Tag

Fine di un altro giorno. A volte si vorrebbe solo sedere in un angolo e respirare e tentare in qualche modo di fermare l’emorragia. L’emorragia del tempo. Stringerlo mentre cola giù tra le dita.

Dicono teorie scientifiche che il tempo accelera quando si cresce perché il cervello è saturo, tutto scivola via, mentre da giovani il cervello vergine voleva assorbire più dettagli, più conoscenza, e la ricchezza di dati disponibili produceva l’impressione del dilatarsi del tempo. In realtà sappiamo tutti che nel mondo contemporaneo la necessità di assorbire dati sempre nuovi non si ferma con la maturità, anzi. La massa assurda di dati che preme contro il cervello polverizza il tempo e lo rende insufficiente. È l’aumento della datasfera a comprimere il tempo.

Dicono altre teorie, scientifiche o parascientifiche, che il tempo accelera per tutti coloro che vivono in quest’epoca perché le pulsazioni energetiche della Terra aumentano. Come un metronomo impazzito. Un conto alla rovescia. Altri ancora come il teorico Ray Kurzweil esaminano la storia delle innovazioni tecnologiche e notano una costante curva di accelerazione, una rincorsa che pare condurre sull’orlo di un pauroso salto: adesso, proprio adesso, siamo sul punto di spiccare il salto.

Per paradosso, il tempo accelera anche per quelle generazioni occidentali che di fatto vivono nel limbo. In uno stato di attesa che dovrebbe favorire un senso di rallentamento. Attesa di una svolta, attesa di una realizzazione. Magari anche di un banale lavoro. Dicono statistiche molto più prosaiche che l’età media di chi si sposa in Italia è cresciuta di oltre quattro anni nel corso degli ultimi due decenni. Per l’ovvia ragione che convivere senza matrimonio è più comune e, ancora più, per l’altrettanto ovvia ragione che a lungo si resta ad aspettare un lavoro stabile, una chance di “sistemazione” – qualunque cosa ormai questo significhi.

Per Karl Marx, il punto focale della realtà era il produrre. Per Baudrillard il vero lavoro sociale richiesto alle masse era il consumare. Per Mark Zuckerberg è il connettersi. Eppure, oggi, è difficile sfuggire al sospetto che l’ultima ingiunzione del sistema, piuttosto sinistra, sia quella di aspettare. Aspettare. Una qualche via d’uscita? Una rivelazione? Un azzeramento di tutto?

La verità è che mentre si aspetta si invecchia in fretta e i trentenni di oggi mi sembrano a volte i più intimamente vecchi della storia umana. Esausti. Sfiniti. Nonostante il giovanilismo diffuso e la cultura del corpo. Poterlo avere, un euro per ogni volta che ho sentito un trentenne lamentare quanto si sentiva vecchio. Masticati dal sistema e sputati. Giovani fuori e desolati dentro. Aspettano, non hanno tempo.

Anche per questo in un’epoca in cui la rivoluzione, per quanto urgente, pare difficile per mancanza di un pensiero coerente in grado di guidarla, aumenta invece l’incidenza delle rivolte. La prima è un progetto, le seconde uno sfogo episodico, una scintilla nel buio. Secondo lo studioso Furio Jesi, la rivolta è una “sospensione del tempo normale”. Il tempo normale cioè quello del sistema. La rivolta lo strappa durante un miracoloso o traumatico frangente, per rivelare che forse di là c’è qualcosa. Al di là di questo tempo, qualcosa d’altro.

Annunci