METAMORFOSI SENTIMENTALE
di Diego Marani

Sono stato mostro anch’io. Fu quando ero innamorato. Dovevo avere sicuramente la coda, le pinne e le squame, perché la gente mi evitava guardandomi con ribrezzo. O forse era compassione. Io invece mi vedevo bellissimo, come non ero mai stato. Soprattutto non vedevo loro, gli altri. Mi sembravano chiusi fuori, lontani. Vedevo solo lei, mostro come me. Era soprattutto dagli occhi che ci prendevamo. Anche in lontananza, appena scorgevo le sue pinne che sbattevano festose e la sua cresta di squame che oscillava, io cominciavo a scuotere il capo. Poi arrivava lo sguardo. Erano due mari che si congiungevano, i nostri occhi. Facevano uno scroscio pauroso e si distinguevano proprio le mie onde schiumanti mescolarsi alle sue.

Nel parco la gente doveva scostarsi per non bagnarsi. Le signore tutte eleganti salivano sulle panchine, gli impiegati incravattati si toglievano le scarpe e si arrotolavano i pantaloni, I papà sollevavano i passeggini con i bimbi dentro, i cani nuotavano e abbaiavano eccitati. Ma appena unite, le nostre onde si placavano e alla fine alla gente sembrava normale di camminare dentro quel mare di sentimento. Ci guardavano un po’ stizziti, ma in fondo capivano.

Non era colpa nostra. E’ vero che con gli occhi eravamo pericolosi. Potevamo far esistere mondi fatati, inventare vite nuove subito pronte da vivere, far cadere anche gli altri nei nostri miraggi. Due mostri che si baciano in un parco non si vedono tutti i giorni. All’inizio suscitavamo grandi clamori. I bambini a vederci scappavano e ci additavano alle loro mamme. Ma poi l’indifferenza si richiudeva su di noi.

Ché non eravamo più di questo mondo. Animali inadatti alla vita degli uomini. Non potevamo salire in tram: la coda ci rimaneva presa nella porta. Non potevamo andare al ristorante: ci buttavano fuori. Non potevamo salire in macchina e scappare via: con le pinne è difficile guidare. Potevamo solo restare nascosti nel parco.

Da mostri avevamo anche altri inconvenienti. La persistente sensazione di vivere dilatati. Eravamo più grandi di noi. Così succedeva che quando io credevo di alzare un braccio per stringerla a me, scuotevo le fronde degli alberi. E lei a farmi una carezza con la mano finiva per divellere tutta l’erba del prato. C’era una grande gioia in noi, che vibrava come una continua scossa elettrica. Ma anche una sensazione di imminente dolore. Da me cominciava con una piccola fitta appena sopra la scapola, fra le due squame più grandi. Roba da niente, tanto che avevo l’impressione di poterlo eliminare sfregandovi sopra una pinna. Ma non se ne andava e presto colava giù per la schiena fino alla zampa. L’unico modo per attenuarlo era un abbraccio stretto a lei, becco contro becco, squama contro squama, respiro dentro respiro. Finché avevamo la sensazione di non riuscire più a staccarci. Allora il dolore spariva. Restava solo quella scossa come un terremoto. Era la terra intera che si scuoteva per ficcarci l’uno dentro l’altra, perché solo così potevamo esistere. Un unico mostro sazio e perfetto.

Ma un giorno le squame hanno cominciato a staccarsi, le pinne si sono seccate come unghie morte, le creste sulla schiena sono cadute come i petali di un fiore vecchio. Da quel tumulo di croste e cartilagini imputridite sono venuto fuori io, di nuovo normale e imperfetto. Lei non l’ho più vista, scomparsa nella folla della normalità. Adesso ogni tanto mi capita di sorprendere qualche coppia di mostri abbracciati nel parco. Li guardo con nostalgia e ricordo ancora quando ero mostro anch’io.

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