Oltre l’osceno. Intervista a Romeo Castellucci

Massimo Marino

 

Osceno è uno spettacolo che si interroga sul dolore umano, sui figli che si caricano sulla spalle la decadenza fisica dei padri? O osceno è il clamore fondamentalista che si scatena intorno a un lavoro teatrale senza averlo visto, presumendo, per sentito dire? E non è osceno il conseguente silenzio (o mezzo silenzio) complice di molti, che non fa chiarezza, che non denuncia la montatura?

Questa riflessione sorge a seguito delle polemiche nate dalla rappresentazione dello spettacolo Sul concetto di volto del figlio di Dio di Romeo Castellucci / Socìetas Raffaello Sanzio, in programma al teatro Franco Parenti di Milano dal 24 gennaio.

 

Vari gruppi di integralisti cattolici hanno mobilitato i loro blog per boicottare la rappresentazione, definita “oscena”, “blasfema”. Si chiamano Gli ultimi tempi, Messa in latino, La voce di don Camillo, Pontifex Roma, Sudditi di Cristo, Medjublog, Gloria tv eccetera. Su YouTube il comitato san Carlo Borromeo del blog Basta cristianofobia ha prodotto un inquietante spot in cui sotto una musica marziale scritte incalzanti invitano all’azione contro lo spettacolo, concludendo con: “Abbiamo il dovere di REAGIRE!”.

 

La Curia milanese, invitata a intervenire dalla direzione del teatro, ha risposto con un breve scritto ponziopilatesco:

 

“Proprio perché Milano è una città che ha sempre rappresentato il pensiero illuminato, la religiosità alta, il dialogo e l’apertura, invitiamo a considerare che la libertà di espressione, come ogni libertà, possiede sempre, oltre a quella personale, una imprescindibile valenza sociale. Questa deve essere tenuta particolarmente in conto da parte di chi dirige istituzioni di rilevanza pubblica, per evitare che un’esaltazione unilaterale della dimensione individuale della libertà di espressione conduca ad un ‘tutti contro tutti’ ideologico che divenga poi difficilmente governabile. Di questa dimensione sociale della libertà di espressione avrebbe pertanto potuto farsi carico più attentamente al momento della programmazione la direzione del Teatro.

La preghiera per manifestare il proprio dissenso non può accompagnarsi a eccessi di qualunque tipo, anche solo verbali.”

 

Particolarmente grave appare quell’invito alla direzione del teatro di farsi carico di una censura preventiva “al momento della programmazione”.

 

Il regista, in tutta questa storia, è sbalordito e spaventato. Anche perché si sente solo, come ci spiega in questa intervista telefonica. La sua voce a tratti si incrina. Sottolinea certe parole, per far intendere come si veda precipitato in una situazione che sfugge dai suoi orizzonti, che sono quelli dell’artista che provoca visioni attraverso i segni, che sfida le percezioni, le concezioni, ma mai la sensibilità delle persone.

Questo spettacolo, in particolare, sembra sviluppare una strada solo accennata in passato, nella Tragedia endogonidia, quella del confronto con frammenti di realtà, osservati come sintomi e calati in una visione mitica e tragica, in un corto circuito tra il quotidiano e le sue radici più profonde. C’è un padre incontinente, che si sporca con le proprie feci, e un figlio che lo cura. Il volto di Cristo Salvator Mundi di Antonello da Messina testimonia un’impotenza dell’umano e del divino nei confronti del male, della decadenza, della morte. Ma è anche uno sguardo sulle miserie, pieno di pietas, che la società non riconosce. Nel finale dello spettacolo quel volto sarà aggredito da un gruppo di bambini che lanciano granate d’inchiostro o si disferà per attentato o implosione interna (il finale può variare, a seconda dei luoghi e della possibilità).

 

Scrive Castellucci, in una lettera pubblicata su Repubblica Milano il 17 gennaio:

 

“Questo spettacolo – come tutto il Teatro Occidentale che trova fondamento nella bellezza problematica della Tragedia greca – obbedisce alle sue stesse regole retoriche: è antifrastico, utilizza cioè l’elemento estraneo e violento per veicolare il significato contrario. La violenza qui significa, omeopaticamente, la ricerca e il bisogno di contatto umano; così come allo stesso modo un bacio può significare tradimento. La lezione della Tragedia attica consiste in questo: fare un passo indietro: rendersi disumani per potere meglio comprendere l’umana fragilità”.

