Un paio di settimane fa, ho visto una sconosciuta piangere in pubblico. Mi trovavo nel quartiere Fort Greene di Brooklyn, in attesa di un amico col quale andare a colazione. Sono arrivato al ristorante con alcuni minuti di anticipo e mi sono seduto fuori, su una panchina, a controllare i nomi dei miei contatti. Una ragazza, forse quindicenne, era seduta sulla panchina di fronte, e piangeva al telefono. L’ho sentita dire: «Lo so, lo so, lo so». E andare avanti così. Che cosa sapeva? Aveva commesso qualcosa di sbagliato? La stavano consolando? Poi ha detto: «Mamma, lo so». E le lacrime si sono fatte ancora più copiose. Che cosa le stava dicendo sua madre? Di non restare in giro più tutta la notte? Che tutti possono sbagliare? È possibile che non ci fosse nessuno dall’altra parte e che la ragazza si stesse limitando a inscenare una conversazione complicata? «Mamma, lo so» ha detto e ha chiuso il telefono, mettendoselo in grembo.

Mi sono trovato davanti a una scelta: potevo intromettermi nella sua vita, oppure rispettare i confini tra di noi. Intervenire avrebbe potuto farla sentire peggio, o risultarle inappropriato. Ma avrebbe anche potuto alleviare il suo dolore, o risultare di aiuto, in modo schietto e ragionevole. Di primo mattino un quartiere benestante non è come un quartiere pericoloso al calare del buio. E poi si trattava di me, non di qualcun altro. Occorreva fare molte valutazioni umane.

È più difficile intervenire che non intervenire, ma è infinitamente più difficile scegliere di fare una di queste due cose che battere in ritirata a controllare l’elenco dei propri contatti su qualsiasi iDistraction preferito che ci troviamo a portata di mano. La tecnologia celebra la possibilità di entrare in contatto, ma incoraggia a battere in ritirata. Il telefono non mi ha evitato il rapporto umano, ma ha reso più facile il fatto di poter ignorare la ragazza in quel momento e, molto probabilmente, mi ha incoraggiato a lasciar perdere la mia scelta di entrare in contatto con lei. L’uso quotidiano che faccio delle comunicazioni grazie alla tecnologia mi sta cambiando, sta facendo di me una persona che ha maggiori probabilità di dimenticare il prossimo. Il flusso dell’acqua scava la roccia, un poco alla volta. E anche la nostra personalità è scavata dal flusso delle nostre abitudini.

Gli psicologi che studiano l’empatia e la compassione ritengono che a differenza delle nostre reazioni pressoché istantanee al dolore fisico, occorre tempo prima che il nostro cervello possa cogliere appieno le dimensioni psicologiche e morali di una data situazione. Più distratti diventiamo, e più importanza diamo alla velocità a discapito della profondità, meno capaci diventiamo di prendere qualcosa o qualcuno a cuore, e meno probabilità abbiamo di farlo. Tutti bramiamo l’attenzione illimitata dei genitori, di un amico, del partner, anche se molti di noi, soprattutto i bambini, si stanno abituando a riceverne molta meno. Simone Weil scrisse: “L’attenzione è la forma più rara e più pura di generosità”. Secondo questa definizione, le nostre modalità di relazione con il mondo, gli uni nei confronti degli altri, e verso noi stessi stanno diventando sempre più limitate.

Gran parte delle nostre tecnologie della comunicazione sono iniziate come sostituti inferiori di un’attività impossibile. Non potevamo incontrarci sempre a quattr’occhi, così il telefono ha reso possibile mantenerci in contatto anche a distanza. Non si sta sempre in casa, così la segreteria telefonica ha reso possibile un tipo di interazione anche senza che l’interlocutore debba stare accanto al suo telefono. La comunicazione online è nata come sostituto della comunicazione telefonica, che per chissà quale motivo era considerata troppo gravosa o sconveniente. Ed ecco i messaggi di testo, che hanno facilitato e reso ancora più rapida e più mobile la possibilità di inviare messaggi. Queste invenzioni non sono state create per essere sostituti migliori rispetto alla comunicazione faccia a faccia, bensì come evoluzioni di sostituti accettabili, per quanto inferiori.

