“Salto” è un brevissimo racconto per bambini di Tolstoj e narra di un ragazzo sulla soglia dell’età adulta, di persone che prima ridono e poi si preoccupano, di altre persone che non possono restare con le mani in mano ed in fine di un padre e del suo coraggio.

Si tratta di una lettura semplice, ma non superficiale, custode di una morale, pur stando lontanissima dal moralismo, che lascia straniti, sospesi, a mezz’aria.

Ed è proprio questa l’instabilità che Tolstoji cercava nella sua arte: l’arte non può essere mero godimento o mera consolazione, deve chiedere a se stessa e ai propri fruitori molto di più, deve chiedere i modi in cui è giusto stare al mondo, vivere il mondo e la vita, cambiare il mondo e la vita.

 

Salto (Una storia vera)

un racconto di Lev Tolstoj – traduzione Olga Romanova

 

Una nave, dopo aver fatto il giro del mondo, stava tornando a casa.

Il tempo era bello e la gente si era riversata sul ponte.

In mezzo alla folla si aggirava una grande scimmia divertendo tutti quanti.

Si contorceva, saltava, faceva il muso buffo, imitava le persone.

Si vedeva che si era accorta di divertire la gente e si scatenava sempre di più.

All’improvviso, la scimmia con un salto

si trovò accanto a un bambino di dodici anni, il figlio del capitano:

gli strappò il cappello e se lo mise in testa, quindi si arrampicò velocemente sull’albero.

Tutti risero mentre il bambino, rimasto con il capo scoperto,

non sapeva se fosse meglio ridere come loro o mettersi a piangere.

La scimmia si accomodò sul pennone più basso, si tolse il copricapo

e cominciò a ridurlo in brandelli con i denti e le zampe.

Sembrava che volesse sfidare

il ragazzo, puntando il dito

su di lui e facendo le smorfie.

Questi la sgridò

cercando di intimorirla,

ma la scimmia continuò

a lacerare il berretto.

I marinai risero ancora più forte, mentre il bambino arrossì,

si tolse la giacca e montò sull’albero per raggiungere la scimmia.

In un attimo, con l’aiuto di una corda, raggiunse il primo pennone

e quando già pensava di avercela fatta, la scimmia, abile e veloce,

salì ancora più in alto.

“Non ti lascerò scappare!” gridò il bambino e continuò a salire.

La scimmia lo stuzzicò di nuovo e si inerpicò ancora più in alto,

ma il bambino, preso dal fervore, continuò a starle dietro.

Così assieme in un attimo raggiunsero la cima.

La scimmia si allungò e, aggrappandosi alla corda con la zampa posteriore,

appese il cappello all’ultimo pennone,

poi si arrampicò sulla punta dell’albero

continuando a beffeggiare, a digrignare i denti e a esultare.

Il berretto appeso sulla punta del pennone

era a circa un metro e mezzo dall’albero.

Non si poteva raggiungerlo se non lasciando la corda e staccandosi dall’albero.

Ma il bambino ormai si era infervorato oltremisura.

Si staccò dall’albero e mise un piede sul pennone.

Sul ponte la gente guardava e rideva della sortita della scimmia e del figlio del capitano,

ma quando ci si accorse che lui aveva lasciato la corda

e avanzava sul pennone dondolando, tutti si impietrirono per la paura.

Se avesse messo il piede in fallo, si sarebbe sfracellato sul ponte.

E anche se avesse raggiunto la punta del pennone e preso il cappello,

avrebbe fatto fatica a girarsi e ritornare.

Tutta la folla lo guardava aspettando di vedere cosa sarebbe successo.

All’improvviso, preso dalla paura, qualcuno esclamò un “Ah!”.

Il bambino lo sentì e si riscosse, guardò giù e barcollò.

In questo momento, il capitano della nave, il padre del bambino, uscì dagli alloggi.

Con sé portava un fucile per sparare ai gabbiani.

Vide il figlio sul pennone e gridò:

“In acqua! Salta subito in acqua! Ti sparo!”

Il bambino traballava facendo fatica a capire.

“Salta o ti sparo!… Uno, due…”

E non appena il padre gridò “Tre!” il bambino si piegò e saltò giù.

Il suo corpo cadde in acqua come una palla da cannone e prima che le onde lo coprissero,

due dozzine di gagliardi marinai balzarono giù dalla nave.

Il corpo del bambino riemerse dopo una quarantina di secondi, che a tutti parvero interminabili.

Lo afferrarono e lo portarono sulla nave.

Ancora qualche minuto e dalla sua bocca e dal naso cominciò a scorrere l’acqua, e il bambino riprese a respirare.

Quando il capitano lo vide, improvvisamente emise un grido, come se si sentisse soffocare,

e corse nei propri alloggi per non fare vedere a nessuno che stava piangendo.

 
 

LEV TOLSTOJ di Goffredo Fofi

A dover scrivere di Tolstoj tremano i polsi, ha detto qualcuno. Pochi scrittori hanno inciso altrettanto in profondità nella storia della cultura mondiale – anche se, a ben vedere, lasciando il segno nelle minoranze più esigenti piuttosto che nelle masse sempre distratte – grazie a romanzi e racconti che hanno scrutato nel mistero dell’esistenza e della storia cercando di indicare ai contemporanei (e ai lettori a venire) come affrontarli, secondo una instancabile, accanita investigazione morale.