 

 


 

Cosa provi in questo momento, con queste polemiche?

Da una parte sicuramente la tristezza di ritrovarmi in un paese, a Milano, nel 2012, a combattere ancora queste battaglie per principi che credevamo tutti quanti rispettati. Poi, ti assicuro, viene la rabbia, anche perché la cosa veramente incredibile è che i media sono stati il megafono solo dei deliri di una parte, che è stata in grado di produrre attraverso i blog una caricatura mostruosa di uno spettacolo che non esiste e non è mai esistito.

 

La cosa è iniziata a Parigi, o c’erano state altre avvisaglie?

A Parigi. Con alcune avvisaglie ad Avignone…

 

Però lo spettacolo era stato replicato in varie città, anche in Italia…

Certo, eravamo stati a Venezia, Cesena, Torino, Pontedera, Roma. In Italia è stato visto e recensito da tutti i giornali e settimanali, più di un anno fa. Quindi è uno spettacolo perfettamente conosciuto. C’era molto materiale. Su Repubblica è uscita una recensione di Franco Quadri. Quando sono apparse le notizie delle contestazioni sulle pagine di Repubblica di Milano era però come se fosse un oggetto alieno caduto da non si sa dove. Io stesso ero un perfetto sconosciuto. Sono cose di una sciatteria culturale…

 

Le informazioni sulla presunta blasfemia dello spettacolo da dove venivano? Da quello che è successo a Parigi?

Proprio così. Io mi sono sperticato a dire: guardate che su questo lavoro hanno scritto saggi di teologia, l’arcivescovo di Rennes ha scritto un saggio teologico. Non è possibile che questo lavoro sia quello che state dicendo: c’è qualcosa che non va. Non è possibile che si lancino degli escrementi sul volto di Gesù, se in Francia ci sono stati dei vescovi che hanno difeso il lavoro, ne hanno parlato. Niente. Tutte parole al vento.

 

Questa pubblicistica, questi interventi sui blog, nascevano da gente che ha visto lo spettacolo?

Non hanno mai visto lo spettacolo, in Francia. Anche perché queste persone lo interrompevano dopo pochi minuti, e venivano arrestate.

 

Parliamo dello spettacolo. Hai scritto una lettera a Repubblica in cui citi più volte la Bibbia, quasi a difendere una tua posizione cattolica, di fede, contro le cattive interpretazioni di questi fedeli estremisti.

È un cosa che non faccio mai, quella di entrare nelle fibre, nelle ragioni dello spettacolo. È quello che mi è interdetto normalmente, perché appartiene allo spettatore. Ho dovuto farlo: non per recitare un atto di fede che non sarei in grado di fare. Non mi sento un cattolico, non mi riconosco in questa chiesa, la quale ha ancora una volta perso un’occasione d’oro per alzare il livello del discorso intorno alla figura centrale del Cristo. Ne hanno accettato ancora una volta la figura bidimensionale, caricaturale, mediatica che qualcun altro gli ha suggerito, ostaggi di frange squallide di destra. Sono ostaggi di questa gente. Quindi non mi riconosco in questa chiesa, povera di spirito. Quindi non posso dirmi cattolico. Non lo sono. Altro discorso è dire che sono affascinato dalla figura di Cristo. Tutto il mio lavoro, da trent’anni a questa parte, ruota intorno a questa figura, completamente misteriosa ai miei occhi…

 

Figura dell’eroe sacrificato, capro espiatorio, che era presente anche, sotto diversi aspetti e forme, nella Tragedia Endogonidia

Certo. È quello che leggo, quello che salvo, quello che compenetra il libro della Bibbia con il libro delle tragedie greche. Sono un unico libro per me, con tutte le contraddizioni possibili…

 

Puoi spiegare meglio?

