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30 giugno 1990

Hans Magnus Enzensberger ha di bello d’ aver preso il toro per le corna, senza mezzi termini, insomma alla tedesca. La sua idea è che la televisione non fa né bene né male perché è sostanzialmente nulla. Si tratta, lascia capire, di uno strumento che ha le stesse proprietà dello zero. Allo stesso modo in cui qualunque numero, moltiplicato per zero, dà zero, così ogni argomento passato attraverso quel medium, diventa zero. In Italia si discute parecchio sulla televisione, sulla qualità di certi programmi, sull’ opportunità di trasmettere altri programmi giudicati da alcuni lesivi della vita privata dei cittadini. Molto si discute anche sulla stupidità, o sulla volgarità, di questa o quella trasmissione. Nessuno però è ancora arrivato a una critica così radicale come quella formulata dallo scrittore tedesco. Una critica tanto più sorprendente in quanto proprio Enzensberger, una ventina d’ anni fa, si è fatto paladino di una teoria opposta. Sulla sua rivista Kursbuch, manifesto della sinistra tedesca, pubblicò un saggio che fece scalpore: Elementi per una teoria del media. Sosteneva, richiamandosi anche a Walter Benjamin, e rovesciando la diffidenza della sinistra, che la Tv, medium per eccellenza, avrebbe avuto un forte effetto emancipatorio. All’ ottimismo di ieri ha sostituito oggi un radicale e sorridente pessimismo. La Tv è buffa, le diamo troppo peso, bisognerebbe sdrammatizzarla, mi ha detto prima che l’ intervista cominciasse. Personalmente la uso come una droga inoffensiva, come una tisana. Ha anche detto: Mi fanno una certa pietà i politici che si battono come frenetici per avere un passaggio di due minuti sul teleschermo. Non hanno ancora capito che la gente, sostanzialmente, se ne frega di ciò che vede in Tv. Avrà ragione o torto Enzensberger? Quello che segue è il risultato di un lungo colloquio avvenuto, qualche giorno fa, nella sua casa di Monaco. Trascritto, a parte l’ inevitabile editing, da un nastro registrato. Se è concesso a un intervistatore esprimere a parte una sua opinione, c’ è più d’una domanda alla quale Enzensberger non ha dato una risposta convincente. Inoltre, in qualche occasione, l’intervistato ha dovuto ammettere che gli esempi portati come obiezione rappresentavano eccezioni, effetti collaterali. Una teoria con troppe eccezioni, direbbe Popper, rischia di risultare infalsificabile, cioè poco scientifica. Inoltre, almeno una volta con la questione sulla lingua parlata media di Pasolini ho avuto l’ impressione che Enzensberger fosse rimasto sorpreso dalla domanda. Giudichi comunque il lettore da questo fedele resoconto. Qualunque cosa dica Enzensberger, vale la pena di starlo a sentire.

Enzensberger, anni fa lei era un entusiasta teorizzatore dei media, T in testa. Perché ha cambiato idea?

Mi sembra ormai evidente che gran parte di ciò che si chiama industria della comunicazione, di fatto non serve a comunicare. Essendo circondati da macchinari e congegni elettronici stupefacenti, tutti parlano continuamente di mezzi di comunicazione. In realtà, abbiamo dimenticato qual è il contenuto d’ una vera comunicazione. Prevale un concetto matematico, astratto, statistico, della comunicazione. Il primo requisito della comunicazione, è invece la mutua comprensione. O la sua mancanza, beninteso. La Tv, comunque, offre quanto meno un panorama d’ informazioni, di cronaca. Solo una minima parte della televisione trasmessa in Europa conserva un residuo di contenuti informativi. La maggior parte della Tv non ha invece niente a che vedere con la realtà e sta appunto in questo la sua grande capacità d’ attrazione.

Nel senso?

Nel senso che lo schermo televisivo offre una specie di nirvana elettronico. E’ quella che chiamo la Tv buddista. La gente normale la sera vuol stare in pace, non vuole essere continuamente informata, aggiornata, messa al corrente dei problemi. La gente non vuole sapere sempre tutto. Gli intellettuali mistificano i termini del problema, perché devono essere curiosi e tenersi aggiornati per professione. La gente normale è il contrario di così.