Poi, però, è successa una cosa buffa: abbiamo iniziato a preferire i sostituti inferiori. È più facile fare una telefonata che darsi la pena di incontrare qualcuno di persona. Lasciare un messaggio alla segreteria telefonica di qualcuno è più comodo che conversare al telefono: si può dire ciò che si deve dire senza attendersi risposta. Le notizie difficili si comunicano così più facilmente. È più agevole farsi vivi senza la possibilità di lasciarsi coinvolgere. Di conseguenza abbiamo iniziato a telefonare quando sapevamo che nessuno dall’altra parte avrebbe alzato la cornetta.

Spedire email a raffica è più facile ancora, perché si ci può nascondere dietro l’assenza di un’inflessione vocale e naturalmente non c’è il rischio di imbattersi in qualcuno per caso. Gli sms sono ancora più facili, in quanto le aspettative dell’articolazione delle parole sono ancora minori, e c’è a disposizione una corazza in più dietro la quale nascondersi. Ogni passo “avanti” è stato reso più facile, appena un po’, giusto per eludere il peso emotivo di essere presente, di trasmettere informazioni invece che umanità.

Il problema dell’accettare – del preferire – i sostituti inferiori è che col passare del tempo anche noi diventiamo sostituti inferiori. Le persone abituate a dire poco si sono abituate ad avere poche sensazioni. Di generazione in generazione diventa difficile immaginare un futuro che assomigli al presente. I miei nonni speravano che io avessi una vita migliore della loro: senza guerra e senza fame, in un posto confortevole che potessi chiamare casa. Ma quali futuri mi sentirei di escludere del tutto dalla vita dei miei nipoti? Che i loro vestiti siano prodotti ogni mattina con stampanti 3-D? Che riescano a comunicare senza parlare o muoversi?

Soltanto chi è privo di immaginazione e non tiene i piedi per terra smentirebbe la possibilità che vivranno per sempre. È possibile che molti di coloro che stanno leggendo queste parole non moriranno mai. Supponiamo, però, di avere tutti quanti un dato numero di giorni per condizionare il mondo con i nostri pensieri e i nostri principi, per trovare e creare la bellezza che soltanto un’esistenza compiuta consente di raggiungere, per lottare con il tema dello scopo della vita e lottare con le nostre risposte.

Spesso utilizziamo la tecnologia per risparmiare tempo, ma sempre più ciò assorbe il tempo che abbiamo risparmiato, oppure rende quel tempo risparmiato meno presente, intimo e ricco. Temo che quanto più avremo il mondo a portata di dita, tanto più lontano esso sarà dai nostri cuori. Ciò non significa essere pro o contro – essere “contro la tecnologia” quasi certamente è l’unica cosa più stupida dell’essere perdutamente “filo-tecnologici” –, ma è una questione di equilibrio dalla quale dipendono le nostre vite.

Il più delle volte, la maggior parte delle persone non piange in pubblico, ma tutti hanno sempre bisogno di qualcosa che un’altra persona può dare loro, che si tratti di attenzione incondizionata, di una parola cortese o di una profonda empatia. Non c’è niente di meglio da fare nella vita che prestare attenzione a queste esigenze. Ci sono tanti modi di farlo quanti modi di sentirsi soli, ma tutti richiedono attenzione, tutti richiedono il duro impegno di una valutazione emotiva e di una compassione fisica. Tutti richiedono un’elaborazione analitica umana dell’unico animale che rischia di “prenderla in modo sbagliato”, i cui sogni offrono protezione e antidoti e parole agli sconosciuti che piangono.

Viviamo in un mondo fatto più di storia che di sostanza. Siamo creature della memoria più che ricordi, creature d’amore più che di piacere. Prestare attenzione alle esigenze del prossimo può non essere lo scopo ultimo della vita, ma è compito della vita. Può essere confuso, doloroso e difficile in modo quasi impossibile. Ma non è qualcosa che noi offriamo. È ciò che noi abbiamo in cambio del fatto di dover morire.

 

HOW NOT TO BE ALONE

Jonathan Safran Foer

The New York Times, Sunday Review

A COUPLE of weeks ago, I saw a stranger crying in public. I was in Brooklyn’s Fort Greene neighborhood, waiting to meet a friend for breakfast. I arrived at the restaurant a few minutes early and was sitting on the bench outside, scrolling through my contact list. A girl, maybe 15 years old, was sitting on the bench opposite me, crying into her phone. I heard her say, “I know, I know, I know” over and over.

What did she know? Had she done something wrong? Was she being comforted? And then she said, “Mama, I know,” and the tears came harder.

What was her mother telling her? Never to stay out all night again? That everybody fails? Is it possible that no one was on the other end of the call, and that the girl was merely rehearsing a difficult conversation?

