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TITANIC/ L’arrogante follia dell’ottimismo borghese

Valerio Capasa

sabato 14 aprile 2012

Quando le Sirene cercarono di fermare Ulisse, sul mare dominava una grande calma. Ma «la calma profonda» – ce lo insegna il Moby Dick di Melville – «è forse più spaventosa della tempesta stessa»: «la più tremenda delle tempeste» quasi sempre «scoppia da quel cielo senza nuvole, come l’esplosione di una bomba su una città abbagliata e sonnacchiosa». Fatto sta che quando la nave di Ulisse passò davanti a quell’isola «il vento cessò» e puntuale giunse all’eroe il canto mieloso che voleva ammaliare, e fargli dimenticare chi era, per riempirlo invece di nuove esperienze: chi si ferma con le Sirene – questa era la promessa – poi se ne va «sapendo più cose».

Anche cento anni fa, nel 1912, c’era una grande calma quando affondò il Titanic. A imporla era l’ottimismo delle sirene chiamate positivismo e scientismo, che almeno da qualche decennio annunciavano che il mondo stava progredendo in maniera inarrestabile e promettevano di sapere così tante cose da poter regalare benessere a tutti.

Studiando i tre grandi autori dell’Ottocento italiano, si avverte subito quella mentalità: se Leopardi cerca la felicità e Manzoni la verità e la giustizia, tutta la tensione dei personaggi dei Malavoglia di Verga (siamo nel 1881) si incarna, invece, nella «ricerca del benessere». Il manzoniano «guazzabuglio del cuore umano» diventa il verghiano «meccanismo delle passioni»: come se all’uomo potesse bastare stare «meglio» nella società.

Che colasse a picco la Provvidenza, la vecchia barca carica di lupini dei Malavoglia, poteva anche essere messo in conto. Ma quando affondò il Titanic, non se l’aspettava nessuno. Navigava al sicuro, al vento di un’ideologia che presumeva di poter piegare tutto – perfino il mare – alle proprie misure. Nella trilogia dedicata a quella tragedia, Francesco De Gregori fotografa nei Muscoli del capitano il dialogo, «in questa notte elettrica e veloce», fra il capitano e il mozzo. Quando quest’ultimo gli fa notare che «c’è in mezzo al mare una donna bianca», il capitano gli dà retta soltanto per un attimo, e subito lo liquida: «io non vedo niente, c’è solo un po’ di nebbia, ché non c’è il sole: andiamo avanti tranquillamente».

Fu l’«andiamo avanti tranquillamente» di un’intera epoca, che credette di avere a due passi la felicità e la pace. L’affondamento del Titanic fu un fatto, prima che una metafora, ma fu giustamente interpretato – per esempio da Conrad – come un momento cruciale e simbolico, durante il quale naufragava l’«arrogante follia» dell’ottimismo borghese della belle époque.

In cosa consisteva questa follia? Nel far coincidere progresso e felicità, nel presumere che le capacità umane garantiscano la felicità. Non era più il tempo di chiedersi il perché delle cose entrando nella loro abissale profondità, bastava capire come fare a tenersi a galla nella vita (lo imponeva il dogma comtiano dell’età scientifica). Bisognava smetterla con «certe stolte domande», sentiva gridare intorno a sé Pirandello: «Siete dei pazzi petulanti! Donde si viene? Dove si va? Che si aspetta qui nel dubbio della sorte? A quale scopo vivo io? – Ma la vita non ha scopo; la vita ha cause che la determinano».

Invece tutte le cause, tutte le cose sapute, tutti i “come” sbatterono contro un iceberg. E riemersero domande radicali, a scompigliare quella tranquillità. Per chi voleva rimanere in superficie, quell’urto riaprì la partita con il fondo di tutte le cose, ristabilì il tempo del “perché”: «è una esperienza dolorosa, ma pazientemente seguita quella che ci rimette Dio sulle labbra; e non su queste soltanto, ma nell’ardore del desiderio» (Pirandello, Arte e coscienza d’oggi).

Li avevano considerati cassandre decadenti, quegli scrittori che continuavano a ricordare che nessun progresso e nessuna formula ci avrebbero salvati. E invece la storia ha dato ragione a loro, a quelli come Chesterton: «la nostra civiltà è davvero il Titanic; per il potere e l’impotenza che mostra, per la solidità e la fragilità che mostra». Quella nave doveva essere simbolo del «potere» scientifico e tecnico, doveva far dimenticare di trovarsi sopra una nave: «se si costruisce una barca così grande da non sembrare più neanche una barca, bensì da sembrare un paese acqueo, per forza questo indurrà la mente a uno stato di vigilanza ridotto, perché la natura più profonda dell’essere umano è fatta così».

Mentre andava a fondo, il Titanic fece venire a galla tutta l’«impotenza» umana che le sue luci avevano oscurato. Non solo: rese evidente come non ci fosse «alcun rapporto di sana proporzione tra la provvigione di lusso e divertimento e il tentativo di provvedere al bisogno e alla disperazione». Chi infatti può rispondere alla «disperazione» emersa in quel drammatico frangente? Davvero un po’ di «divertimento» è proporzionato al «bisogno» che una tragedia mette a nudo?

Ai «nostri sventurati fratelli a bordo del Titanic», continua Chesterton, «è stato dato di sentire quell’istinto di creaturalità con un’urgenza tale che noi, lasciati sani e salvi sulla terra, non abbiamo». Proprio da loro, però, possiamo imparare la nostra ultima, inestirpabile, «fragilità». Quella che proprio in quegli anni di guerra improvvisa e devastante Giuseppe Ungaretti scoprirà allitterante con la parola Fratelli: mai gli uomini si scoprono così «fratelli» come quando riconoscono la loro «fragilità», ossia l’impotenza a rispondere da soli al proprio bisogno.

Ma quando l’uomo è «presente alla sua fragilità» – quando ci accorgiamo, come scrisse Chesterton in quella occasione, di «ciò di cui un uomo è davvero fatto, di che materia è fatta la nostra natura quando è al suo meglio e al suo peggio» – si ribella, seppure di una «involontaria rivolta». Non ci basta piangere sulla nostra fragilità. Cosa sono quattro lacrime se vanno a perdersi nell’oceano tra altre infinite gocce? E cosa può un abbraccio sulla prua – come quello celebre di Leonardo DiCaprio e Kate Winslet – contro l’abisso? Quanto può salvare?

Ci si può emozionare in massa guardando il film di James Cameron, insistendo però a credere di potersi sistemare piazzandosi su una nave – che magari non si chiama Titanic, ma: idee, regole, salute, cultura, famiglia, fidanzato, comitiva – che si presume inattaccabile dalla realtà. Quando però, in una notte tranquilla, una collisione ci sveglia dall’illusione di potercela cavare con quello che sappiamo costruire, ci vuole un abbraccio più potente delle onde del mare. A volte c’è bisogno che si attraversi l’inferno, ci sono notti in cui è necessario che si spengano le luci artificiali, perché si possano d’un tratto «riveder le stelle», o se ne possa almeno avere nostalgia.

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