Come spiega allora che vent’ anni fa la guerra del Vietnam, ieri il crollo dei regimi dell’ Est, siano fatti storici influenzati, forse determinati, dalla Tv?

Solo situazioni eccezionali impediscono alla Tv di continuare ad essere la solita macchina del vuoto. Talvolta la realtà esercita una tale pressione che nemmeno un mezzo freddo come la Tv può ignorarla e nel piccolo schermo s’ insinua un momento di realtà. Non è lo stato normale della cosa, ma la sua alterazione. Proprio nei giorni del muro di Berlino o dell’ esecuzione di Ceausescu era chiaro a tutti che Berlino o Bucarest avevano rappresentato un disturbo dal quale la Tv aveva ricevuto un connotato che in genere non ha. Nel suo stato ideale la Tv rappresenta una specie di inoffensivo rifugio mentale, una droga che non uccide e non fa male fisicamente. Lo sport in Tv i mondiali di calcio di questi giorni sono un ottimo esempio rappresenta il non plus ultra della condizione che descrivo. Un avvenimento privo di qualsiasi influenza sulla vita reale diventa un formidabile coagulo di forti emozioni per molti milioni di persone.

Il curioso della sua posizione è che ricorda quella di certi intellettuali italiani di trentacinque anni fa. Accolsero la Tv dicendo che questo insignificante strumento…

Non dico affatto che la Tv è insignificante. Ricordo benissimo le polemiche italiane di allora. Ma quello era un discorso d’ élite, il mio no. Io sostengo anzi che la Tv-vuota ha una sua precisa funzione per l’ igiene della popolazione. E’ come il sonno. Il sonno non è insignificante. Anzi, è indispensabile.

Qualche anno fa il massmediologo americano Neil Postman scrisse (Divertirsi da morire, edito in Italia da Longanesi) che le tragedie e i disastri vengono trasmessi in televisione per divertire. Anche lei lo pensa?

Nell’ atteggiamento di Postman c’è un ingenuo pedagogismo americano un po’ moralistico e missionario. Postman vuol mettere in guardia dai pericoli morali della Tv. Io invece mi limito a fare un discorso di metodo. La gente non è meno intelligente del signor Postman. La maggior parte delle persone sa che la Tv non è la vita, che quasi tutto ciò che passa sullo schermo è divertimento, finzione, che quegli assassini dei telefilm sparano pallottole di cioccolata, più o meno. In certe zone del Mezzogiorno d’ Italia la proposizione di modelli culturali hollywoodiani (Dallas, Dinasty, eccetera) ha cambiato nella gente l’idea del sesso e della vita. Altro che Tv-zero, se permette. La telenovela che mostra alla ragazza calabrese una diversa concezione dei rapporti uomo-donna, è nata in una realtà tutta diversa, ad uso e consumo del mercato americano. Del resto la Tv, come il turismo, non insegna mai la verità. Offre anzi l’ immagine d’ un mondo artificioso, inesistente. Quella gente, quei rapporti, non esistono neppure in America. In Italia la Tv ha però favorito un evento culturale di fondo: la creazione della lingua parlata media. Pasolini fu il primo a rendersene conto. Si tratta ancora una volta d’ una conseguenza involontaria. Prenda del resto un qualsiasi farmaco. Ogni farmaco ha i suoi effetti voluti o principali e i cosiddetti effetti collaterali. Un fenomeno di grandi dimensioni come la Tv, ovviamente non può avere meno effetti collaterali dell’ Aspirina. Così trasforma il cervello umano.

Vorrei aprire con lei un altro capitolo che mi pare importante. Lei Enzensberger, scrive che la Tv non soppianterà i mezzi di comunicazione tradizionali: ad esempio, la parola scritta. Ne è proprio sicuro? A volte ci assale il timore…

I due medium assolvono funzioni differenti. Lo scritto permette una densità di comunicazione molto alta e ha un alto valore d’ uso. Il fruitore sceglie da sé il ritmo di lettura, torna indietro, salta le pagine, ne impara a memoria altre. Insomma, se davvero voglio informarmi, devo ricorrere alla comunicazione scritta. Ci vuole più tempo, è meno semplice, ma è più proficuo. Il contrario della Tv. La Tv non dà più informazioni, dà solo più rumore. Un’ altra sua caratteristica sta nella vasta tolleranza dell’ illogicità.