L’arte non può essere mero godimento o mera consolazione, deve chiedere a se stessa e ai propri fruitori molto di più, deve chiedere i modi in cui è giusto stare al mondo, vivere il mondo e la vita, cambiare il mondo e la vita.

Con Kierkegaard e con Nietzsche, pur cosi diversi tra loro e da lui, è stato il più radicale critico di una modernità che ha progressivamente ridotto l’uomo a oggetto e a macchina, facendolo schiavo delle violenze della politica e dell’economia, anche se Tolstoj è forse andato più a fondo di loro nell’analisi delle passioni umane, nell’apporto dato dalle passioni, se non controllate, non educate da superiori modelli di comportamento, alle nefandezze della storia e alle sventure della vita quotidiana. E questo è avvenuto perché Tolstoj, nonostante la sua indignazione per una società sempre ingiusta (quella zarista non ebbe nulla da invidiare alle peggiori), nonostante la sua tensione a un mondo migliore che i suoi lettori e seguaci andavano stimolati a condividere, è sempre rimasto, nonostante se stesso e contro se stesso, un artista, un narratore dal talento immenso e inconfondibile.

Per molto tempo la critica, tanto quella russa che, a maggior ragione, quella occidentale, ha lamentato che l’ultimo romanzo, Resurrezione, e gli ultimi grandi racconti, La cedola falsa, Padre Sergio, Dopo il ballo, fossero anche delle predicazioni. Ma è proprio questo a metterli alla pari dei suoi capolavori conclamati, di Guerra e pace, di Anna Karenina, di La morte di Ivan ll’ic, e ad allargarne la visione coinvolgendo i lettori in un processo non solo estetico e conoscitivo, ma etico e di mutazione. Occorreva – occorre – che dall’arte scaturisca, diceva Tolstoj, la necessità in chi vi si accosta di cambiare, di prendere in mano il proprio destino, di scegliere e scegliersi, di collocarsi dalla parte del giusto e del vero, e solo di conseguenza, del bello.

In Guerra e pace era il senso della storia a venir affrontato attraverso una grandiosa vicenda corale, in Anna Karenina un destino individuale nelle rigide spire delle convenzioni sociali, in La morte di Ivan ll’ic il modo in cui la coscienza della morte dà chiarezza all’esistenza del singolo. Dopo di allora, ma preparati dalle opere di carattere religioso e morale sulla propria fede e sull’eredità del cristianesimo liberata dagli orpelli di una falsificante ritualità ecclesiale, e preparati da scavi autobiografici (una vera e propria, pubblica Confessione) di una sincerità che a tanti sembrò perfino disturbante, vennero le riflessioni che fecero del grande russo un “profeta” della non violenza e della disobbedienza civile, stimolate dalla lettura di Thoreau e dalle “esperienze nella verità” di Gandhi, con cui era entrato in corrispondenza.

Venne per Tolstoj un periodo di crescente intensità produttiva: gli scritti di morale e di religione e la traduzione e interpretazione dei Vangeli, gli appelli politici, la scuola ai figli dei contadini, i racconti e il romanzo, la corrispondenza con lettori di mezzo mondo, e l’arrivo a Jasnaja Poljana di visitatori e seguaci che accrebbero le sue difficoltà di rapporto con la famiglia e – nel mentre la polizia zarista, pur non osando toccarlo, ne controllava ogni passo (ed evitò anno dopo anno, tra l’inizio del secolo e il 1910 anno della sua morte, che una pavida accademia svedese gli assegnasse il Nobel) – lo posero di fronte alle sue restanti contraddizioni, da lui vissute con un forte sentimento di frustrazione e di inquietudine. Dopo aver a lungo meditato la fuga e un estremo, radicale mutamento nella sua vita – un po’ sul modello del suo Padre Sergio – Tolstoj la realizzò infine il 28 ottobre del 1910 ma, ammalatosi, trovò la morte nella piccola stazione di Astapovo da cui partirono i funerali che, nonostante gli intralci polizieschi, videro la partecipazione di un popolo che aveva appreso a venerarne la parola e l’insegnamento.

Uno dei suoi scritti più discussi ma certamente uno dei più attuali, tra i tantissimi, è forse Che cos’è l’arte?(1897), richiamo al dovere dell’artista di rispondere ai bisogni morali del suo tempo e dei suoi lettori, in particolare dei più semplici, dei meno colti. Come più tardi Cesar Vallejo ed Elsa Morante, si trattava per Tolstoj di “scrivere per gli analfabeti”: devono essere loro i veri destinatari dell’arte ed è della loro comprensione e del nutrimento che possono ricavarne che l’artista deve prioritariamente preoccuparsi. Secondo il Vangelo, è per loro che bisogna vivere e operare, è di loro che bisogna occuparsi, è da loro – gli ultimi, gli umili, i semplici, gli infanti…il “prossimo”… – che bisogna imparare, perché sarà loro il Regno dei Cieli.

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