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Il tempo del viaggio

Il vagone è diventato un ufficio, una fabbrica.
Dove le ore volano, come le dita sui tasti
di Giacomo Papi

Ore 7:12. Stazione di Rogoredo, Milano.
Il treno Frecciarossa per Roma è in partenza dal primo binario.
Sbarcheremo a Termini tra 2 ore e 53 minuti esatti, alle 10:05, in perfetto orario per la riunione.

Nel frattempo scriverò la rubrica, proprio questa che state leggendo, la novantesima, ma non ho ancora un’idea convincente. Posta pneumatica? Servizio di leva? Aguzzerò occhi e orecchi, acuminerò i sensi e lo spunto arriverà di sicuro.

Il treno si muove nelle nebbie.

Noi, i passeggeri della carrozza 3, abbiamo sfilato i cappotti ed estratto i computer. Mi guardo intorno. Questo posto mi ricorda qualcosa. Le facce sono gonfie, tumefatte dalla notte e dall’inverno, le tracce del cuscino impresse sulla guancia del mio dirimpettaio. Siamo tutti ancora mezzi addormentati e cisposi. Estranei legati insieme dalla casuale intimità inventata dal viaggio.

Sarebbe bello se il vagone si addormentasse e se ci svegliassimo a Roma pieni di sogni. L’immagine mi rilassa le palpebre. Invece, la signorina del posto 63 ferma il controllore: “Mi scusi, il wi-fi non funziona?”. “Qualche istante di pazienza, il capotreno ha riavviato il server”.

Roteo lo sguardo d’intorno, stanno tutti già navigando, scrivendo, chattando, calcolando, rispondendo alle email. Gli altri telefonano. Un tipo anonimo alla mia sinistra tratta la vendita di un carico di kalashnikov. Un altro discute con il commercialista di aprire un conto ad Aruba. La pianura padana scivola grigia e biancastra al di là dei finestrini.

Siamo a Casalpusterlengo. Sono solo le 7:31.

Distendo la poltrona e, intanto, leggo due nuove email sul telefonino. A quelle della notte ho risposto in taxi con l’iPad, andando in stazione. Il telefonino fa bip, controllo. Quello che ha inviato l’ultima email ha mandato anche un sms di rinforzo. Deve essersi addormentato angosciato pensandomi, e così mi ha scritto appena sveglio. Dieci anni fa mi avrebbe lasciato un messaggio in segreteria – be’, forse la segreteria telefonica, potrebbe essere un’idea – oggi non deve aspettare, infatti sto già rispondendo.

Si sono fatte le 8:17, Bologna è alle nostre spalle.

Tutto il vagone sta cinguettando di bip. Non siamo più vincolati a un unico luogo di lavoro, a orari fissi, al cartellino da timbrare. La tecnologia ci rende padroni del tempo da gestire secondo le nostre esigenze. Io, per esempio – e stiamo passando Firenze – ho molto sonno, mi piacerebbe dormire e potrei anche farlo, se non fosse che mi squilla il telefono e mentre rispondo, già che ci sono, do un’occhiata all’homepage di Repubblica e inoltro un link a un amico e pensa che stress se usassi anche Facebook e Twitter.

Alzo lo sguardo. La signora di fianco fa la spesa online: “Sa, ho tre figli maschi”. Ovunque in carrozza ferve un’attività frenetica: mercanti d’armi, sindacalisti, broker, politici, madri manager, giornalisti pompano a mille, gli occhi iniettati di sangue, la voce incalzante, senza più segni del cuscino sulle guance.

Il tempo del viaggio non esiste più. Treni e auto sono diventati luoghi di lavoro. Un amico si è fatto montare sul casco un microfono collegato via bluetooth al telefonino, azionabile con comandi vocali, così può lavorare anche in scooter. Appena torno a Milano me lo compro anch’io.

Questo vagone è un ufficio, è una fabbrica, è una filanda, è una piantagione.

È un galeone pieno di schiavi.

È un posto in cui nessuno ricorda più di essere in viaggio e nessuno sa di avere rinunciato per sempre all’irreperibilità in cambio dell’illusione di avere più tempo.

E così il tempo vola, in effetti, e la noia scompare. Siamo già a Roma. Salto su un taxi. Su Lazio Radio Style c’è la rassegna stampa. Parlano solo dei gol di Miro Klose, ma sarà quasi come avere letto i giornali.

Arrivo alle 10:28, puntuale per la riunione. Saluto. Mi siedo. Accendo il portatile. La mia giornata di lavoro può finalmente iniziare.

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