Che vuol dire?

Se io pecco di logica nella concatenazione dei concetti in una pagina, ogni buon lettore medio se ne renderà conto. La mancanza di legami logici in un discorso televisivo non solo non viene notata, ma può diventare attraente. Proprio ciò mi ha convinto a rifiutare ogni comparsa in Tv, anche per la più innocua delle interviste. Credo che non avrebbero senso. In Italia esiste un filone televisivo detto della Tv-realtà che consiste principalmente nel far interagire, in diretta, due strumenti: Tv e telefono. A parte alcune nobili eccezioni, la partecipazione del pubblico ai programmi via telefono è puramente fittizia. Intanto perché è filtrata cento volte, poi perché vengono scelti i messaggi congrui alla pseudo-comunicazione Tv e cioè quelli sensazionali, erotici, eccentrici e via dicendo.

Con quali conseguenze, secondo lei?

Di vario tipo, ma c’ è un punto che rappresenta il nocciolo dell’ intera faccenda: l’ analfabetismo secondario. Che significa? L’ analfabeta secondario è il prodotto della fase più attuale dell’ industrializzazione. Nelle società industriali avanzate, l’ analfabeta che firmava col segno di croce crea un disturbo e deve essere eliminato. Serve invece l’ analfabeta secondario, che può essere chiunque: un dirigente, un politico, un semplice operaio, un uomo in grado di firmare assegni o di decifrare un diagramma statistico, però con una caratteristica.

Quale?

E’ un uomo che fondamentalmente non capisce che cosa gli sta succedendo. La Tv è per lui il medium ideale. Proprio il Postman, da lei citato, ha suggerito un’ interpretazione: la Tv è fatta di scemenze condite in salsa piccante.

Lei la condivide, ovviamente.

Con una riserva. Ciò che sfugge a Postman è che proprio la sua insensatezza garantisce alla Tv la sua capacità d’ attrazione e il suo successo. Duecento anni fa, al tempo dell’ Illuminismo, si tendeva a credere che tutti gli uomini avessero i bisogni intellettuali d’ un Voltaire o d’ un Diderot. Ciò è sbagliato. I bisogni della gente sono diversi. La cultura è una scelta, e come tutte le scelte implica anche la possibilità il diritto, direi di rifiutarla. Lei avrà letto Bateson e le sue destinazioni tra natura e cultura. I bisogni culturali sono indotti. Nessuno leggerà mai Doktor Faustus, se non sarà spinto in qualche modo a farlo.

Ha senso rifiutare una cosa che non si conosce?

La vecchia concezione borghese della cultura diceva più o meno: se non hai letto i classici, non farai parte del club. Questo è sbagliato. Oggi una buona parte della borghesia ha scelto l’ analfabetismo secondario. Conosco parecchi dirigenti che non leggono nulla, mai, e certo non gli sono mancate le occasioni e gli stimoli. La loro scelta di diventare analfabeti secondari è quindi chiaramente deliberata. Sostengo che è nel loro diritto farlo.

Se la cultura s’ impone per la sua capacità di seduzione e se la Tv è uno strumento seducente, basterebbe mettere le due cose insieme. O no?

No. La Tv ideale è seducente perché priva di senso. Se gli dessimo un senso cesserebbe di esserlo. In Italia abbiamo provato a fare un programma tutto di libri, si chiama Babele. E’ andato piuttosto bene.

Non mi stupisce. La Tv è onnivora, trasporta tutto o nulla. Ma il punto centrale è che in televisione la letteratura o comunque la pagina scritta si personifica. In parole povere, non si tratta più del libro ma del suo autore, anzi del personaggio. Che per il solo fatto di stare lì, si trasforma in una personalità televisiva. Conta il modo in cui sorride, la rapidità con la quale parla, la maniera in cui polemizza o accavalla le gambe. Il libro a questo punto sparisce in un nebuloso secondo piano….