È il nostro dna culturale ed estetico… È San Paolo la figura che lega la tragedia greca, dunque il sapere e la sapienza greca, alla venuta di Cristo, quindi al cristianesimo, quindi all’estetica del Cristo, al cattolicesimo culturale. Penso a Carpaccio, per fare un nome… e a tutta la bellezza dell’iconografia cristiana. Fa parte del mio, del nostro dna. Non è una cosa che mi invento io, io non sono nessuno. Io assorbo quello che mi dà il luogo in cui sono nato e l’epoca in cui sono nato. Non dico cose originali. La nostra fibra culturale è fatta di questo intreccio: dentro ci sono gli ebrei, ci sono i cristiani, i greci, non c’è niente da fare, non si può espungere la sapienza greca, il dramma e la crisi che la tragedia mette in sena. Quindi, se per qualcuno la Bibbia significa luce, per me è una luce che è adombrata dallo spirito della tragedia, che è tragico e che comunque rimane pulsante, non è solo una pagina del passato. È una concezione di vita, una concezione di sguardo sulla vita.

 

Sguardo sulla vita. Nello spettacolo c’è questo volto di Cristo che guarda lo spettatore come a fargli delle domande sulla sua vita. È l’inerme, anche…

È totalmente inerme. È anche un pochino, se vuoi, un’immagine ironica, di un’ironia profonda, che non fa per niente ridere. È il Salvator Mundi che non è in grado di salvare una situazione ben più piccola, quella del fallimento di un figlio di fronte alla merda del padre. Davanti a una realtà veramente spicciola, troppo spicciola, non è in grado di intervenire. Contemporaneamente però è uno sguardo che è luce. È una scena totalmente disperata, non c’è più speranza perché alla fine il figlio fallisce. Ma contemporaneamente posso dire che lo sguardo di Gesù è sincero, è di partecipazione. Non so cosa vuol dire questo… Non ho una dottrina da far passare. Infatti non ci sono parole, essendo parabola. È uno spettacolo che è concepito come una parabola, quindi che scavalca a piedi pari ogni capacità di dire. Non ho niente da dire davanti a questo spettacolo.

 

Proprio per questo, forse, c’è gente che cerca qualcosa da dire e la trova in modo estremamente limitativo, proprio per la grande libertà che da artista tu offri.

Senz’altro. Quelle persone che mi attaccano lo fanno a scopo strumentale e politico per loro ragioni.

 

Quali sarebbero queste ragioni strumentali?

Innanzitutto per dimostrare che esistono. Per dimostrare a tutti che ci sono, che fanno delle cose notevoli, che difendono lo spirito e così via. In quel modo creano una pressione all’interno di certi circoli di potere, della chiesa o di destra. In Francia è successo questo: era un discorso tutto dentro la destra, della destra per la destra, molto chiaro, chiarissimo. Poi naturalmente si rivolgono alle persone deboli di mente. Il loro bersaglio sono le persone deboli di mente, le persone semplici. Questo è l’aspetto doloroso. Si approfittano delle persone deboli. Tra queste ci sono alcuni che potrebbero prendere un coltello e tagliarmi la gola.

 

Hai paura?

Ma certo. Ho una grande paura. Per l’incolumità fisica mia e degli attori. Ci sono delle minacce gravissime, delle minacce di morte, in quei blog deliranti.

 

Questa è una cosa gravissima, indipendentemente dalla stessa difesa della libertà d’espressione.

Certo. Questo è un discorso che va al di là, un discorso che ha a che fare con la follia. Mi hanno attaccato semplicemente perché hanno letto, nessuno ha visto… Al massimo hanno visto le foto, qualche stralcio da YouTube… Hanno visto che c’è un signore che si fa la cacca addosso, che è incontinente, e sullo sfondo c’è l’immagine di Gesù. Hanno visto questo. Poi hanno detto di tutto. Che entrano dei bambini a lanciare la merda. Tra l’altro, non specificano che è un effetto teatrale, si dà ad intendere che è vera merda. Che sarebbe una specie di enorme rito satanico e che si usano dei bambini per lanciare dei veri escrementi sul volto di Gesù. A che scopo? Per prenderlo in giro. Questa è la caricatura mostruosa che è venuta fuori.

 

Mentre nello spettacolo mi sembra ci sia un tema dolorosissimo, di oggi, quello della cura dei figli verso i padri. Un tema di sempre, che diventa ancora più doloroso col tuo giovane manager, possiamo chiamarlo così, che deve occuparsi dell’anziano padre incontinente.

