Le mani, mentre parlava osservai a lungo le mani: gracili, gialline, con la pelle fra le dita quasi raggrinzita e i polpastrelli esangui e aridi. Povere manine, sbucavano dalle larghe maniche nere come se fossero ancora quelle che avevano infilato la prima veste, manine dello studioso liceale e del novizio quindicenne! Il liscio e fresco tatto del bicchiere colmo di vino, e il conforto di reni mammelle ventre cosce di una donna accarezzate e strette, e lo scorrere della dita tra i fini e lunghi capelli, quanto, quanto ignorate! Ma ecco continuando a guardarle, le secche manine ignare, l’ ammirazione a un tratto e l’ invidia si sostituirono alla pieta’ . Erano il simbolo di qualche cosa di grande ed eroico, quelle mani. Dicevano il sacrificio di tutta una vita a un’ idea. Erano un atto di fede e percio’ di forza. Anche se attinto a un illusione, perche’ non ammirare tanto coraggio? Uno scrittore, un artista non doveva forse, per la conquista dei propri fantasmi, sacrificare la vita tal e quale al sacerdote e rassegnarsi ad avere mani aride come le sue? Eppure no, no, in fondo a tutto quel coraggio c’ era una vilta’ . Guardare in faccia la vita com’ e’ : l’ unico bene che abbiamo, l’ unico tempo per costruire ma anche per godere e patire qualcosa di eterno: ecco il coraggio vero. Enrico era intrepido; ma aveva sempre sfuggito e ormai non correva piu’ molti pericoli. Il bello sarebbe passare attraverso tutti i pericoli, e vuotare i bicchieri e stringere le donne, e ogni volta e presto tornare sobrio, attivo, libero di mente.

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