La Tv è dunque cretina non per scelta, ma per sua essenza. Senza possibilità di redenzione? Non faccio pronostici. Potrebbe accadere alla Tv la stessa cosa che succede ai giornali. I grandi editori cominciano a rendersi conto che, a fini pubblicitari, conta più la qualità o l’ omogeneità dei lettori che non la loro quantità in cifre assolute. I periodici tendono a specializzarsi per settori d’interesse, mentre i grandi quotidiani tendono a diventare strumenti indispensabili alle élites. La proliferazione televisiva potrebbe portare a una specializzazione dello stesso tipo.

Tv a parte, che pensa dell’ Europa?

C’è una grande preoccupazione in Italia e nel mondo per l’ unificazione ormai imminente della Germania.

La televisione ha niente a che vedere con tutto ciò?

Qualcosa ha a che vedere. Può correggere questa preoccupazione, attenuarla. Il diffuso analfabetismo secondario dei tedeschi, di cui stavamo parlando, potrebbe costituire un contrappeso positivo a questo processo.

In che modo?

Limitando la furia irrazionale, la frenesia, la drammaticità dell’ operazione, insomma tutti quegli aspetti della riunificazione che verranno automaticamente tagliati fuori proprio da questa mentalità vagamente piccolo borghese. Con ogni probabilità, l’ unificazione sarà cosa fatta entro l’ anno, ma in questo momento nessuno parla di ideali o di miti. Tutti discutono invece di cifre, di quanto costerà l’ operazione, di quanto varrà il marco una volta conclusa la cosa. Tutto ciò limita l’ esplosività del fenomeno. Quando si fanno i conti si tende a ragionare, non ci si comporta più come selvaggi che rincorrono un mito.

Restano altri fattori: quelli politici, quelli puramente demografici. La demografia è un dato di fatto non modificabile a breve termine.

E’ vero, saremo il paese più affollato d’ Europa. E probabilmente la Germania unita andrà molto bene alle Olimpiadi risvegliando in qualcuno ricordi e nostalgie. Resta però il fatto che la forma federale dello Stato è sicuramente un elemento molto positivo ed è allo stesso tempo un dato storicamente caratteristico: la storia tedesca è piena di tentativi federali.

Tutto questo potrebbe però venir meno o essere drasticamente corretto proprio a seguito dell’ unificazione.

Solo in teoria. In pratica darei molto peso al fatto che il mezzo secolo trascorso, dalla fine della guerra a oggi, ha profondamente cambiato il rapporto Stato-società. La Germania è il paese dove si è teorizzata la natura etica dello Stato. Questo ha voluto dire in pratica l’ esaltazione acritica di ogni tipo d’ autorità. Tutto questo oggi non esiste quasi più, a parte alcune frange estreme per ideologia politica o per età. La maggior parte delle persone tende a vedere lo stesso governo federale solo come un inevitabile fastidio.

Eppure il cancelliere federale Helmut Kohl ha rischiato di compromettere i rapporti con i polacchi sulla questione dei confini orientali.

Quell’ episodio testimonia solo della mediocrità della lotta politica e dei suoi mezzi. Si è trattato di un calcolo elettorale che non ha niente a che vedere con i sentimenti diffusi della gente. Lo scopo della dichiarazione era solo di strappare qualche manciata di voti all’ estrema destra dei Republikaner.

Lei è un insigne rappresentante della sinistra tedesca. Che è successo di voi dopo i crolli a catena dell’ 89?

Dobbiamo prima definire di che tipo di sinistra stiamo parlando. Con la parola sinistra intendo la tradizione culturale e politica che comprende il movimento operaio e risale fino ai principi della rivoluzione francese, compresi naturalmente i partiti comunisti. Questa sinistra attraversa una crisi profonda sia politica che di ridefinizione. Per il momento è come se fosse rimasta senza prospettive. Ma il mondo è troppo fluido e inquieto per pensare che una forma sociale abbia trionfato per sempre su tutte le altre o che gli uomini di buona volontà non trovino obiettivi degni di loro. Sorgeranno nuove sfide che al momento non riusciamo nemmeno a definire.

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