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Giorni prenatalizi: tempo di regali. Come tutti gli anni ci sarà il solito simpaticone che prenderà in giro lo stress di chi deve fare lunghe liste nel terrore di dimenticare qualcuno, di chi si arrovella per individuare la sorpresa che possa far colpo, di chi, più prosaicamente data la crisi, si mette lì a fare conti per vedere se ci sta dentro. Altri più sussiegosi evidenzieranno che è tutta una montatura, che l’uomo non fa niente per niente e quindi offrire regali è un rito insulso, che nasconde la volontà di asservire l’altro facendolo sentire in debito verso di noi. Chi non ha la persuasione di aver gratuitamente ricevuto un grande dono – la vita, per esempio, o un’amicizia profonda – non può neppure lontanamente immaginarsi che, come riconoscenza, uno possa aver desiderio di compiere un gesto gratuito. Sembra che la parola regalo derivi da un’antica espressione spagnola che indica il dono che viene fatto al re (mentre quello che il re elargisce si chiama regalia). E per la nostra mentalità è strano: come mai dovrei fare un dono proprio a chi non ha affatto bisogno di quello che gli posso dare? Sta qui l’aspetto di gratuità. Il dono al re, il regalo, esprimeva la contentezza per il fatto che esiste chi, immagine terrena del Re dei re, garantisce la pace e la difesa dai nemici, l’equilibrio della convivenza sociale, la possibilità di prosperare. Dunque, non si fa un regalo a chi ha bisogno di quello che gli dono, ma a colui dal quale dipende la mia possibilità di essere un po’ felice. Pensiamo ai regali che ci viene proprio voglia di fare, quelli per cui compiremmo anche spese pazze: non sono rivolti a una persona che ha necessità del nostro dono, ma proprio a quella persona senza della quale non potremmo vivere. Chi, potendolo, non inonderebbe di gioielli la ragazza di cui si è appena innamorato e che ritiene essere proprio la sua regina? Chi non farebbe di tutto per trovare il dono adeguato per il figlio tanto desiderato o per un amico che, in vari modi, gli sta salvando la vita? Ed è chiara la sproporzione tra noi e l’altro; ma proprio perché l’altro ha la pienezza regale e io so di non meritarmela, lo coprirei di regali. Non è questione di avere il contraccambio, ma semplicemente di far di tutto perché l’altro continui a esserci e a tenermi presente. E infatti un regalo si chiama anche presente; come se dicessi: tu sei importante per me, tienilo presente guardando questa piccola cosa che ti dono. In termini religiosi il regalo che si fa al Re dei re, a quel “altro” più indispensabile di tutti, si chiama offerta. Dio, per definizione, non ha bisogno dei nostri doni; eppure li gradisce proprio perché esprimono la disposizione di chi riconosce di dovergli tutto e quindi gli offre, gli regala, quello che può. Ed è sorprendente che il periodo dei regali sia legato al Natale. Qui i ruoli si invertono. Siamo noi a ricevere un regalo; è Dio stesso che si pone nei nostri confronti come colui che fa il regalo, come se avesse bisogno di essere tenuto presente da noi.

Pigi Colognesi

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