Pur se non veritiero, mi piace dire di esser nato l’8 settembre 1943: lo faccio non per gioco, ma in nome di un sentire, grazie al quale, questa data, rappresenta veramente il venire alla luce di un qualcosa d’importante, di un qualcosa che vale molto più di un compleanno.

Quel giorno – potevano averne consapevolezza? – divenne l’occasione per scoprirsi capaci di gesti ed azioni, fino a quel momento inimmaginabili ed inconcepibili: da quel 8 settembre, le cose si fecero, bene e male insieme, ma si fecero. E si fecero seriamente, certamente con errori, ma con una convinzione valida quanto la posta in palio, con una serietà che non possiamo nemmeno immaginare.

Oggi, non c’è la guerra civile nel nostro paese, e tantomeno c’è una sola guerra civile nel mondo.

C’è ne sono molte, la più parte nascoste dentro la televisione: la civitas è spezzata da mille cunei, da centinaia di fili spinati, da centinaia di banconote frutto d’invisibile d’ingiustizia e sotto questi “spari” c’è chi cade a grappoli, ma c’è anche chi crede e continua la lotta, la difficile e persistente lotta, sempre diversa del riscatto umano.

Italo Calvino in una pagina del “Il sentiero dei nidi di ragno” mette nella bocca del partigiano Kim, meravigliose parole a riguardo: immaginate un giovane, in collina che cammina in un bosco di larici per fermarsi poi a guardare la città, giù in fondo alla valle, dove vi sono i neri, con la testa da morto sul berretto (il berretto con il teschio è il copricapo delle SS). Immaginatelo e poi proviamo tutti insieme, a pensare cosa possa nascere in simili circostanze nell’animo di un uomo che sa perfettamente da che parte stare perché certo del fatto che “Qua si risolve qualcosa, là si ribadisce la catena.”

Immaginiamola e poi lasciamoci inspirare dai meravigliosi pensieri che Calvino ha messo per scritto, per dare un senso a Kim quanto a tutti noi.

A.

Qua si risolve qualcosa, là ci si ribadisce la catena. Quel peso di male che grava sui partigiani del Dritto, quel peso che grava su tutti noi, su me, su te, quel furore antico che è in tutti noi, e che si sfoga in spari, in nemici uccisi, è lo stesso che fa sparare i fascisti, che li porta a uccidere con la stessa speranza di purificazione, di riscatto. Ma allora c’è la storia. C’è che noi, nella storia, siamo dalla parte del riscatto, loro dall’altra. Da noi, niente va perduto, nessun gesto, nessuno sparo, pur uguale al loro, m’intendi? Uguale al loro, va perduto, tutto servirà se non a liberare noi a liberare i nostri figli, a costruire un’umanità senza più rabbia, serena, in cui si possa non essere cattivi. L’altra è la parte dei gesti perduti, degli inutili furori, perduti e inutili anche se vincessero, perché non fanno storia, non servono a liberare ma a ripetere e perpetuare quel furore e quell’odio, finché dopo altri venti o cento o mille anni si tornerebbe così, noi e loro, a combattere con lo stesso odio anonimo negli occhi e pur sempre, forse senza saperlo, noi per redimercene, loro per restarne schiavi. Questo è il significato della lotta, il significato vero, totale, al di là dei vari significati ufficiali. Una spinta di riscatto umano, elementare, anonimo, da tutte le nostre umiliazioni: per l’operaio dal suo sfruttamento, per il contadino dalla sua ignoranza, per il piccolo borghese dalle sue inibizioni, per il paria dalla sua corruzione. Io credo che il nostro lavoro politico sia questo, utilizzare anche la nostra miseria umana, utilizzarla contro se stessa, per la nostra redenzione, così come i fascisti utilizzano la miseria per perpetuare la miseria, e l’uomo contro l’uomo.(…)

Kim cammina per un bosco di larici e pensa a Pelle il fascista, laggiù nella città, con la testa da morto sul berretto, che gira di pattuglia per il coprifuoco.

Sarà solo, Pelle, con il suo odio anonimo, sbagliato, solo col suo tradimento che gli rode dentro e lo fa essere ancora più cattivo per giustificarsi. Sparerà raffiche ai gatti, nel coprifuoco, con rabbia, e i borghesi sussulteranno nei letti, svegliandosi agli spari. Kim pensa alla colonna di tedeschi e fascisti che forse stanno già avanzando su per la vallata, verso l’alba che porterà la morte a dilagare su di loro, dalle creste delle montagne. É la colonna dei gesti perduti: ora un soldato svegliandosi a uno scossone del camion pensa: ti amo, Kate. Tra sei, sette ore morirà, lo uccideremo; anche se non avesse pensato: ti amo, Kate, sarebbe stato lo stesso, tutto quello che lui fa e pensa è perduto, cancellato dalla storia.

Io invece cammino per un bosco di larici e ogni mio passo è storia; io penso: ti amo, Adriana, e questo è storia, ha grandi conseguenze, io agirò domani in battaglia come un uomo che ha pensato stanotte: ti amo, Adriana.

Forse non farò cose importanti, ma la storia è fatta di piccoli gesti anonimi, forse domani morirò, magari prima di quel tedesco, ma tutte le cose che farò prima di morire e la mia morte stessa saranno pezzetti di storia, e tutti i pensieri che sto facendo adesso influiscono sulla mia storia di domani, sulla storia di domani del genere umano.

Certo io potrei adesso invece di fantasticare come facevo da bambino, studiare mentalmente i particolari dell’attacco, la disposizione delle armi e delle squadre. Ma mi piace troppo continuare a pensare a quegli uomini, a studiarli, a fare delle scoperte su di loro. Cosa faranno dopo, per esempio?

Riconosceranno nell’Italia del dopoguerra qualcosa fatta da loro? Capiranno il sistema che si dovrà usare allora per continuare la nostra lotta, la lunga lotta sempre diversa del riscatto umano? (…)

Kim un giorno sarà sereno. Tutto è ormai chiaro in lui. Sa come comportarsi con l’uno e con l’altro, senza paura né pietà. Alle volte camminando nella notte le nebbie degli animi gli si condensano intorno, come le nebbie dell’aria, ma lui è un uomo che analizza, «a, bi, ci», dirà ai commissari di distaccamento, è un «bolscevico», un uomo che domina le situazioni. Ti amo, Adriana.

Il testo è stato leggermente aggiustato e tagliato: l’intero capitolo in versione originale lo potete trovare qui.

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