Sì, è un uomo d’affari, che non avrebbe tempo. Deve rinunciare al mondo esterno. E rinuncia. Perché alla fine accetta il mistero del quarto comandamento che dice: “Onora il padre e la madre”. E ci crede fino in fondo, con una pazienza infinita.

 

Tu, in un testo pubblicato in Epopea della polvere, scrivevi che l’estetica deve superare l’etica. Ripeteresti ancora un’affermazione del genere?

Sì, la ripeterei. È una frase dostoevskijana d’altra parte, che queste persone dovrebbero accettare, in primo luogo proprio loro. Non ci può essere un’etica senza bellezza, è inimmaginabile, perché la nostra vita non è sopravvivenza, la vita significa un bisogno di bellezza, profonda. La bellezza non è il grazioso. Queste persone non capiscono che il teatro, l’estetica, a volte impiega immagini brutte, oscene, per esprimere proprio il contrario. Per queste persone Picasso, per esempio, non è mai esistito, non dovrebbe essere esistito, e con lui tutta l’arte moderna.

 

La bellezza è anche dolore… Io la capisco così la tua frase: è uno scavare il peggio che c’è per arrivare a una luce.

Certo. La violenza… la Bibbia è un fiume di sangue, è tutto violenza nella Bibbia. La cultura greca, quando Achille trascina il cadavere di Ettore, lo consuma, un’immagine di assoluta barbarie, quella è la nostra radice di bellezza. Che vogliamo fare? Vogliamo censurare? Dire che sono cose oscene? Sì, sono oscene. Ma il problema è accettare il fatto che rappresentano probabilmente qualcos’altro.

 

Forse la colpa tua e di altri è proprio quella di mettere in scena l’osceno, quello che si vorrebbe nascondere fuori scena.

Certo, ma d’altra parte questo spettacolo arriva dalla nuda realtà della vita. Io non ho inventato nulla di osceno. Queste sono realtà che esistono, che io ho voluto vedere, una volta. Non è la mia specialità. Io non faccio sempre questo. Questo spettacolo è venuto così. Ho voluto vedere la realtà nascosta di una casa in cui ci sono un giovane figlio e un padre…

 

Un’altra riflessione, ti chiedo, sull’immagine. Tu hai lavorato sempre sulle ambiguità del mondo figurale in cui siamo immersi quotidianamente e profondamente. Hai percorso i doppi, le ambiguità, i controsensi delle immagini, offrendo una gran libertà di interpretazione allo spettatore, chiedendogli, dalle immagini, di far bruciare i propri incendi. E qui si è appiccato un incendio che ti minaccia…

Attenzione. Le critiche nascono da persone che non hanno mai visto lo spettacolo… Che quindi non si sono mai lasciate andare a questo abbandono dell’immagine. Loro non hanno mai messo piede in teatro. Le persone che hanno scritto queste cose farneticanti, ma anche i giornalisti che hanno raccolto queste voci, anche il cardinale Scola, hanno la grande responsabilità di aver detto quelle parole senza conoscere la materia. Il cardinale ha espresso un giudizio sul nulla. Quindi è una grandissima responsabilità, anche delle autorità. Loro non sonospettatori. Non hanno visto.Ma per ritornare altuo discorso, certo, con le immagini ognuno fa quel che vuole.

 

Inventare immagini che possono diventare qualsiasi cosa. È questo il compito dell’artista?

Certo. Se avessero visto lo spettacolo, se avessero detto: io ho avuto l’impressione che si lanciassero degli escrementi, io l’avrei accettato. Ma non si può dire: si lanciano, come se fosse una mia intenzione. È una differenza sostanziale, enorme. Perché a quel punto si può dire qualsiasi cosa: ho visto lanciare del sangue, ho visto lanciare della maionese… Si può dire quello che vuoi, ma non è così. Non c’è nessun escremento che si lancia, è tutto lì.

 

Cosa succederà a Milano?