“Mama, I know,” she said, and hung up, placing her phone on her lap.

I was faced with a choice: I could interject myself into her life, or I could respect the boundaries between us. Intervening might make her feel worse, or be inappropriate. But then, it might ease her pain, or be helpful in some straightforward logistical way. An affluent neighborhood at the beginning of the day is not the same as a dangerous one as night is falling. And I was me, and not someone else. There was a lot of human computing to be done.

It is harder to intervene than not to, but it is vastly harder to choose to do either than to retreat into the scrolling names of one’s contact list, or whatever one’s favorite iDistraction happens to be. Technology celebrates connectedness, but encourages retreat. The phone didn’t make me avoid the human connection, but it did make ignoring her easier in that moment, and more likely, by comfortably encouraging me to forget my choice to do so. My daily use of technological communication has been shaping me into someone more likely to forget others. The flow of water carves rock, a little bit at a time. And our personhood is carved, too, by the flow of our habits.

Psychologists who study empathy and compassion are finding that unlike our almost instantaneous responses to physical pain, it takes time for the brain to comprehend the psychological and moral dimensions of a situation. The more distracted we become, and the more emphasis we place on speed at the expense of depth, the less likely and able we are to care.

Everyone wants his parent’s, or friend’s, or partner’s undivided attention — even if many of us, especially children, are getting used to far less. Simone Weil wrote, “Attention is the rarest and purest form of generosity.” By this definition, our relationships to the world, and to one another, and to ourselves, are becoming increasingly miserly.

Most of our communication technologies began as diminished substitutes for an impossible activity. We couldn’t always see one another face to face, so the telephone made it possible to keep in touch at a distance. One is not always home, so the answering machine made a kind of interaction possible without the person being near his phone. Online communication originated as a substitute for telephonic communication, which was considered, for whatever reasons, too burdensome or inconvenient. And then texting, which facilitated yet faster, and more mobile, messaging. These inventions were not created to be improvements upon face-to-face communication, but a declension of acceptable, if diminished, substitutes for it.

But then a funny thing happened: we began to prefer the diminished substitutes. It’s easier to make a phone call than to schlep to see someone in person. Leaving a message on someone’s machine is easier than having a phone conversation — you can say what you need to say without a response; hard news is easier to leave; it’s easier to check in without becoming entangled. So we began calling when we knew no one would pick up.

Shooting off an e-mail is easier, still, because one can hide behind the absence of vocal inflection, and of course there’s no chance of accidentally catching someone. And texting is even easier, as the expectation for articulateness is further reduced, and another shell is offered to hide in. Each step “forward” has made it easier, just a little, to avoid the emotional work of being present, to convey information rather than humanity.

THE problem with accepting — with preferring — diminished substitutes is that over time, we, too, become diminished substitutes. People who become used to saying little become used to feeling little.

With each generation, it becomes harder to imagine a future that resembles the present. My grandparents hoped I would have a better life than they did: free of war and hunger, comfortably situated in a place that felt like home. But what futures would I dismiss out of hand for my grandchildren? That their clothes will be fabricated every morning on 3-D printers? That they will communicate without speaking or moving?

Only those with no imagination, and no grounding in reality, would deny the possibility that they will live forever. It’s possible that many reading these words will never die. Let’s assume, though, that we all have a set number of days to indent the world with our beliefs, to find and create the beauty that only a finite existence allows for, to wrestle with the question of purpose and wrestle with our answers.

We often use technology to save time, but increasingly, it either takes the saved time along with it, or makes the saved time less present, intimate and rich. I worry that the closer the world gets to our fingertips, the further it gets from our hearts. It’s not an either/or — being “anti-technology” is perhaps the only thing more foolish than being unquestioningly “pro-technology” — but a question of balance that our lives hang upon.

Most of the time, most people are not crying in public, but everyone is always in need of something that another person can give, be it undivided attention, a kind word or deep empathy. There is no better use of a life than to be attentive to such needs. There are as many ways to do this as there are kinds of loneliness, but all of them require attentiveness, all of them require the hard work of emotional computation and corporeal compassion. All of them require the human processing of the only animal who risks “getting it wrong” and whose dreams provide shelters and vaccines and words to crying strangers.

We live in a world made up more of story than stuff. We are creatures of memory more than reminders, of love more than likes. Being attentive to the needs of others might not be the point of life, but it is the work of life. It can be messy, and painful, and almost impossibly difficult. But it is not something we give. It is what we get in exchange for having to die.

 

 

 

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