La aspettavano tutti. Frementi. Con la bava alla bocca. Lei, la notizia, la notizia infame ma anche sotto sotto sperata. Nel disastro della Costa Concordia all’Isola del Giglio c’era finalmente un colpevole, il signor Francesco Schettino, che dopo aver fatto schiantare la nave sugli scogli per puro esibizionismo provocando un numero tuttora imprecisato di morti se l’è data pure a gambe, e poi non contento ha dichiarato che quegli scogli non erano sulle carte nautiche – non solo, ma adesso tramite l’avvocato ci fa sapere che gli dispiace tanto.

Tutti lo volevano, il porco da crocifiggere senza sensi di colpa: noi, gli italiani seri e morigerati dell’era Monti, noi che stiamo dalla parte giusta, noi che possiamo dirci sicuramente migliori di quell’uomo, possiamo indignarci un’altra volta. Noi che paghiamo le tasse. Noi che cerchiamo con mille sacrifici di fare le cose perbene. Di qua noi, con la nave che affonda, quella reale e quella metaforica (l’Italia) che cerchiamo di salvare il salvabile. Di là loro, quelli che fanno la bella vita, i privilegiati, quelli che non pagano le tasse, quelli che affondano la nave (tutte e due le navi) per pura leggerezza, per pura superficialità, per indifferenza morale.

D’un tratto il povero Francesco Schettino, che pagherà per i suoi errori anche senza i nostri insulti, si è fatto carico di tutti i mali d’Italia. I giornalisti gli si sono gettati addosso come cani affamati. E intanto nessuno – nessuno, è pazzesco – che riesca a vedere in quell’uomo e nella sua vicenda qualcosa che ci appartiene. Nessuno che abbia più l’energia morale per paragonarsi con quel fatto: tutti ci chiamiamo fuori. Eppure leggere nelle vicende umane (anche quelle più infami) una dolorosa verità presente anche in noi è sempre stato un costume della cultura occidentale.

Senza scomodare i Tragici Greci, basterebbe ricordare un sonetto del Belli, dove il poeta ricorda quando, bambino, fu portato dal padre ad assistere a un’impiccagione. Nell’istante in cui l’uomo resta appeso e muore, il padre dà uno schiaffo a suo figlio, perché si ricordi sempre che colui che è morto era probabilmente migliore di lui. Questa è la prima domanda che mi tocca il cuore: perché nessuno, oggi, specialmente tra chi è più autorevole, è capace di uno sguardo come questo? Perché l’errore altrui non ci aiuta più a guardare il nostro e a diventare uomini migliori?

C’è poi l’altro aspetto della vicenda della Costa Concordia, che in poche ore, si può dire, è finito fuori dalle cronache. Parlo della figura eroica dell’ispettore Manrico Giampietroni, 35 anni passati in mare, nessun naufragio fino a oggi, quindi nessuna esperienza di “come si fa” (molto si è polemizzato sul personale impreparato all’evento), che ha portato in salvo diverse persone prima che un frigorifero gli venisse addosso rompendogli una gamba. Non importa sapere se Giampietroni sia o meno un uomo eccezionale, forse fare quello che ha fatto poteva sembrare la sola cosa possibile in quel frangente, forse non ha avuto nemmeno la possibilità di fuggire, forse se questa possibilità gli si fosse presentata, chissà: nessuno potrà mai rispondere a questa domanda, neppure lui stesso. Del resto, che importa?

Giampietroni mi ricorda la figura del nostromo ne La linea d’ombra di Joseph Conrad: malatissimo di cuore e costretto a misurare ogni singolo movimento, quest’uomo in una situazione analoga soccorre e salva molte persone. La coscienza della propria fragilità diventa addirittura un vantaggio. Non si getta in imprese assurde, fa solo quello che può, tutto quello che può fin dove può, e in questo sta la sua grandezza.

Questi due personaggi, Schettino e Giampietroni, appartengono, per volontà del destino, a un’unica, grande, tragica storia. Sono due immagini di un unico dramma. Spero vivamente che qualche scrittore o regista responsabile e riflessivo sappiano trarne un romanzo, oppure un film, affinché questa storia, seppellita dalla boria degli interpreti e dei grilli parlanti, possa essere finalmente raccontata con gli accenti giusti. E in un racconto come questo due elementi saranno indispensabili: innanzitutto una vera pietà nei confronti degli errori e delle mancanze umane, e in secondo luogo – ma è solo una conseguenza – la considerazione del salto che la libertà umana deve compiere per mettersi a fare quello che ha fatto Giampietroni.

Rischiare la vita per salvare altre persone non è mai automatico. Ci vuole un “sì”, e un vero “sì” è sempre un “no” detto ad altre cose, che in certi momenti ingombrano la mente: la considerazione del rischio eccessivo, i ragionamenti contorti che inducono all’inazione “per non fare danni”, i pensieri egoisti che si confondono con gli affetti familiari, e così via. Questi momenti arrivano sempre, in un modo o nell’altro, e vincere la tentazione a tirarsi indietro non è mai facile. Ma per capire questo occorrono realismo e pietà. Tutti noi siamo, in ogni istante, sia Schettino che Giampietroni. E la vita è bella perché non è finita, né per l’uno, né per l’altro. Il tempo offrirà nuove possibilità.

E poi, quando la vita finirà non saranno gli intellettuali a decidere la composizione della giuria che li giudicherà, né l’uno, né l’altro. Per fortuna.

 

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