Io ho una grande paura. Spero che vada tutto bene, anche se la lettura del nostro lavoro sarà compromessa da questo clima isterico, con persone che vengono a vedere lo spettacolo per interromperlo, come è successo a Parigi, senza però il cordone di sicurezza che il Théâtre de la Ville ha garantito. Ho molta paura.

 

Tu lo farai comunque?

Io non avrei dubbi. Ma io non sono in scena in quel momento. Non posso fare scelte al posto degli altri. Ci sono due attori. Sono da soli. Se si dovessero creare delle situazioni di pericolo, io sicuramente, per salvaguardare la loro incolumità, interromperò lo spettacolo.

 

È molto triste questo.

È molto triste.

 

È un sintomo di qualcosa?

È un sintomo di quest’Italia e della nuova Milano, un bruttissimo sintomo. Si raccoglie questo clima. Ormai il paese si è sfilacciato tutto. Ricordo che a Parigi a quest’ora c’era già un comitato di sostegno gigantesco, composto da intellettuali, artisti, attori eccetera.

 

E a Milano?

A Milano c’è il silenzio, il silenzio, lo stagno, nessuno si muove. Io non ho diritto di replica, non mi fanno parlare, non posso dire nulla.

 

Dove non ti fanno parlare?

I giornali! Probabilmente domani (martedì 17, ndr), staremo a vedere, pubblicheranno una mia lettera su Repubblica. Ma troppo tardi. Troppo tardi. Ormai il danno è stato fatto.

 

 


 

La lettera di Castellucci, pubblicata integralmente su vari siti e blog di teatro (tra gli altri, vedi gli ampi servizi su Ateatro), finisce così:

 

“Questo spettacolo nasce come un getto diretto delle e dalle Sacre Scritture. Il libro dell’Ecclesiaste, la Teodicea del Libro di Giobbe, il salmo 22, il salmo 23, i Vangeli. Il libro della Tragedia appoggiato su quello della Bibbia.

Questo spettacolo mostra, nel suo finale, dell’inchiostro nero che emana – achiropita, non per mano d’uomo – dal ritratto del Cristo. Tutto l’inchiostro delle sacre scritture qui pare sciogliersi di colpo, rivelando una icona ulteriore: quella che scavalca ogni immagine e che ci consegna un luogo vuoto.

Questo spettacolo mostra la tela del dipinto che viene lacerata come una membrana, come un sideramento dell’immagine. Un campo vuoto e nero in cui campeggia luminosa una scritta di luce, scavata nelle tavole del supporto del ritratto: Tu sei il mio pastore. È la celebre frase del salmo 23 di Davide. La scrittura della Bibbia ha perso il suo inchiostro per essere espressa in forma luminosa. Ma ecco che quando si accendono le luci in sala si può intravedere un’altra piccola parola che si insinua tra le altre, dipinta in grigio e quasi inintelligibile: un non, in modo tale che l’intera frase si possa leggere nel seguente modo: Tu non sei il mio pastore.

La frase di Davide si trasforma così per un attimo nel dubbio. Tu sei o non sei il mio Pastore?

Il dubbio di Gesù sulla croce Dio perché mi hai abbandonato? espresso dalle parole stesse del salmo 22 del Re Davide. Questa sospensione, questo salto della frase, racchiude il nucleo della fede come dubbio, come luce. E allo stesso tempo è sempre lei, la stessa domanda: essere o non essere?

O piuttosto: essere e non essere.

Questo spettacolo nasce dalla memoria di mio padre, che ho perso all’età di sedici anni e che non ho mai potuto pulire, accudire, mentre avrei voluto poterlo fare.

Questo spettacolo è una bestemmia, come la croce è bestemmia romana, come la corona di spine è bestemmia romana, come Gesù condannato, perché ha bestemmiato. Nel libro dell’Esodo la sola pronuncia del nome di JHWH è bestemmia. Dante scrive una bestemmia nel canto XXV dell’Inferno. Venerare il volto di Cristo nelle icone era bestemmia e idolatria per i cristiani bizantini prima del Concilio di Nicea. Galileo bestemmia quando dice che la terra gira intorno al sole.

Vedere il proprio padre perdere le feci per casa, in cucina, in salotto è bestemmia.

Infine, questo spettacolo non è esatto: questo spettacolo è merda d’artista”.

 

 

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