Saviano, con Paolo Rossi, con Michele Serra, con Antonio Albanese, con Massimo Gramellini, tutta gente di indubbio spessore. Non è successo – caso unico – con Maurizio Milani, genio assoluto ma impossibile da contenere e che da diverse stagioni, guarda un po’, non fa più parte del cast. Succede invece con Luciana Littizzetto, che di tutti questi è sicuramente quella meno talentuosa, ma che per il perverso gioco delle parti che mette in scena con Fazio ogni domenica sera da ormai quasi un decennio appare la più “cattiva”.

Facciamo un passo indietro: la Littizzetto esplode negli anni Novanta. Avanzi, Su la Testa, il primo Zelig, Ciro il figlio di Target, Mai dire Gol, tutti programmi in cui mette in evidenza il suo stile (innocuamente parolacciaro) e le sue tematiche (prima di tutto il sesso, e in generale la dialettica uomini-donne), in quella che con qualche forzatura potremmo definire satira di costume. Nel passaggio graduale a complice di Fazio nella gamma dei suoi argomenti si è aggiunta, com’è d’uopo data la cornice impegnata, la politica. Non satira, che fa nomi e cognomi come insegna Daniele Luttazzi (non a caso uno mai capitato in quel salotto), ma sfottò, apparentemente eversivo ma in realtà bonario e assolutorio. Nei monologhi della Littizzetto, di cui non interessa in questa sede lo stile (la comicità del resto è la cosa più soggettiva che esista) bensì i contenuti, si oscilla continuamente da uno sparare indiscriminato contro tutto e tutti all’insegna della più epidermica antipolitica, fino allo sfottò verso personaggi più definiti che però si accanisce sui vizietti, i difetti fisici, le idiosincrasie, le gaffe più o meno involontarie, quasi mai sulle vere colpe politiche, che sono poi le cose che rendono degni di essere satireggiati.

Sono i due tratti distintivi dei monologhi di Luciana Littizzetto: demagogia e superficialità. Demagogia perché insultare il politico di turno che ha preso la mazzetta, magari condendo il tutto con un vaffa innocuo, oggi come oggi è il modo più semplice per prendere un applauso manco si fosse la nuova Rosa Luxemburg (pazienza che la satira dovrebbe partire da qui per andare ad un livello di analisi successivo); superficialità perché gli argomenti, anche i più controversi, non sono mai approfonditi, ma sempre sorvolati, toccati fugacemente e poi risolti con una chiusura banale e buonista che va benissimo per un pubblico che non vuole essere messo in crisi nelle proprie piccole certezze. Il presidente Barilla dichiara che non inserirà gay nei suoi spot? Quale occasione migliore per un pistolotto in nome dell’amore universale, che fa tanto figo (il messaggio è: il cattivone è lui che ha detto quelle cose, voi che mi applaudite siete i buoni). E comunque il tema successivo è sempre l’ultimo ritrovato giapponese per migliorare l’erezione maschile, non sia mai che si perda di vista il vero tema sociale di questi nostri tempi.

In tutto ciò il teatrino messo in piedi con Fazio, che come un consumato attore simula imbarazzo e reazioni stizzite ad ogni “culo” “cazzo” e simili innocue amenità che escono dalla bocca della Littizzetto come se la Nostra stesse invitando gli spettatori a stupri di gruppo, contribuisce a far sembrare incendiario un siparietto da pompieri e a far passare la comica per quella che fa tremare i palazzi del potere. Potere che invece non ha nessun fastidio a vedere la Littizzetto in onda, ne è prova la bonarietà con cui il cardinale Ruini all’epoca accolse il nomignolo “eminence”; sono passati quasi dieci anni, e in questi dieci anni mai la Littizzetto ha provato a cambiare il suo stile, il suo linguaggio, le sue tematiche, come quei cantanti che hanno vissuto solo un’estate di successo negli anni Sessanta e che da allora cantano a disco rotto quelle canzoni, il più delle volte ospitati da Carlo Conti.

Fin qui, potrebbe trattarsi del semplice caso di artista sopravvalutata come ce ne sono tanti, ma il problema è più profondo. Il problema sta in un pubblico che, in perfetta buona fede e animato dalle intenzioni migliori (e la maggior parte degli elettori di centro-sinistra sono uomini e donne di ottime intenzioni), considera le riflessioni, i ragionamenti e le conclusioni della banda di Fazio un faro, le più alte espressioni di pensiero oggi rintracciabili in tv, da fare proprie e citare in pubblico. Non è affatto difficile sparare su gente come Emilio Fede o Bruno Vespa o Alessandro Sallusti, è fin troppo chiaro che si tratta di professionisti che si fanno dettare la linea da un padrone e che fino alla morte difenderanno l’indifendibile in nome di quella linea. Il problema sopravviene quando a queste figure se ne oppongono altre che magari hanno la stessa debolezza di pensiero, seppur in buona fede, ma che a differenza dai primi stanno dalla parte che noi riconosciamo come “quella giusta” (e tanto nessuno ci insinuerà mai il dubbio che le nostre convinzioni siano da mettere in costante discussione, di Giorgio Gaber ce n’è stato uno). Ha iniziato Veltroni con lo sdoganare Jovanotti (quello di Gimme five all right, per i meno attenti) in versione filosofo, adottando nel 2008 quel Mi fido di te come slogan della sua campagna elettorale (poi uno si domanda i perché di una sconfitta). Con il tempo poi la sinistra ha adottato Alessandro Baricco, per ultimo persino Giorgio Gori, tutti esempi di pensiero debole che passano per enormi intellettuali. E occhio che sta per salire sulla barca persino Flavio Briatore. Hanno fatto addirittura un estremo tentativo con Adriano Celentano, che paradossalmente nella sua elementarità di pensiero finisce per essere il meno allineato in questa compagnia.

Insomma, mai come oggi essere di sinistra è difficile, perché mai come oggi la sinistra è circondata di cattivi maestri. E per la crescita di un paese che deve uscire da una crisi non solo economica ma anche culturale, ad essere veramente dannosi non sono i fantocci di regime che si riconoscono immediatamente, ma coloro che, dietro una maschera pulita e una posizione perbene nascondono la stessa banalità di pensiero, e che convincono il pubblico che per padroneggiare la complessità del reale basti un cd di Jovanotti (per quanto La mia moto fosse un album con i suoi momenti…)

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